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Buon Anno 2015 !!!

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I Dialetti d’Italia

Dialetto

La lingua del cuore

Di sicuro avete sentito parlare e magari parlate voi stessi un dialetto. Il fatto non è così eccezionale, se si pensa che l’Italia è la nazione europea più ricca di dialetti. Anzi, fino a pochi decenni fa la maggior parte della popolazione italiana sapeva parlare solo il dialetto e non conosceva l’italiano; perfino l’italiano stesso, all’inizio, non era che uno dei tanti dialetti parlati in Italia

Quando sono nati i dialetti e perché si chiamano così?

La storia dei dialetti italiani è, per molti versi, la storia stessa dell’italiano. Infatti, l’italiano deriva dal latino, così come dal latino discendono i dialetti che si parlano in Italia. Inizialmente tutte le lingue derivate dal latino venivano chiamate lingue volgari o semplicemente volgari. La parola volgare vuol dire appunto parlato dal volgo (dal latino vulgus), cioè dal popolo, che ormai non conosceva più il latino. Così il siciliano, il bolognese, il piemontese, il veneziano, il lombardo, che oggi chiamiamo dialetti, all’inizio erano lingue volgari.

Il toscano all’inizio era solo uno dei tanti volgari. L’italiano si chiama così, infatti, solo dal 16° secolo; e con il termine italiano si indica il volgare toscano riconosciuto ormai come lingua di tutta la nazione. Il termine dialetto nasce in questo periodo per distinguere tutti i volgari parlati nelle varie parti del paese dal toscano divenuto nel frattempo l’italiano.

Quanti sono i dialetti in Italia?

Contare i dialetti è veramente difficile, se non impossibile. È difficile da tracciare il confine tra un dialetto e l’altro. Infatti in ciascun paese e in ogni villaggio il dialetto ha spesso caratteristiche che lo differenziano da quello del paese o del villaggio vicino. In genere si fa riferimento a regioni, a province o a grandi città per definire i dialetti. E così parliamo di dialetto calabrese, piemontese o lombardo, milanese, cosentino, e così via. Ma in realtà sono denominazioni molto larghe e imprecise, perché spesso le differenze sono tali che non vi è possibilità di comprensione reciproca perfino all’interno della stessa regione.

Inoltre, i suoni dei dialetti dell’Italia settentrionale, centrale e meridionale possono essere notevolmente diversi tra loro. Parte di questa diversità dipende addirittura dalle lingue che vi erano parlate prima della diffusione del latino. Insomma i conti precisi non si possono fare. Data questa estrema diversità, si può tentare una classificazione dei dialetti? Gli studiosi, pur consapevoli dell’inevitabile imprecisione, hanno proposto una classificazione dei dialetti italiani basandosi più sulle somiglianze che sulle differenze.

Che differenza c’è tra una lingua e un dialetto?

Nemmeno gli studiosi trovano una risposta unica e condivisa sulle differenze tra una lingua e un dialetto. A ogni modo, si può dire che il dialetto potrebbe essere definito come una lingua utilizzata da un gruppo ristretto di persone, in un luogo specifico e che non ha usi ufficiali: si dice che una lingua ha usi ufficiali se è utilizzata nella scuola e nell’amministrazione, per esempio negli uffici pubblici e nei tribunali.

Così, per esempio, se vivete in Puglia e conoscete il dialetto potrete comunicare in dialetto pugliese con altri pugliesi. Ma se parlate con un romano, un veneziano, un marchigiano sarebbe molto difficile comunicare con loro continuando a usare il vostro dialetto. Una differenza evidente consiste dunque nella limitazione territoriale dei dialetti, nel fatto cioè che essi sono limitati a una determinata area geografica, rispetto all’italiano che si parla in tutta la nazione. Altre differenze sono di uso sociale: la scuola, i giornali, la televisione, il cinema, l’amministrazione pubblica usano infatti l’italiano e non il dialetto. Inoltre, chi conosce il dialetto in genere lo adopera molto di più in famiglia e con gli amici, mentre fuori di casa e con gli estranei usa più frequentemente l’italiano.

Continua a leggere:

http://www.treccani.it/enciclopedia/dialetto_%28Enciclopedia_dei_ragazzi%29/

Dialetto oggi in Italia

Chi parla dialetto, con chi, dove e quando, nell’Italia contemporanea? Per rispondere a questa domanda si può partire con l’esaminare gli esiti del sondaggio nazionale più recente sul tema, condotto dall’ISTAT nel 2006 (liberamente consultabile in rete: http://www.istat.it/ ). Confrontandoli con quelli di inchieste precedenti, si rileva innanzitutto, a fronte di un generale consolidamento dell’uso dell’italiano (nel 2006, dichiara di parlare solo o prevalentemente italiano in famiglia il 45,5% degli intervistati, con amici il 48,9%, con estranei il 72,8%), una diminuzione dell’uso esclusivo del dialetto. Diminuisce cioè la percentuale di coloro che dichiarano di usare solo o prevalentemente il dialetto (nel 2006, in famiglia il 26%, con amici il 13,2%, con estranei il 5,4%). Tale decremento è tuttavia parzialmente compensato dall’incremento percentuale di chi dichiara di usare il dialetto alternato o frammisto all’italiano (nel 2006, in famiglia il 32,5%, con amici il 32,8%, con estranei il 19%). Si nota inoltre un lieve rallentamento nella crescita dell’uso esclusivo dell’italiano.

 Alternato o frammisto all’italiano

 L’uso del dialetto differisce poi in relazione alle principali variabili sociali: età, istruzione, sesso (che risulta però la variabile meno influente). Si dimostrano tipicamente più propensi all’uso del dialetto gli anziani, gli incolti, gli uomini; meno i giovani, i colti e le donne. Si riscontrano altresì differenze evidenti in relazione ai domini d’uso. A parità di altre condizioni, il dialetto è usato soltanto raramente con gli estranei e in situazioni pubbliche, sostanzialmente non ricorre in situazioni molto formali, è adoperato di preferenza in famiglia (specie da parte degli anziani) e con amici. Il dialetto, infine, può ritenersi tendenzialmente più vitale in provincia e meno in ambiente urbano.

Se questo è il quadro generale, occorre però sottolineare l’esistenza di forti diversità da regione a regione. Il Nord-Ovest, insieme all’Italia Centrale (andrebbero però considerate a sé le situazioni peculiari della Toscana e di parte del Lazio, in cui la differenza fra italiano e dialetto è sensibilmente meno spiccata che nelle altre regioni), conosce le percentuali più basse di impiego del dialetto, sia in famiglia sia con amici sia con estranei. Le aree più dialettofone sono invece il Sud, le Isole e il Nord-Est; il Veneto, in particolare, si rivela la regione d’Italia in cui l’uso del dialetto è ancor oggi più diffuso.

A ciò si aggiunga che l’uso alternato o frammisto di italiano e dialetto si dimostra in costante crescita in tutte le varie realtà regionali e, rispetto all’uso esclusivo di uno dei due codici, presenta differenze meno sensibili in relazione sia a variabili sociali sia ai diversi domini d’uso.

 Arricchimento, non impedimento

 Rispetto a venti o trenta anni or sono, è poi profondamente cambiato l’atteggiamento della comunità parlante nei confronti del dialetto. Anche per effetto della diffusione sociale ormai fondamentalmente generalizzata dell’istruzione scolastica e della lingua nazionale, oggi il dialetto non è più sentito come la varietà di lingua dei ceti bassi, simbolo di ignoranza e veicolo di svantaggio o esclusione sociale; gli atteggiamenti nei suoi confronti, almeno in molte regioni, non sono più stigmatizzanti com’era ancora pochi decenni or sono. Sapere e usare un dialetto, oggi, è spesso valutato positivamente; rappresenta una risorsa comunicativa in più nel repertorio individuale, a disposizione accanto all’italiano, di cui servirsi quando occorre e specie in virtù del suo potenziale espressivo. Un arricchimento, insomma, e non più un impedimento.

 Dialetto per scherzare, sul web

Connesso con questo cambiamento generale di atteggiamento è il fatto che il dialetto tenda ora a comparire in domini e ambiti d’uso diversi rispetto al passato: tra gli altri, nelle insegne di esercizi commerciali, nella musica giovanile, e marginalmente nei fumetti, nell’enigmistica, nella pubblicità nazionale, ma soprattutto nella comunicazione mediata dal computer. La presenza del dialetto nel web (escludendo i veri e propri siti dialettali, per lo più opera di élites di cultori del dialetto) si manifesta prevalentemente nell’uso alternato o frammisto all’italiano e soddisfa spesso funzioni ludico-espressive; nondimeno, in certi casi ha funzione primariamente referenziale e in altri principalmente valore simbolico, di espressione di un’identità locale e culturale. La comunicazione mediata dal computer, è bene sottolinearlo, rappresenta un nuovo ambito non soltanto d’uso ma, più specificamente, di scrittura del dialetto (con tutte le implicazioni che ne conseguono: le funzioni ludico-espressive sopra menzionate, ad esempio, e specie per certi dialetti, sono in parte connesse proprio allo scrivere una lingua che non si è abituati né a vedere scritta né tanto meno a scrivere).

 Dai nonni ai giovani

 L’uso scritto del dialetto, che non sia per scopi letterari, si riscontra altrimenti quasi esclusivamente presso attivisti di movimenti per la promozione di dialetti locali, talvolta con rivendicazioni ideologico-politiche antiitaliane. Ancorché sporadica, la presenza del dialetto nella comunicazione spontanea in rete è inoltre di particolare interesse poiché coinvolge prevalentemente le giovani generazioni, quelle meno propense alla dialettofonia e allo stesso tempo quelle che giocano il ruolo più cruciale per il futuro del dialetto, e più in generale per le tendenze in atto nella situazione contemporanea. L’acquisizione del dialetto da parte delle giovani generazioni, va ricordato, è avvenuta nella maggior parte dei casi non a livello di lingua materna ma, sia pure in modo frammentario e incompleto, al di fuori del canale generazionale diretto: una funzione importante hanno esercitato i nonni e più in generale l’ambiente circostante, nel quale il dialetto era (ed è ancora) diffusamente presente.

 Schiscià nel sit

 Il dialetto è soggetto inoltre all’influenza della lingua di prestigio con cui è stato per secoli in contatto. Il processo di italianizzazione, di lunga durata, ha iniziato a intaccare la fonetica e la morfosintassi dei dialetti italiani già nel Seicento, per poi arrivare a toccare più vistosamente il lessico. Nell’ultimo cinquantennio, l’influsso dell’italiano sul dialetto pare non avanzare più nelle strutture del sistema linguistico (specie nella morfosintassi), ma progredire più rapidamente e cospicuamente nel lessico. L’apporto lessicale massiccio è certamente da ricondursi al moltiplicarsi di sfere semantiche (quelle della società, tecnica ed economia moderne) per le quali i dialetti mancavano di risorse lessicali proprie (e l’italiano stesso è spesso debitore dell’inglese; v. ad es. per “sito (internet)” il piemontese e lombardo sit, il genovese scitu,il siciliano situ; o i calchi semantici con valore di “cliccare”: sgnaché, lett.“schiacciare”, in piemontese;schiscià, lett.“premere”, in lombardo; piché, lett.“battere, picchiare”, in genovese; ecc.).

 Aggiuntivo e parallelo

 Il dialetto, in conclusione, non mostra segnali evidenti di imminente estinzione, si mantiene anzi stabilmente, soprattutto in alcune regioni, presso certe classi di parlanti e domini d’uso; resiste all’influsso strutturale dell’italiano; e, benché non più indispensabile per i bisogni comunicativi della contemporaneità, risulta funzionale e vitale come varietà aggiuntiva, parallela alla lingua nazionale. Anche in virtù del mutato atteggiamento sociale nei suoi confronti, il dialetto, specie se alternato o frammisto all’italiano, compare anche in ambiti d’uso per i quali fino a qualche tempo fa ne era difficilmente prevedibile l’impiego. Proprio l’uso alternato con l’italiano nello stesso evento comunicativo rappresenta una delle principali tendenze della situazione sociolinguistica contemporanea e pare configurarsi quale la principale forma di vita futura del dialetto.

Fonte:

http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/italiano_dialetti/Cerruti.html

Le principali classificazioni

La classificazione di Graziadio Isaia Ascoli

Il primo ad avanzare (1882-1885) una circostanziata proposta di classificazione fu ➔ Graziadio Isaia Ascoli, il quale nella rivista «Archivio glottologico italiano» da lui stesso fondata elaborò una ripartizione in quattro gruppi, di natura tanto tipologica (sincronica) quanto diacronica. Il criterio di base era infatti la maggiore o minore distanza linguistica rispetto al toscano, considerato come il tipo dialettale meno distaccato dalla comune base latina. Abbiamo così:

(a) dialetti appartenenti a sistemi neolatini «non peculiari» all’Italia, perché, in gran parte, allora, fuori dai suoi confini (dialetti provenzali e franco-provenzali, dialetti ladini centrali e ladini orientali o friulani);

(b) dialetti che si distaccano dal sistema italiano vero e proprio, ma non entrano a far parte di alcun «sistema neolatino estraneo all’Italia» (dialetti gallo-italici – distinti in ligure, ‘pedemontano’, cioè piemontese, lombardo ed emiliano – e dialetti sardi);

(c) dialetti che «si scostano, più o meno, dal tipo schiettamente italiano o toscano, ma pur possono formare col toscano uno speciale sistema di dialetti neo-latini» (veneziano, corso, dialetti dell’Umbria, delle Marche e della provincia romana, dialetti di Sicilia e delle «provincie napolitane»);

(d) il toscano e il «linguaggio letterario degli Italiani».

Lo schizzo ascoliano, per precisione e sintesi, conserva ancora oggi gran parte della sua validità, anche se, inevitabilmente, mancano alcune questioni di dettaglio nonché i risultati che, di lì a qualche decennio, sarebbero stati raggiunti con l’analisi delle carte degli atlanti linguistici.

La classificazione di Clemente Merlo

Nel 1924, sul primo numero della sua nuova rivista «L’Italia dialettale», Clemente Merlo propose uno schema classificatorio che, oltre a tener conto delle caratteristiche (soprattutto fonetiche) delle parlate delle varie zone, chiamava in causa il concetto di ➔ sostrato. Secondo Merlo, cioè, il principale fattore alla base dell’odierna ripartizione dialettale era l’influsso esercitato sul latino dalle lingue dell’Italia antica. I gruppi principali definiti dal Merlo sono quindi tre:

(a) dialetti settentrionali (di sostrato celtico), che includono i gallo-italici di Ascoli, più il veneziano;

(b) dialetti toscani (di sostrato etrusco);

(c) dialetti centro-meridionali (di sostrato italico o umbro-sannita).

A parte stanno i dialetti sardi, a sostrato mediterraneo, e quelli della Corsica, che lo stesso sostrato distanzia dai toscani; ai dialetti ladini (che includono i friulani), anch’essi gruppo a sé, Merlo associa il dalmatico dell’isola adriatica di Veglia, che ai tempi di Ascoli non era ancora stato descritto (e che è ormai estinto da oltre un secolo). E sono ancora i sostrati a spiegare le differenze fra il veneziano (a sostrato venetico) e il lombardo, fra il ligure (a sostrato antico ligure) e il piemontese, e fra il siciliano, il calabrese e il pugliese (a sostrato mediterraneo) e il resto del Mezzogiorno.

Questo schema aveva certamente un’impostazione a volte troppo rigida e meccanica e soffriva di alcune ingenuità, ma ha il merito di mettere a fuoco importanti elementi di continuità che nella classificazione ascoliana erano appena accennati. Da esso, inoltre, si ricava che possono essere fondatamente ricollegati al sostrato non solo singoli tratti fonetici, lessicali, ecc., ma anche fatti di altra natura, come i rapporti di tipo geolinguistico (➔ geografia linguistica) e, più precisamente, il fatto che, sotto forma di area dialettale, sussista un antico ‘spazio storico’.

La classificazione di Gerhard Rohlfs

E fu proprio la geolinguistica a offrire il criterio applicato da Gerhard Rohlfs, che, nel 1937, sfruttava appieno la sua lunga esperienza di raccoglitore per l’AIS (➔ atlanti linguistici) e l’analisi approfondita delle sue carte. Sulla base dei dati dell’AIS, Rohlfs individuava i due principali ‘spartiacque’ linguistici della penisola: la linea La Spezia-Rimini e la linea Roma-Ancona (➔ isoglossa; ➔ aree linguistiche; ➔ confine linguistico). Il primo di questi confini, la linea La Spezia-Rimini (che ai margini si spinge anche più a Sud), riunisce i limiti meridionali dei principali tratti linguistici dell’Italia del Nord (e del romanzo occidentale), separandola dalla Toscana; mentre nel secondo, la linea Roma-Ancona, confluiscono i limiti settentrionali dei tratti linguistici più tipici del Centro-Sud, che a sua volta viene così distinto dall’area toscana o toscanizzata (cfr. § 2).

Entrambi i confini non hanno solo valore linguistico, ma coincidono con fattori geografici e storici. La linea La Spezia-Rimini corrisponde alla catena dell’Appennino tosco-emiliano, che, essendo impervia nel suo tratto centrale, fu nella storia la frontiera settentrionale dell’Etruria verso i territori di etnia celtica del Nord Italia e, nella tarda antichità, quella fra l’Italia cosiddetta annonaria (con capitale Milano) e l’Italia suburbicaria (con capitale Roma). La stessa linea, nel medioevo, separava i territori bizantini dell’arcidiocesi di Ravenna da quelli dell’arcidiocesi di Roma. La linea Roma-Ancona, corrispondente per buona parte al corso laziale e umbro del Tevere, fu invece, nell’antichità, la frontiera fra Etruschi (a ovest) e Italici (a est) e, nel medioevo, fra il Patrimonium Petri e i territori longobardi.

La classificazione di G.B. Pellegrini

L’adozione dell’italiano come riferimento, unico possibile criterio di distinzione fra il vasto insieme definito italo-romanzo e gli altri gruppi neolatini, è stato ripresa, nel 1975, da Giovan Battista Pellegrini, come base per la sua proposta di classificazione in cinque sistemi (italiano settentrionale, friulano o ladino-friulano, toscano o centrale, centro-meridionale, sardo), sulla quale oggi converge, pur con qualche differenza, la maggior parte degli studiosi (per approfondimenti e dettagli si rinvia alle voci sulle singole aree linguistiche).

Continua a leggere:

http://www.treccani.it/enciclopedia/dialetti_%28Enciclopedia_dell%27Italiano%29/

Intervista

Lingua o dialetti?

In Italia da molti anni è in corso un acceso dibattito fra i fautori dei dialetti e chi li avversa. Diciamo subito che dal punto di vista linguistico i dialetti italiani e la lingua nazionale sono sullo stesso piano: entrambi hanno avuto la stessa ’nobile’ origine, cioè il latino. Non è vero che i dialetti sono una corruzione dell’italiano. È vero invece che italiano e dialetti hanno un diverso ruolo sociolinguistico: il primo è la lingua della comunicazione all’interno della Repubblica Italiana (e della Repubblica di San Marino e nel Canton Ticino elvetico); i secondi hanno uso più limitato, in qualche caso si limitano all’uso familiare.

Perché il toscano ha avuto più fortuna?

Perché ragioni culturali, storiche, economiche ecc. hanno fatto sì che la formidabile produzione letteraria del Trecento (Dante, Petrarca e Boccaccio) sviluppatasi in Toscana venisse diffusa in gran parte della Penisola. Così autori non toscani quali il napoletano Sannazzaro e l’emiliano Boiardo scrissero in toscano.

Poteva andare diversamente?

Probabilmente sì. Se, ad esempio, la stessa sorte fosse toccata alla Scuola poetica siciliana (sec. XII), noi oggi forse parleremmo una lingua con caratteristiche siciliane. Ma è un gioco della fantasia!

Allora non si è trattato di un’imposizione?

A differenza di ciò che è accaduto in Francia o in Inghilterra l’italiano si è diffuso senza l’appoggio di un apparato statale fino almeno all’unità d’Italia. Del resto i precedenti interventi dei vari stati italiani tendevano a operare scelte politiche nell’ambito amministrativo con scarsissima incidenza sulla popolazione quasi completamente analfabeta (l’80% circa al momento della formazione dello Stato unitario).

Si può dire che il piemontese, il marchigiano, il napoletano ecc. sono lingue?

Sì e no per le ragioni anzidette. Bisogna tuttavia tener presente che chi oggi sostiene tale affermazione lo fa come reazione a un periodo di grande disprezzo per i dialetti a tal punto che aborrisce l’uso dello stesso termine “dialetto”. È significativo che anche nell’ambito del linguaggio ufficiale dell’Unione Europea si parli esclusivamente di lingue minoritarie, meno diffuse, regionali ecc.

Qual è l’origine dei dialetti italiani?

Con la conquista romana il latino si è diffuso in mezza Europa e soprattutto nel bacino del Mediterraneo sovrapponendosi alle lingue parlate in precedenza da quelle popolazioni. Dalla commistione di questi elementi e da quelli derivanti dalle successive invasioni barbariche si sono generati i vari dialetti d’Italia. Altre teorie più recenti sostengono che il padre di tutti i dialetti non sarebbe il latino della romanizzazione ma il latino parlato prima di Roma durante un fase di latinizzazione verificatasi nelle regioni in cui i latini e altri popoli italici avrebbero soggiornato prima di fermarsi nelle zone che storicamente conosciamo. Ciò sarebbe confermato dalle grandi aree dialettali attuali che coincidono con frontiere di antiche culture dell’Italia preistorica, come è dimostrabile con dati linguistici e archeologici.

Ma tutti i dialetti italiani hanno come antenato il latino?

No. I dialetti tedeschi di alcuni comuni attorno al Monte Rosa (alemanni) di tredici comuni veronesi e di sette vicentini (cimbri), di alcuni comuni friulani (carinziani), dei sud-tirolesi, dei mocheni (bavaresi) e così i dialetti sloveni del Friuli Venezia Giulia, quelli croati del Molise, quelli grecanici (o grichi) del Salento e dell’estremità meridionale della Calabria e quelli albanesi diffusi in gran parte dell’Italia centro meridionale e in Sicilia hanno padri diversi dal latino.

Quali sono i gruppi in cui si suddividono i dialetti italiani?

Una prima grande suddivisione è quella che, seguendo la linea La Spezia-Rimini separa i dialetti settentrionali da quelli centro meridionali: i primi infatti appartengono alla Romània occidentale, i secondi alla Romània orientale, l’altra grande distinzione che interessa l’Europa latinizzata. Nell’Italia settentrionale procedendo da ovest verso est si hanno i dialetti gallo-romanzi (occitani e francoprovenzali), i dialetti gallo-italici (piemontese, lombardo, ligure, emiliano, romagnolo), veneti, ladini, friulani, toscani, centro-meridionali (umbro, marchigiano, abruzzese, molisano, pugliese, campano, lucano, salentino, calabrese, siciliano) e il sardo.

Fonte:

http://www.atlantelinguistico.it/dialetti/Intervista.html

Mappa dei dialetti italiani:

http://www.zingarate.com/destinazioni/news-lowcost/mappa-dialetti-in-italia-ed-europa.html

https://i0.wp.com/www.zingarate.com/pictures/20140702/mappa-dialetti.png

Spot Rai per l’Unità d’Italia: ”Offendono i dialetti”

Video:

https://galdomara.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=2035&action=edit

“Lo spot che celebra i 150 anni dell’unità d’Italia demonizzando i dialetti è un’offesa alla cultura italiana e alla tradizione linguistica del nostro Paese” dice l’associazione ‘Forche Caudine’, lo storico circolo romano che raccoglie l’emigrazione molisana. Il filmato che ha scatenato la polemica, legato anche alla campagna per il rinnovo del canone di abbonamento, presenta una serie di personaggi contemporanei (da una vigilessa ad un calciatore durante un’intervista) che parlando in dialetto si rendendo incomprensibili agli interlocutori

“I dialetti, per quanto meno usati, rappresentano un punto fermo del nostro patrimonio culturale immateriale. Demonizzarli equivale al ripudio della tradizione e quindi, paradossalmente, alla idea stessa di Italia come frutto dell’unità di identità diverse”, dicono dall’associazione.

Poi c’è l’assessore veneto Roberto Ciambetti (Lega Nord) che rilancia  l’obiezione al pagamento: “Penso che la Regione potrebbe intervenire perchè quelle pubblicità non vengano messe in onda – ha spiegato Ciambetti -: insultano i valori del regionalismo, di quel regionalismo in cui credevano gli stessi padri costituenti e che viene riaffermato come tratto ineludibile nel progetto federale, dove ciascun popolo, ciascuna cultura locale, ciascuna identità trovano legittimo ruolo”.

Fonte:

http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/spot-rai-per-l-unita-d-italia-offendono-i-dialetti/58132/57103

Serie di video:

Serie di video (Svizzera):

Video:

http://www.deejay.it/video/tutti-i-dialetti-ditalia/330617/

Video:

http://www.raiscuola.rai.it/articoli/i-dialetti-italiani/4469/default.aspx

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Le Origini della Lingua Italiana

storia lingua italianaLe origini e i primi documenti dell’italiano

L’italiano, come detto, si evolve direttamente dal latino volgare, da non confondersi col latino classico (tipico di Cicerone per esempio), ed infatti la maggioranza delle parole deriva proprio dalla lingua dei romani. L’area in cui si sono sviluppate le lingue figlie del latino viene chiamata Romània, da non confondersi con lo stato rumeno.

Tutto ciò è importante perché alla base della scoperta delle origini di una lingua, è d’obbligo la comparazione fra i vari sviluppi che il latino volgare ha succeduto. Per cui se in una fase primaria l’italiano più era reso magis sia in Iberia, Gallia, Italia e in Dacia, le trasformazioni porteranno in ordine a mas, plus, più e mai. Uno dei documenti più importanti che ci attesta le neoformazioni dal latino volgare verso una nuova lingua è la cosiddetta Appendix Probi redatta molto probabilmente da un grammatico tardo antico chiamato Valerio Probo: in questa Appendix Probi viene stilata una lista di 227 parole o grafie non corrispondenti alla forma reale e cosiddetta di buona norma e dunque è fondamentale osservare come fra il IV d.C. e il VI secolo d.C. (è attribuita sì a Valerio Probo, ma con scarse certezze) già si effettuassero studi di cambiamenti linguistici importanti. Vedi tabella.

L’errore divenne quindi lentamente nei secoli la norma per tutti i parlanti, e questo, è un pericolo per tutte le lingue vive nel mondo. L’Appendix Probi in ultima analisi è un buon monito a mantenere sempre un uso corretto di una lingua, per non diventare dei parlanti di una lingua standard in via d’estinzione.

La genesi di una nuova lingua è tuttavia cosa lunga e complessa: l’italiano per esempio, va ricondotto a diversi passaggi storici. Nel 489 d.C. entrarono nella penisola gli Ostrogoti guidati da Teodorico ed è in questi anni che ci fu l’introduzione della lingua gotica tramite la traduzione della Bibbia da parte del vescovo Ulfila: ancora oggi nel nostro vocabolario, sono presenti diverse parole di origine gotica come astio, bega, melma, stronzo, strappare, ecc.

L’invasione dei longobardi nel 568 d.C. fu segnata da fatti d’arme e di integrazione difficile e anche da parte di questi ci fu una trasmissione di lemmi molto importanti: panca, scranna, scaffale, federa, gruccia, palla, ecc. sono tutti termini di origine longobarda.

L’insediamento dei franchi ebbe un carattere diverso da quello di goti e Longobardi, in quanto ci fu l’insediamento di una certa élite di nobili al potere militare e civile. In questo caso una delle difficoltà più grandi nel trovare le parole di origine franca è quella di non cadere nell’errore di intravedere nei prestiti più avanti nei secoli della lingua d’oc quelli franchi. Sono probabilmente da considerare franchismi termini come biondo, dardo, guanto, usbergo, ecc.

La via di transizione fra il latino classico/volgare e la nuova lingua romanza era il latino medioevale usato frequentemente nei documenti notarili e ufficiale, ma anche in testi letterari scritti per esempio da Isidoro di Siviglia e dallo stesso Dante. Quando il latino volgare riuscì a permeare nel latino medioevale questa fusione diede vita alla lingua romanza arcaica. Prima di analizzare i primi documenti considerati in italiano volgare è doveroso dire che questi testi furono, molto probabilmente, totalmente il frutto della casualità e dell’improvvisazione testuale. Infatti, chi ha redatto il documento a breve in questione, voleva realmente scrivere in italiano o in latino? Per quanto riguarda la nascita del primo testo francese, che fu il Giuramento di Strasburgo dell’842, non abbiamo dubbi che esso fu scritto intenzionalmente per via della sua ufficialità che non lascia spazio a fraintendimenti.

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http://www.scuolafilosofica.com/3736/le-origini-della-lingua-italiana-i-primi-documenti

Dante perde la paternità: la lingua italiana è nata in Sicilia

Il ritrovamento di alcune poesie della scuola siciliana in una biblioteca lombarda da parte del ricercatore Giuseppe Mascherpa riporta in primo piano il dibattito sulle reali origini della lingua italiana. Il tema è riproposto da Cesare Segre in un articolo sul Corriere della Sera del 13 giugno, che sottolinea come proprio al «cambiamento di prospettiva» nella ricerca sia dovuto l’improvviso rivelarsi, negli ultimi tempi, di manoscritti duecenteschi in luoghi fino ad ora insospettabili. Ne è esempio la scoperta di almeno quattro testi poetici siciliani sul verso di pergamene recanti sentenze di condanna di esponenti di grandi famiglie guelfe per violazioni di norme sui tornei. A quei tempi, si sa, i notai erano spesso poeti, e riempivano in tal modo gli spazi bianchi, al fine di impedire che ci fossero aggiunte illecite a margine degli atti.
Si tratta di frammenti di poesie importanti, ascrivibili tra gli altri ad autori come Giacomo da Lentini, ‘il Notaro’ fondatore della Scuola, e addirittura a Federico II, l’imperatore-poeta che ne fu il geniale promotore. Avvenuta nel cruciale ventennio 1270-1290, la trascrizione induce a ipotizzare l’esistenza di un piccolo canzoniere di liriche della Scuola siciliana, circolante in Lombardia in quegli anni. E va ad aggiungersi al recente ritrovamento di un altro manoscritto mutilo, rinvenuto da Luca Cadioli nella soffitta di una dimora nobiliare milanese, che contiene l’unica fedele traduzione dal francese del Lancelot du lac, il famigerato romanzo sugli amori di Lancillotto e Ginevra, ricordato da Francesca da Rimini nel canto V dell’Inferno.
Adesso come allora, ancora una volta per noi, «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse»: questi ritrovamenti suonano come una convalida dell’originale idea che la nostra lingua nasca agli inizi del Duecento dalla rivolta dei poeti siciliani contro il latino ecclesiastico, sviluppata nel 2011 nel saggio L’ombra di Cavalcanti e Dante (L’Asino d’oro edizioni).

Le trascrizioni dei siciliani sono interessanti soprattutto perché lasciano intravvedere l’originale veste linguistica delle liriche, finora perduta tranne che in un singolo caso, e sono antecedenti alla versione toscanizzata attraverso cui le conosciamo. Se ne ricostruisce, è quanto qui ci importa dedurre, il panorama di una cultura letteraria laica, diffusa nel Duecento nella penisola italiana ben al di là di quanto lo schema tradizionale lasci immaginare.
Si intacca in questo modo una consolidata ricostruzione storica che fa dei toscani, all’indomani della caduta degli Svevi e del partito ghibellino a Benevento (1266), i soli eredi della poesia siciliana. E in effetti viene subito in mente che l’Italia settentrionale accolse catari e trovatori in fuga, all’indomani della feroce crociata albigese che disperse la civiltà della vicina Provenza. E che nell’Italia settentrionale persisteva una diffusa tradizione di cantari francesi d’amore e d’avventura che, ripresa felicemente nella Ferrara quattrocentesca dall’Orlando innamorato di Boiardo, fu poi riportata nel Furioso di Ariosto alla norma anche linguistica del fiorentino canonizzato nel 1524 dal cardinale Pietro Bembo.
La reazione della Chiesa contro la magnifica fioritura laica del Duecento fu infatti durissima, se ancora nel febbraio del 1278 nell’Arena di Verona un immane rogo arse gli ultimi 166 catari, e nel 1285 fu assassinato il filosofo parigino Sigieri di Brabante. Scomunicato e condannato a morte, attendeva il perdono papale nella curia di Orvieto, dove si era rifugiato dopo che nel 1277 il vescovo di Parigi Tempier aveva giudicato eretiche le proposizioni dell’averroismo latino che avevano animato, col De amore di Andrea Cappellano, la poesia delle origini fino allo Stilnovismo di Guinizzelli e Cavalcanti. Il delitto certo non passò inosservato negli ambienti Stilnovisti. Così nell’ultimo decennio del Duecento venne la conversione di Dante dall’amore per la donna all’amore per Dio, che procede per tappe successive dalla Vita Nova attraverso il Convivio fino alla Commedia. Venne, nell’anno 1300 in cui si colloca il viaggio oltremondano della Commedia, l’esilio da Firenze firmato da Dante e la precoce morte di Cavalcanti.

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http://babylonpost.globalist.it/Detail_News_Display?ID=78159

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http://prezi.com/0jgrvg6yaxxs/le-origini-della-lingua-italiana/

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L’Europa e le lingue

 

Perché una Giornata europea delle lingue?

Non ci sono mai state molte opportunità di lavoro o studio in un altro paese europeo – ma la mancanza di competenze linguistiche impedisce a molti di approfittare di queste possibilità.

La globalizzazione e le nuove esigenze delle imprese fanno capire che i cittadini hanno sempre più bisogno di conoscere lingue straniere per lavorare efficacemente nei rispettivi paesi. L’inglese da solo non basta più.

In Europa si parlano numerosissime lingue – ci sono oltre 200 lingue europee e molte altre ancora che sono parlate dai cittadini la cui famiglia d’origine proviene da altri continenti. Questa è una risorsa importante per essere riconosciuto, utile e stimato.

L’apprendimento delle lingue porta benefici ai giovani e ai meno giovani – non si è mai troppo vecchi per imparare una lingua e godere delle opportunità che essa offre. Anche se si conosce solo qualche parola della lingua del paese che si visita (per esempio in vacanza), questo vi permette di instaurare nuove amicizie e avere nuovi contatti.

Imparare le lingue degli altri popoli è un modo di aiutarci a comprendere meglio la loro cultura ma anche superare le nostre differenze culturali.

Le competenze linguistiche sono una necessità e un diritto per tutti – questo è uno dei messaggi principali della Giornata europea delle lingue.

Gli obiettivi generali sono quelli di sensibilizzare su:

  • la ricchezza della diversità linguistica dell’Europa, che deve essere preservata e valorizzata;
  • la necessità di diversificare la gamma di persone che imparano le lingue (comprese le lingue meno diffuse), che si traduce in plurilinguismo;
  • la necessità per le persone di sviluppare un certo grado di conoscenza di due lingue o più per essere in grado di svolgere appieno il loro ruolo nella cittadinanza democratica in Europa.

… Il Comitato dei Ministri ha deciso di dichiarare una Giornata europea delle lingue da celebrare il 26 settembre di ogni anno. Il comitato ha raccomandato che la Giornata deve essere organizzata in modo decentrato e flessibile secondo i desideri e le risorse degli Stati membri, che, così facendo consentirebbe loro di definire meglio i propri metodi, e che il Consiglio d’Europa proporrà un tema comune di ogni anno. Il Comitato dei Ministri invita l’Unione europea ad aderire al Consiglio d’Europa in questa iniziativa. C’è’da sperare che la Giornata sarà celebrata con la collaborazione di tutti i partner interessati. Decisione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, Strasburgo (776 meeting – 6 dicembre 2001)

Fonte:

http://edl.ecml.at/Home/WhyaEuropeanDayofLanguages/tabid/1763/language/it-IT/Default.aspx

Le famiglie delle lingue

Le lingue sono imparentate come i membri di una famiglia. La maggior parte delle lingue Europee possono essere raggruppate, a causa delle origini comuni, in un unico gruppo: la grande famiglia linguistica Indo – Europea. Le famiglie in Europa che contano più lingue-membro e che sono più parlate sono le lingue germaniche, le lingue romanze e le lingue slave. La famiglia linguistica germanica ha un ramo nordico al quale appartengono il danese, il norvegese, lo svedese, l’islandese e il faroese; un ramo occidentale al quale appartengono il tedesco, l’olandese, il frisone, l’inglese e lo yiddish. La famiglia delle lingue romanze ha come membri il rumeno, l’italiano, il corsico, lo spagnolo, il portoghese, il catalano, l’occitano, il francese, il romancio, il ladino e il sardo. Alla famiglia delle lingue slave appartengono lingue come il russo, l’ucraino, il bielorusso, il polacco, il sorbian, il ceco, lo slovacco, lo sloveno, il serbo, il croato, il macedone e il bulgaro. Tra la famiglia celtica ci sono l’irlandese, il gaelico scozzese, il gallese e il bretone, con il ritorno di movimenti per il Cornish e Manx. Alla famiglia Baltica appartengono il lettone e il lituano. Famiglie separate solo con un membro sono il greco, l’albanese e l’ armeno. Il basco è un caso eccezionale, perché non appartiene alla famiglia Indo – Europea e le sue origini sono sconosciute. Anche altre famiglie linguistiche hanno membri in Europa. A nord incontriamo le lingue uraliche: il finlandese, l’estone, l’ungherese, alcune lingue Lapponi, e altre lingue della parte settentrionale della Federazione Russa non molto conosciute come Ingriano o Kareliano. Nel sud-est incontriamo rappresentanti delle lingue Altaiche, in particolare il turco e l’azero. Le lingue della famiglia caucasica si parlano in una piccola e compatta zona tra il Mar Nero e il Mar Caspio, e comprende circa 40 membri, tra loro il georgiano e Abkhaza. La famiglia afro – asiatica include il maltese, l’ebraico e il berbero. Tutte queste lingue usano un piccolo numero di caratteri alfabetici. La maggior parte delle lingue usa l’alfabeto romano (o latino). Il russo e alcune altre lingue slave usano il cirillico. Il greco, lo yiddish, l’armeno e il georgiano hanno il loro proprio alfabeto. Lingue non – europee che si usano molto nella regione di Europa sono l’arabo, il cinese e l’hindi, ognuna con il suo sistema di scrittura.

Fonte:

http://edl.ecml.at/Home/Thecelebrationoflinguisticdiversity/tabid/2972/language/it-IT/Default.aspx

Le lingue dell’Europa

È difficile dire quante lingue si parlano al mondo. Questa affermazione spesso sorprende chiunque non si dedichi alla linguistica, eppure è proprio così. Naturalmente, in Europa succede lo stesso e non c’è da meravigliarsi.

Nel continente europeo ci sono lingue che erano quasi scomparse e che ultimamente hanno ripreso vigore (come il tataro di Crimea, parlato da un popolo che ha subito la deportazione); lingue che arrivano con le persone che le parlano (come il cinese); lingue che, per volontà della società che ne fa un elemento di identificazione e di coesione sociale, nascono da altre già esistenti (come il lussemburghese, che in origine era una variante del tedesco); e lingue che vogliono resuscitare (come il cornico). Purtroppo, ci sono anche lingue che scompaiono (come l’aragonese). Per tutto ciò, è difficile dire quante lingue si parlano in Europa.

Possiamo comunque considerare che il numero di lingue parlate nel continente europeo, dall’oceano Atlantico alla catena degli Urali – esclusa, però, la catena del Caucaso – è di circa settanta, senza contare le varie lingue dei segni delle diverse comunità di sordi né tutte le lingue che usano quotidianamente i nuovi europei venuti da ogni parte del mondo.

La maggior parte di questa settantina di lingue appartiene alla famiglia indoeuropea; questo vuol dire che hanno un’origine comune e che quindi si assomigliano, sebbene a volte tali somiglianze – tra l’italiano e lo svedese, per esempio – possano essere rilevate solo dagli specialisti, perché non sono affatto evidenti a prima vista. In Europa si parlano anche lingue della famiglia uralica (come il finlandese, l’estone, il sami o l’ungherese) e di quella altaica (come il turco e il tataro); e, ancora, una lingua della famiglia afroasiatica – il maltese, imparentato con l’arabo – e una lingua che non appartiene ad alcuna famiglia nota: il basco.

In Europa sono indoeuropee le lingue baltiche (il lettone e il lituano), celtiche (come il gaelico irlandese, il gallese o il bretone), slave (come il russo, il polacco, il sorabo o il macedone), germaniche (come l’inglese, il tedesco, il frisone o l’islandese) e romanze (come l’italiano, lo spagnolo, il catalano, il rumeno o l’occitano), e anche il greco, l’albanese e il rom, la lingua indoiranica parlata da tanti zingari europei.

Nel corso della storia, le lingue europee hanno preso in prestito vocaboli l’una dall’altra (e anche, ovviamente, da lingue di altri continenti), stabilendo una feconda interrelazione. Così, solo a titolo d’esempio, dal turco sono passati ad altre numerose lingue europee vocaboli quali havyiàr (‘caviale’) e yoğurt (‘yogurt’). Il termine sauna, presente in molte lingue, viene dal finlandese.

La principale sfida che oggi devono affrontare le società europee è quella di conservare la diversità linguistica che, senza mai entrare in contraddizione con la notevole unità culturale, hanno sempre sviluppato; insieme alle lingue dell’immigrazione, attualmente di così grande importanza. Ciò significa trovare formule di comunicazione sovranazionale che non favoriscano l’egemonia di alcuna lingua, e al tempo stesso dare vigore a tutte le lingue del continente che, per motivi economici o politici, si trovano in una situazione di debolezza che minaccia la loro stessa sopravvivenza.

Fonte:

http://www10.gencat.cat/casa_llengues/AppJava/it/diversitat/diversitat/llengues_europa.jsp

Il multilinguismo nell’UE

L’Unione europea incoraggia il multilinguismo, concetto che si riferisce sia alla capacità del singolo di usare più lingue, sia alla coesistenza di differenti comunità linguistiche in una determinata area geografica. La lingua è l’espressione più diretta della cultura di un popolo; essa è ciò che ci rende cittadini di uno stato e che ci conferisce un senso di identità.  Al tempo stesso, le lingue possono servire da ponte verso altre persone e dare accesso ad altri paesi e culture promuovendo la comprensione reciproca.

Attualmente le lingue ufficiali dell’Unione Europea sono 23 (sebbene esistano più di 60 lingue autoctone e dozzine di lingue non autoctone parlate da comunità di migranti) in rappresentanza dei 27 Stati membri. Ciascuno Stato membro, al momento di entrare nell’UE determina quale o quali lingue desidera siano dichiarate lingue ufficiali dell’Unione. L’Unione europea utilizza, dunque, le lingue scelte dagli stessi governi nazionali, e non un’unica lingua franca o un numero ridotto di lingue scelte arbitrariamente ed incomprensibili alla maggioranza dei cittadini dell’Unione.

Il trattato istitutivo dell’Unione europea stabilisce che ogni cittadino dell’Unione possa scrivere alle istituzioni europee in una delle lingue ufficiali ed averne una risposta nella medesima lingua e che tutti i documenti ufficiali vengono redatti in tutte le lingue ufficiali dell’Unione, al fine di garantirne la comprensibilità.

Il multilinguismo rientra tra i principi fondamentali dell’UE, sin dall’inizio del processo di integrazione, in quanto la coesistenza armoniosa di molte lingue è riconosciuta come valore fondamentale dell’UE dal Trattato di Lisbona che rispetta la ricchezza rappresentata dalla diversità culturale e linguistica e vigila sulla tutela e sullo sviluppo del patrimonio culturale europeo, in coerenza con quanto stabilito dall’art.  22 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.  L’articolo 21 della Carta vieta qualsiasi forma di discriminazione fondata su numerosi motivi, compresa la lingua.

La politica ufficiale di multilinguismo dell’UE voluta , espressamente voluta come strumento di governo, è unica al mondo e persegue tre obiettivi distinti:

  • incoraggiare l’apprendimento delle lingue e promuovere la diversità linguistica nella società;
  • favorire un’economia multilingue efficiente;
  • dare ai cittadini un accesso alla legislazione, alle procedure e alle informazioni dell’Unione europea nella loro lingua.

Per l’Unione europea, l’uso delle lingue dei suoi cittadini è uno dei fattori che contribuiscono a renderla più trasparente, legittima ed efficiente, oltre a dare un valido contributo alla competitività dell’economia europea.

Nel 2002, a Barcellona, i capi di Stato e di governo si sono posti come obiettivo comune l’insegnamento di due lingue straniere, fin dall’infanzia, a tutti i cittadini. L’obiettivo, detto “di Barcellona” (“lingua materna più due”) segna il passaggio da una politica mirante semplicemente a preservare le lingue ad una politica che si propone di svilupparne attivamente le potenzialità.

Fondamentali, per comprendere l’impegno costantemente profuso dalla Commissione europea in questo settore specifico, sono il programma per l’apprendimento permanente ed una serie di iniziative politiche, come la comunicazione “Multilinguismo: una risorsa per l’Europa e un impegno comune“, adottata nel settembre 2008. L’approccio politico perseguito dalla Commissione prevede la partecipazione attiva di tutti i propri servizi e degli Stati membri. Oltre ad organizzare conferenze, seminari e campagne d’informazione, l’esecutivo Ue commissiona studi e controlla l’evoluzione delle politiche e la loro attuazione.

Fin dall’inizio del suo precedente mandato (2005 – 2009), la Commissione presieduta da Josè Manuel Barroso ha riconosciuto l’importanza di questa singolare politica linguistica, nominando un difensore della sua causa al più alto livello: il commissario Leonard Orban, che è stato competente per il multilinguismo a partire dal 1° gennaio 2007.

Attualmente, in seguito alla rinnovata composizione dell’esecutivo dell’Unione (sempre presieduto dal portoghese José Manuel Barroso), in carica per il periodo 2007 – 2013, il multilinguismo costituisce un nuovo portafoglio, accorpato a Cultura e Istruzione, Cultura e Gioventù ed affidato al commissario cipriota Androulla VASSILIOU.

L’impegno assunto dal nuovo commissario sul fronte del multilinguismo è sintetizzato nella seguente dichiarazione:” Nel mio ruolo di commissaria per Istruzione, cultura, multilinguismo e gioventù, darò priorità alle azioni con cui possiamo portare benefici concreti ai cittadini e contribuire a un’Europa migliore. Sapere le lingue è utile sia nella vita sociale che in quella personale, apre la mente e aiuta a capire la diversità culturale, che è parte integrante della ricchezza dell’Europa. Dobbiamo sostenere non solo le 23 lingue ufficiali dell’UE, ma anche le sue 60 lingue regionali e minoritarie. Uno dei miei impegni principali sarà promuovere l’apprendimento delle lingue fin dalla più giovane età: bisogna che ogni cittadino europeo parli almeno due lingue straniere in aggiunta alla propria. La conoscenza delle lingue migliora le prospettive di lavoro, la comunicazione e l’intercomprensione, in Europa e nel mondo.”

Fonte:

http://www.europedirectfrosinone.it/index.php?option=com_content&view=article&id=11&Itemid=11

Multilinguismo: la sfida quotidiana per gestire la babele europea

Bulgaro, ceco, danese, estone, finlandese, francese, greco, inglese, irlandese, italiano, lettone, lituano, maltese, olandese, polacco, portoghese, rumeno, slovacco, sloveno, spagnolo, svedese, tedesco, ungherese. Ormai è un lavoraccio anche solo elencarle tutte. Pensate come può essere tradurre, ogni giorno, in ognuna delle 23 lingue ufficiali dell’Unione europea, ogni singolo regolamento e atto normativo. Un lavoro faraonico, destinato a diventare sempre più impegnativo nei prossimi anni, mano a mano che gli attuali 27 aumenteranno di numero: presto l’ingresso della Croazia porterà le lingue ufficiali a 24 e nel giro dei prossimi 15-20 anni si potrebbe arrivare facilmente a 30.

Una babele di non facile gestione che, soprattutto in tempi di austerity, viene sempre più spesso additata come un costo inutile che si potrebbe tagliare, ad esempio adottando come sola lingua ufficiale quell’inglese che sta già spontaneamente diventando una lingua franca parlata e compresa più o meno da tutti. “Impossibile. Dietro a questo discorso di lingue sta un discorso di democrazia” spiega Diego Marani, scrittore e funzionario della direzione generale interpreti alla Commissione europea: “Non si può adottare la lingua di un Paese a scapito di altri 26. Si darebbe un vantaggio smisurato a un popolo, a dispetto degli altri”. In concreto: cosa sarebbero capaci di fare gli italiani se ricevessero le loro direttive in inglese o fossero obbligati a partecipare a gare d’appalto europee esclusivamente in inglese?

Secondo le statistiche di Eurostat e Eurobarometro, aggiunge il finlandese poliglotta (con una decina di lingue all’attivo) Johan Haggman, coordinatore del team della Commissione europea che si occupa di multilinguismo, il 50% della popolazione europea sa l’inglese o ne ha qualche base, ma soltanto il 20% ne ha conoscenze abbastanza approfondite da poter comprendere la legislazione che li riguarda: per questo “la traduzione in tutte le lingue ufficiali è una questione democratica e di trasparenza”.

Senza contare che il costo non è elevato quanto si potrebbe pensare. Tutta la traduzione e l’interpretazione delle istituzioni europee: Commissione, Consiglio, Parlamento, Comitato delle Regioni e Comitato economico e sociale, calcola Haggman, costa 1,1 miliardi all’anno. “Se lo si divide per la popolazione dell’Ue, che è di 500 milioni di persone, diventa 2,2 euro per persona ogni anno: costa come un caffè macchiato, diciamo un cappuccino”. Una spesa che pesa per meno dell’1% del bilancio totale dell’Ue, pochissimo se comparato ad esempio all’agricoltura che ne costituisce il 40%.

Per motivi di tempo e di risorse finanziarie, è stato comunque limitato il numero dei documenti di lavoro tradotti in tutte le lingue. La Commissione europea ha adottato tre lingue procedurali di lavoro: l’inglese, il francese e il tedesco, mentre il Parlamento europeo fa tradurre i suoi documenti a seconda delle necessità dei parlamentari.

Sebbene un Commissario europeo specificamente votato al multilinguismo sia esistito soltanto dal 2007 al 2010, anche oggi la Commissione continua il suo lavoro di sostegno alle politiche che in questo settore vengono messe in campo dagli Stati membri, unici ad avere la sovranità su questo tema.“Il multilinguismo che noi intendiamo alla Commissione è il multilinguismo di un individuo che conosce più lingue” ricorda Diego Marani. “Al Consiglio europeo di Barcellona del 2002 – continua – ai governi scappò detto che si ponevano come obiettivo che i cittadini europei parlassero la loro lingua più due lingue straniere, e questo ci ha dato la possibilità di chiedere un resoconto agli Stati membri su cosa stessero facendo per raggiungere questo obiettivo”.

La teoria che vogliamo diffondere, spiega anche Johan Haggman, è il valore aggiunto a livello personale e professionale della conoscenza delle lingue: “Una persona che parla più lingue ha più possibilità di trovare un lavoro o di essere promosso nell’organizzazione o nell’impresa in cui lavora”. Uno studio fatto in Gran Bretagna, continua il funzionario del multilinguismo, dimostra che le imprese britanniche perdono opportunità di commercio a causa delle carenze linguistiche. Soprattutto le piccole e medie imprese hanno difficoltà a conquistare nuovi mercati perché hanno personale monolingue. “Si può comprare in tutte le lingue ma si può vendere solo nella lingua del consumatore”, conclude Haggman. Per questo “ci serve sapere anche le lingue di altri continenti o di Paesi terzi, come il cinese, l’indù, l’arabo, lo spagnolo per l’America latina o il portoghese per il Brasile, oppure l’Europa non potrà più concorrere con gli altri continenti”.

In un periodo così difficile per l’occupazione, insomma, la conoscenza delle lingue dà un vantaggio competitivo non trascurabile. “La employability è il nostro criterio ora”, chiarisce Diego Marani: “Cerchiamo, quando ci vengono presentati i progetti di finanziamento di dare maggiore attenzione a quelli che sviluppano maggiore possibilità di impiego con conoscenza lingue”. Senza contare che ci sono diverse nuove professioni che emergono in questo campo. “C’è ad esempio una nuova professionalità linguistica specifica che si sta sviluppando che in inglese si chiama Legal interpreting (interpretazione giuridica). In concreto si tratta di fornire assistenza giuridica ad un imputato che non parla la lingua ufficiale del paese in tutto l’iter giudiziario dall’incriminazione al processo”, racconta il funzionario italiano. Ma si tratta solo di uno tra i tanti esempi possibili.

L’invito a studiare le lingue, però, non sempre fa presa, sopratutto in Gran Bretagna, per cui la diffusione dell’inglese sta diventando un’arma a doppio taglio. “I britannici non percepiscono più la competenza linguistica come una necessità, visto che dovunque vanno trovano gente che parla inglese” racconta il funzionario italiano. Una tendenza che sta causando qualche problema alla Commissione, in difficoltà nel reperire interpreti e traduttori anglofoni: “Ora che va in pensione la grossa generazione di interpreti che ha cominciato a lavorare negli anni ’70 – continua Marani – abbiamo difficoltà nel ricambio generazionale: quando ci sono i bandi non riceviamo abbastanza candidature o non troviamo persone abbastanza competenti”.

Fonte:

http://www.eunews.it/2013/05/20/multilinguismo-la-sfida-quotidiana-per-gestire-la-babele-europea/7127

Articolo + video:

http://www.istitutovescovilenola.it/eal1/multilinguismo.html

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Multilinguisme en Suisse

suisseOfficiellement, la Suisse est un pays plurilingue. Mais aux frontières linguistiques subsistent toujours des zones de frottement.

Exemples de situations quotidiennes dans les villes de Bienne et de Fribourg.

«Quand on parle de bilinguisme, il s’agit de savoir si l’on considère la situation institutionnelle ou les situations individuelles», explique à swissinfo le professeur Iwar Werlen, de l’Université de Berne.

Dans le cadre d’un projet de recherche, ce spécialiste des sciences du langage s’est penché sur l’exemple des réseaux sociaux à Bienne, ville bilingue par excellence.

Iwar Werlen a eu pas mal de peine à mesurer à quel point les habitants maîtrisent réellement les deux langues. Il considère cependant que plus de la moitié des Biennoises et des Biennois parlent vraiment le français et l’allemand.

Le français progresse

Le recensement de la population permet régulièrement de savoir quelles langues sont parlées en Suisse. En l’an 2000, la ville de Bienne comptait 48’000 habitants, dont à peine 14’000 francophones. C’est 14% de moins qu’en 1970.

«Depuis 2000, la ville croît à nouveau et le nombre des habitants de langue française augmente plus vite que celui des habitants de langue allemande», précise toutefois Iwar Werlen.

Ainsi, l’allemand est plutôt en recul, contrairement au français. Une évolution que les spécialistes constatent également dans d’autres centres bilingues le long de la frontière linguistique.

Le mythe de la germanisation

«Depuis 30 ans, la Romandie cultive un mythe qui voudrait que l’allemand étende son territoire aux dépens du français», explique à swissinfo l’historien Bernhard Altermatt.

Un mythe nettement démenti par l’évolution observée à Fribourg. En 1990, sur les 36’000 habitants de la ville, à peine 8300 étaient de langue allemande.

«Depuis le début du 20e siècle, le nombre des germanophones ne cesse de diminuer à Fribourg», observe Bernhard Altermatt. Malgré cela, la peur de la colonisation germanophone continue d’influencer la politique des langues dans la ville et dans les communes limitrophes.

Les ressentiments des francophones

Autre spécialiste du bilinguisme, Claudine Brohy tire un constat similaire. Majoritaires sur le plan national, les germanophones sont minoritaires à Fribourg. La tendance serait donc à le leur faire payer, «même si ce n’est pas toujours pleinement conscient».

«Fribourg ne fait pas grand-chose pour promouvoir activement le bilinguisme, note Claudine Brohy. Cela fait longtemps qu’il n’y a plus de germanophones à l’exécutif de la ville. Au législatif, cela va un peu mieux, mais 90 à 95% des interventions se font en français».

La linguiste explique également à swissinfo que, de l’école enfantine à la fin de la scolarité obligatoire, il n’y a quasiment pas de classes bilingues.

L’influence des «secondos»

A ne pas négliger non plus: l’influence des immigrés et surtout de ceux qui ne parlent ni l’allemand ni le français.

«Les Espagnols, les Portugais ou les Italiens envoient de préférence leurs enfants à l’école française, alors que les Turcs et les Balkaniques choisissent plutôt l’école allemande», remarque Iwar Werlen.

«Le niveau d’intégration des immigrés, surtout de ceux venus des Balkans, est très élevé. La seconde génération utilise l’allemand comme première langue, même si ces jeunes parlent encore leur langue maternelle à la maison», ajoute le professeur.

Les germanophones ne parlent pas que l’allemand

Enfin, l’usage du dialecte alémanique ne favorise évidemment pas la communication.

«Les germanophones préfèrent parler le français que le bon allemand. Et les francophones peuvent toujours invoquer l’excuse de ne pas comprendre le dialecte», fait remarquer Claudine Brohy.

Et ceci n’est pas sans conséquences sur la cohabitation dans les deux villes. «A Fribourg, on abordera spontanément une personne dans la rue en français, observe Iwar Werlen. Alors qu’à Bienne, cela ne se fait pas».

Source:

http://www.swissinfo.ch/fre/le-bilinguisme-sous-la-loupe/3825088

Mehrsprachige Schweiz und einsprachige Schweizer?

Die Schweiz war nie einsprachig, auch wenn die alte Eidgenossenschaft hauptsächlich deutschsprachig geprägt war. Aufgrund seiner Lage und Topographie war das Gebiet der heutigen Schweiz schon immer ein Grenz- und Überschneidungsraum unterschiedlicher Sprachgruppen.

Jedoch wächst in der mehrsprachigen Schweiz der grösste Teil der schweizerischen Bevölkerung einsprachig auf. Nur ein Achtel der schweizerischen Bevölkerung ist mehrsprachig aufgewachsen, in dem Sinne, dass vor der Schulzeit eine zweite Sprache erworben wurde. Mehrsprachig wachsen in der Regel Sprecher von Nichtlandessprachen auf. Sie sind auch diejenigen, die im Alltag mehrsprachig kommunizieren müssen.

Der grösste Teil der schweizerischen Bevölkerung erwirbt in der Schule Kenntnisse anderer Sprachen. Der Grad dieser Bildungsmehrsprachigkeit ist recht unterschiedlich. Trotz aller bildungspolitischen Ziele gibt es Schweizer, die keine Kenntnisse in einer anderen Landessprache erworben haben und sich teilweise auch als einsprachig bezeichnen. Ihr Ant il ist bei Angehörigen der beiden grossen Sprachgruppen Deutsch und Französisch bedeutend höher als bei den kleinen Sprachgruppen Italienisch und Rätoromanisch. Zudem zeigen sich auch innerhalb einer Sprachregion deutliche Unterschiede zwischen einzelnen Kantonen. Ein Fünftel der deutsch- und französischsprachigen Schweizer und ein Drittel der italienischsprachigen Schweizer kann als gebildet dreisprachig, ein Zwanzigstel der Deutsch- und Französischsprachigen und ein Viertel der Italienischsprachigen als gebildet viersprachig ( drei Landessprachen und Englisch ) bezeichnet werden. Kenntnisse aller vier Landessprachen sind praktisch nur bei rätoromanischen Sprechern zu finden.

Behinderte Förderung der Mehrsprachigkeit

Erstaunlicherweise spielt die Schweiz praktisch keine Rolle auf dem Gebiet der Fremdsprachdidaktik. Auch um Förderung der Didaktik der für das «Schweizer Modell» ( jeder spricht seine Sprache und versteht die des anderen ) eigentlich besonders wichtigen Verstehenskompetenz hat man sich erst in  en letzten Jahren bemüht. In der Schweiz findet sich zwar eine der wenigen zweisprachigen Universitäten Europas ( Fribourg/ Freiburg ), aber es existieren, abgesehen von der rätoromanischen Schweiz, weder eine Tradition zwei- oder mehrsprachiger Ausbildung noch zumindest umfassende Unterrichtsversuche. Erst in den letzten Jahren sind mehrsprachige Ausbildungsgänge an einzelnen Gymnasien ( zweisprachige Matura ) und an der Universität Freiburg installiert worden und Projekte für mehrsprachige Ausbildungsgänge an Volksschulen vorgelegt worden. Die Realisierung entsprechender Versuche und Ausbildungsgänge wird von Vertretern einer strikten Auslegung des sprachlichen Territorialitätsprinzips bekämpft.

Die einzelnen Sprachgebiete sind aber keineswegs mehr so homogen wie dies der Idee des Territorialitätsprinzips zugrundeliegt. Sie sind als Folge der Einwanderung ausländischer Arbeitkräfte insbesondere in den städtischen Agglomerationen längst mehrsprachig und auch multikulturell geworden. Die offizielle Sprachpoli ik beginnt das erst zu erkennen. Prinzipiell wird erwartet, dass sich auch ausländische Migranten sprachlich assimilieren, wobei dies in sehr unterschiedlichem Masse gefördert wird. Bei Erwachsenen beschränkt sich das Sprachlernen in der Regel auf ungesteuerten Spracherwerb.

Ein Grossteil der Schweizer Bevölkerung lebt einsprachig innerhalb einer Sprachregion. Eine Ausnahme bilden nur die Rätoromanen, die einzigen mehrsprachigen Schweizer. Die schweizerische Mehrsprachigkeit ist für viele Schweizer höchstens im Hintergrund präsent durch mehrsprachige amtliche Veröffentlichungen und Dokumente, durch mehrsprachige Beschriftung vieler Produkte oder durch gelegentlichen Kontakt mit anderssprachigen Schweizern.

Mehrsprachigkeits- und Sprachkontaktsituationen finden wir ( ausserhalb des rätoromanischen Gebietes und der Deutschhochburgen im italienischsprachigen Tessin ) in Zonen entlang der deutsch-französischen Sprachgrenze und in den nahe dieser Sprachgrenze gelegenen, zweisprachigen Städten Freiburg/Fribourg un  Biel/ Bienne. In Einzelfällen ergeben sich diese Situationen durch ( temporäre ) Bildungsmigration, interne Migration oder zweisprachige Partnerschaften.

Auf nationaler Ebene richtet sich die Wahrnehmung eher auf die Konfliktfälle an der Sprachgrenze. Bei einer Betrachtung des alltäglichen Geschehens in den Gemeinwesen entlang der Sprachgrenze zeigt sich, dass bei allen Problemen und Konflikten die Beziehungen zwischen den Sprachgemeinschaften insgesamt doch durch ein «climat de bonne volonté qui règne» gekennzeichnet sind.

Zwei- und Mehrsprachigkeit kein Wert

Erschwerend wirkt sich in den Sprachgrenzzonen wie in allen anderen Sprachkontaktsituationen gelegentlich die Tatsache  aus, dass der Zweisprachigkeit, der Zugehörigkeit zu wei Sprach- und Kulturgemeinschaften, eigentlich kein Wert beigemessen wird und bestimmte Erscheinungsformen der Mehrsprachigkeit eher negativ bewertet werden. So wird das abwechselnde Verwenden zweier Sprachen oft als mangelnde Sprachbeherrschung aufgefasst. Es zeigt sich auch, das  Zweisprachigkeit zu einem Grossteil ausserhalb der Schule erworben wird, ein Hinweis darauf, dass die Schule gerade in Sprachkontaktzonen mehr zur Förderung der Zweisprachigkeit leisten könnte. Eine höhere Bewertung der Zweisprachigkeit könnte das Leben in Sprachkontaktsituationen durchaus erleichtern. Dies gilt nicht zuletzt auch für interne Migranten, die durch den Wechsel in ein anderes Sprachgebiet zu tiefgreifenden Änderungen ihrer sozialen Verhaltensweisen, ihres Sprachverhaltens und ihrer Sprachvorstellungen gezwungen sind, auch wenn sie im gleichen Land bleiben.

Angst vor Verlusten

Die Schweiz gilt als mehrsprachiger Staat mit erstaunlich wenig Sprachkonflikten. Gründe dafür liegen in der historischen Entwicklung, der föderalistischen Struktur und der Tatsache, dass sich politische, konfessionelle und teilweise auch wirtschaftliche Grenzen nicht mit den Sprachgrenzen decken. Die Sprachsituation der Deutschschweiz mit ihrer Nebeneinander von Hochsprache und Dialekt bietet Konfliktstoff wie auch konfli tverhindernde Elemente, ist doch durch sie die grösste Sprachgemeinschaft weniger eine geschlossene, homogene Gruppe und gleichzeitig auch an Sprachanpassung gewöhnt. Dass sich Sprachkonflikte auch in der Schweiz finden, zeigen sprachpolitische Diskussionen über die Erhaltung des Rätoromanischen oder die Angst der italienischsprachigen Schweiz vor dem Verlust ihrer Italianità. Die öffentliche sprachpolitische Diskussion beschäftigt sich aber zur Hauptsache mit dem Verhältnis der deutschen und französischen Schweiz. Der sogenannte sprachliche Graben zwischen Deutsch- und Welschschweiz ist immer wieder ein Thema politischer Diskussion. Auffällig ist, dass gerade führende Sprachpolitiker sich relativ wenig um sprachliche Fakten oder die effektive Sprachsituation kümmern und linguistisch fundierte Stimmen kaum Gehör finden. Die Fixierung des öffentlichen Augenmerks auf diese Sprachgruppengegensätze führt oft dazu, dass die beträchtlichen Unterschiede innerhalb einer Sprachgemeinschaft übersehen werden.

Quelle:

http://www.die-politik.ch/index.php?id=97&L=0&tx_politikarticlefe_pi1%5Barticle%5D=791_mehrsprachige-schweiz-und-einsprachige-schweizer%3F&cHash=f4992fcd59

Video:

http://www.srf.ch/player/tv/srf-wissen/video/25-kantone-vier-sprachen-viele-dialekte?id=5b108f1f-96e9-465c-8d64-0bf286d1a069

Il cervello bilingue

cervelloFunziona meglio il cervello poliglotta

La mamma di Eva è italiana, il papà americano. Eva ha meno di 4 anni, ma già capisce e parla entrambe le lingue dei genitori, anche se ogni tanto fa un po’ di confusione. Eva è di sicuro più fortunata di chi imparerà una seconda lingua sui libri e, stando a una ricerca pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences, il bilinguismo ha altri aspetti positivi: il cervello poliglotta, infatti, “funziona” meglio di quello di chi in tenerissima età impara una sola lingua. Agnes Kovacs e Jacques Mehler, ricercatori del Laboratorio del linguaggio, cognitività e sviluppo della Scuola internazionale superiore di studi avanzati di Trieste, lo hanno dimostrato con una serie di esperimenti su un gruppo di piccoli triestini di appena 7 mesi: alcuni vivono in un ambiente monolingue; in casa di altri si parla l’ italiano e lo sloveno. Così piccoli, già bilingui? «Un neonato di 3 giorni reagisce in modo diverso di fronte a lingue con una ritmica molto dissimile come il francese e il russo; dopo i 4 mesi sa distinguere lingue simili come il francese e l’ italiano – spiega Jacques Mehler -. Abbiamo scelto bambini di 7 mesi perché su di loro gli effetti del bilinguismo non dipendono dal saper parlare due lingue, ma solo dall’ essere stati esposti a più di un idioma». Ebbene, già prima di un anno un bimbo “destinato” a diventare bilingue ha un apprendimento più veloce rispetto a un monolingue, come se il suo cervello fosse più allenato. «I genitori – osserva Mehler – temono spesso che presentare ai figli più di una lingua possa confonderli: i dati dimostrano invece che questo è un vantaggio». «I bambini bilingui non sono più intelligenti, ma focalizzano meglio l’ attenzione sui dettagli importanti, soprattutto in situazioni che richiedono concentrazione e decisione immediata – spiega Antonella Sorace, che ha creato un servizio europeo di informazione sul bilinguismo (www.bilingualism-matters.org.uk) e insegna Sviluppo del linguaggio all’ Università di Edimburgo, in Scozia -. In genere i piccoli poliglotti imparano a leggere prima e apprendono altre lingue più facilmente; inoltre capiscono meglio che gli altri possono avere un punto di vista diverso dal loro. Alcuni dati preliminari indicano perfino che da anziani i bilingui sono più protetti dal declino cognitivo». Ma è un “vero” bilingue solo chi ascolta due lingue fin dalla culla? «Non c’ è un’ età precisa dell’ infanzia oltre la quale non s’ impara più alla perfezione un’ altra lingua, ma esiste una “finestra di opportunità” con la massima potenzialità linguistica – dice Mehler -. Con test specifici riusciamo sempre a distinguere chi è bilingue dalla nascita da chi ha appreso una seconda lingua in età scolare, ma a livello pratico entrambi possono padroneggiarla allo stesso modo. All’ aumentare dell’ età cala però la facilità di apprendimento e dopo i 18 anni è impossibile imparare perfettamente e senza inflessioni un’ altra lingua». Non è detto però che non ci siano benefici anche nel bilinguismo “adulto”. “Stiamo studiando per capire se alcuni vantaggi cognitivi del bilinguismo si ottengano anche imparando una seconda lingua da adulti, quando quasi certamente sono coinvolti meccanismi cognitivi diversi da quelli usati dai bambini» conclude Sorace. Elena Meli * * * Seconda lingua Non basta la scuola straniera I vantaggi del bilinguismo sono allettanti. E se i genitori parlano solo italiano? Secondo Mehler: «A 6 anni, a scuola, con 3 ore di lingua straniera alla settimana, non s’ impara molto; le stesse ore con una babysitter straniera sono più utili. Può servire la scuola materna bilingue, dove si è esposti a un’ altra lingua in età precoce e nell’ interazione sociale». «Libri, giochi, video servono, ma per imparare una lingua contano di più le situazioni che diano la motivazione ad usarla» conferma Sorace.

Fonte:

http://archiviostorico.corriere.it/2009/maggio/03/Funziona_meglio_cervello_poliglotta_co_9_090503119.shtml

Il cervello è più reattivo

ABILI giocolieri, capaci di destreggiarsi fra stimoli diversi scremando senza fatica, in automatico, informazioni rilevanti rispetto al rumore di fondo. Il cervello di chi cresce bilingue ha una marcia in più. Sono diversi gli studi che negli ultimi anni hanno portato prove dei vantaggi che regala apprendere due o più lingue fin da molto piccoli.

L’ultimo, pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Science (Pnas), viene dalla Northwestern University in Illinois: la ricchezza dell’esperienza linguistica dei bilingui ne affina il sistema uditivo e ne migliora l’attenzione e la memoria di lavoro, una sorta di sostegno cognitivo che ci aiuta a svolgere più compiti contemporaneamente.

Viorica Marian ha studiato insieme alla neuroscienziata Nina Kraus le conseguenze del bilinguismo sul cervello, in particolare nelle aree uditive sottocorticali, che ricevono diversi stimoli dalle aree cognitive. Era già noto come lo studio della musica, un arricchimento sensoriale, migliorasse l’elaborazione del suono.

Ora Marian e Kraus, insieme ad altri colleghi, si sono chieste se l’esperienza di parlare più lingue potesse portare a modificazioni nella codifica del suono in aree evolutivamente antiche del cervello, come il tronco cerebrale. E la risposta è stata positiva, fornendo così una prova biologica dell’impatto di questa abilità acquisita sul cervello.

In pratica, nei bilingui cambia il modo in cui il cervello risponde ai suoni. “Si fanno puzzle e parole crociate per mantenere la mente lucida”, ha spiegato la dottoressa Marian, del laboratorio di bilinguismo e psicolinguistica a scienza della comunicazione della Northwestern University. “Ma i vantaggi che abbiamo osservato in chi parla due lingue vengono in automatico, semplicemente per il fatto di conoscere e usare due idiomi”, sottolinea la studiosa. Benefici particolarmente estesi e rilevanti, che riguardano anche la capacità di attenzione, aggiunge Nina Kraus.

Lo studio è stato condotto su adolescenti bilingui, che parlavano inglese e spagnolo, e monolingui, solo inglese, sottoposti ad una serie di test in cui ascoltavano una sillaba, “da”, in condizioni diverse. In una situazione di ascolto non disturbata, le risposte neurali a suoni complessi sono risultate simili per entrambi i gruppi. Ma in presenza di rumori di fondo, il cervello dei bilingui è riuscito a distinguere caratteristiche del suono “sottili”, come la frequenza fondamentale, molto meglio rispetto ai monolingui. Parallelamente, i risultati sono stati migliori anche in compiti che richiedevano attenzione prolungata.

“Nei bilingui l’attenzione si affina grazie all’esperienza e il loro sistema uditivo diventa più efficiente nell’elaborazione automatica dei suoni”, commenta Andrea Marini, docente di Psicologia del linguaggio e della comunicazione all’Università di Udine “e la cosa interessante è che tutto avviene in modo implicito, senza alcuno sforzo”. Una palestra preziosa per il cervello, che rende migliori i risultati anche in compiti che richiedono attenzione sostenuta, non solo uditivi ma anche di tipo visivo.

In sostanza, chi è esposto a più di una lingua si trova fin da subito in una situazione di maggiore difficoltà. “Deve riconoscere fin da piccolo suoni e frequenze diverse, fa più fatica ma affina diverse qualità rispetto a chi non viene messo di fronte a questa prova, come i monolingui”, spiega ancora il professore. Con vantaggi importanti anche rispetto al decadimento delle facoltà cognitive, “come ha dimostrato uno studio canadese del 2010″, ricorda Marini, in cui si evidenziava che il bilinguismo quotidiano, non saltuario, può ritardare la comparsa dei sintomi dell’Alzheimer anche di cinque anni nelle persone anziane”. Risultato non raggiunto da alcun farmaco esistente.

Fonte:

http://www.repubblica.it/scienze/2012/05/02/news/bilinguismo_cervello-34311161/

Video:

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http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-d3f47f35-c0f3-4319-a028-256962564377.html