I Dialetti d’Italia

Dialetto

La lingua del cuore

Di sicuro avete sentito parlare e magari parlate voi stessi un dialetto. Il fatto non è così eccezionale, se si pensa che l’Italia è la nazione europea più ricca di dialetti. Anzi, fino a pochi decenni fa la maggior parte della popolazione italiana sapeva parlare solo il dialetto e non conosceva l’italiano; perfino l’italiano stesso, all’inizio, non era che uno dei tanti dialetti parlati in Italia

Quando sono nati i dialetti e perché si chiamano così?

La storia dei dialetti italiani è, per molti versi, la storia stessa dell’italiano. Infatti, l’italiano deriva dal latino, così come dal latino discendono i dialetti che si parlano in Italia. Inizialmente tutte le lingue derivate dal latino venivano chiamate lingue volgari o semplicemente volgari. La parola volgare vuol dire appunto parlato dal volgo (dal latino vulgus), cioè dal popolo, che ormai non conosceva più il latino. Così il siciliano, il bolognese, il piemontese, il veneziano, il lombardo, che oggi chiamiamo dialetti, all’inizio erano lingue volgari.

Il toscano all’inizio era solo uno dei tanti volgari. L’italiano si chiama così, infatti, solo dal 16° secolo; e con il termine italiano si indica il volgare toscano riconosciuto ormai come lingua di tutta la nazione. Il termine dialetto nasce in questo periodo per distinguere tutti i volgari parlati nelle varie parti del paese dal toscano divenuto nel frattempo l’italiano.

Quanti sono i dialetti in Italia?

Contare i dialetti è veramente difficile, se non impossibile. È difficile da tracciare il confine tra un dialetto e l’altro. Infatti in ciascun paese e in ogni villaggio il dialetto ha spesso caratteristiche che lo differenziano da quello del paese o del villaggio vicino. In genere si fa riferimento a regioni, a province o a grandi città per definire i dialetti. E così parliamo di dialetto calabrese, piemontese o lombardo, milanese, cosentino, e così via. Ma in realtà sono denominazioni molto larghe e imprecise, perché spesso le differenze sono tali che non vi è possibilità di comprensione reciproca perfino all’interno della stessa regione.

Inoltre, i suoni dei dialetti dell’Italia settentrionale, centrale e meridionale possono essere notevolmente diversi tra loro. Parte di questa diversità dipende addirittura dalle lingue che vi erano parlate prima della diffusione del latino. Insomma i conti precisi non si possono fare. Data questa estrema diversità, si può tentare una classificazione dei dialetti? Gli studiosi, pur consapevoli dell’inevitabile imprecisione, hanno proposto una classificazione dei dialetti italiani basandosi più sulle somiglianze che sulle differenze.

Che differenza c’è tra una lingua e un dialetto?

Nemmeno gli studiosi trovano una risposta unica e condivisa sulle differenze tra una lingua e un dialetto. A ogni modo, si può dire che il dialetto potrebbe essere definito come una lingua utilizzata da un gruppo ristretto di persone, in un luogo specifico e che non ha usi ufficiali: si dice che una lingua ha usi ufficiali se è utilizzata nella scuola e nell’amministrazione, per esempio negli uffici pubblici e nei tribunali.

Così, per esempio, se vivete in Puglia e conoscete il dialetto potrete comunicare in dialetto pugliese con altri pugliesi. Ma se parlate con un romano, un veneziano, un marchigiano sarebbe molto difficile comunicare con loro continuando a usare il vostro dialetto. Una differenza evidente consiste dunque nella limitazione territoriale dei dialetti, nel fatto cioè che essi sono limitati a una determinata area geografica, rispetto all’italiano che si parla in tutta la nazione. Altre differenze sono di uso sociale: la scuola, i giornali, la televisione, il cinema, l’amministrazione pubblica usano infatti l’italiano e non il dialetto. Inoltre, chi conosce il dialetto in genere lo adopera molto di più in famiglia e con gli amici, mentre fuori di casa e con gli estranei usa più frequentemente l’italiano.

Continua a leggere:

http://www.treccani.it/enciclopedia/dialetto_%28Enciclopedia_dei_ragazzi%29/

Dialetto oggi in Italia

Chi parla dialetto, con chi, dove e quando, nell’Italia contemporanea? Per rispondere a questa domanda si può partire con l’esaminare gli esiti del sondaggio nazionale più recente sul tema, condotto dall’ISTAT nel 2006 (liberamente consultabile in rete: http://www.istat.it/ ). Confrontandoli con quelli di inchieste precedenti, si rileva innanzitutto, a fronte di un generale consolidamento dell’uso dell’italiano (nel 2006, dichiara di parlare solo o prevalentemente italiano in famiglia il 45,5% degli intervistati, con amici il 48,9%, con estranei il 72,8%), una diminuzione dell’uso esclusivo del dialetto. Diminuisce cioè la percentuale di coloro che dichiarano di usare solo o prevalentemente il dialetto (nel 2006, in famiglia il 26%, con amici il 13,2%, con estranei il 5,4%). Tale decremento è tuttavia parzialmente compensato dall’incremento percentuale di chi dichiara di usare il dialetto alternato o frammisto all’italiano (nel 2006, in famiglia il 32,5%, con amici il 32,8%, con estranei il 19%). Si nota inoltre un lieve rallentamento nella crescita dell’uso esclusivo dell’italiano.

 Alternato o frammisto all’italiano

 L’uso del dialetto differisce poi in relazione alle principali variabili sociali: età, istruzione, sesso (che risulta però la variabile meno influente). Si dimostrano tipicamente più propensi all’uso del dialetto gli anziani, gli incolti, gli uomini; meno i giovani, i colti e le donne. Si riscontrano altresì differenze evidenti in relazione ai domini d’uso. A parità di altre condizioni, il dialetto è usato soltanto raramente con gli estranei e in situazioni pubbliche, sostanzialmente non ricorre in situazioni molto formali, è adoperato di preferenza in famiglia (specie da parte degli anziani) e con amici. Il dialetto, infine, può ritenersi tendenzialmente più vitale in provincia e meno in ambiente urbano.

Se questo è il quadro generale, occorre però sottolineare l’esistenza di forti diversità da regione a regione. Il Nord-Ovest, insieme all’Italia Centrale (andrebbero però considerate a sé le situazioni peculiari della Toscana e di parte del Lazio, in cui la differenza fra italiano e dialetto è sensibilmente meno spiccata che nelle altre regioni), conosce le percentuali più basse di impiego del dialetto, sia in famiglia sia con amici sia con estranei. Le aree più dialettofone sono invece il Sud, le Isole e il Nord-Est; il Veneto, in particolare, si rivela la regione d’Italia in cui l’uso del dialetto è ancor oggi più diffuso.

A ciò si aggiunga che l’uso alternato o frammisto di italiano e dialetto si dimostra in costante crescita in tutte le varie realtà regionali e, rispetto all’uso esclusivo di uno dei due codici, presenta differenze meno sensibili in relazione sia a variabili sociali sia ai diversi domini d’uso.

 Arricchimento, non impedimento

 Rispetto a venti o trenta anni or sono, è poi profondamente cambiato l’atteggiamento della comunità parlante nei confronti del dialetto. Anche per effetto della diffusione sociale ormai fondamentalmente generalizzata dell’istruzione scolastica e della lingua nazionale, oggi il dialetto non è più sentito come la varietà di lingua dei ceti bassi, simbolo di ignoranza e veicolo di svantaggio o esclusione sociale; gli atteggiamenti nei suoi confronti, almeno in molte regioni, non sono più stigmatizzanti com’era ancora pochi decenni or sono. Sapere e usare un dialetto, oggi, è spesso valutato positivamente; rappresenta una risorsa comunicativa in più nel repertorio individuale, a disposizione accanto all’italiano, di cui servirsi quando occorre e specie in virtù del suo potenziale espressivo. Un arricchimento, insomma, e non più un impedimento.

 Dialetto per scherzare, sul web

Connesso con questo cambiamento generale di atteggiamento è il fatto che il dialetto tenda ora a comparire in domini e ambiti d’uso diversi rispetto al passato: tra gli altri, nelle insegne di esercizi commerciali, nella musica giovanile, e marginalmente nei fumetti, nell’enigmistica, nella pubblicità nazionale, ma soprattutto nella comunicazione mediata dal computer. La presenza del dialetto nel web (escludendo i veri e propri siti dialettali, per lo più opera di élites di cultori del dialetto) si manifesta prevalentemente nell’uso alternato o frammisto all’italiano e soddisfa spesso funzioni ludico-espressive; nondimeno, in certi casi ha funzione primariamente referenziale e in altri principalmente valore simbolico, di espressione di un’identità locale e culturale. La comunicazione mediata dal computer, è bene sottolinearlo, rappresenta un nuovo ambito non soltanto d’uso ma, più specificamente, di scrittura del dialetto (con tutte le implicazioni che ne conseguono: le funzioni ludico-espressive sopra menzionate, ad esempio, e specie per certi dialetti, sono in parte connesse proprio allo scrivere una lingua che non si è abituati né a vedere scritta né tanto meno a scrivere).

 Dai nonni ai giovani

 L’uso scritto del dialetto, che non sia per scopi letterari, si riscontra altrimenti quasi esclusivamente presso attivisti di movimenti per la promozione di dialetti locali, talvolta con rivendicazioni ideologico-politiche antiitaliane. Ancorché sporadica, la presenza del dialetto nella comunicazione spontanea in rete è inoltre di particolare interesse poiché coinvolge prevalentemente le giovani generazioni, quelle meno propense alla dialettofonia e allo stesso tempo quelle che giocano il ruolo più cruciale per il futuro del dialetto, e più in generale per le tendenze in atto nella situazione contemporanea. L’acquisizione del dialetto da parte delle giovani generazioni, va ricordato, è avvenuta nella maggior parte dei casi non a livello di lingua materna ma, sia pure in modo frammentario e incompleto, al di fuori del canale generazionale diretto: una funzione importante hanno esercitato i nonni e più in generale l’ambiente circostante, nel quale il dialetto era (ed è ancora) diffusamente presente.

 Schiscià nel sit

 Il dialetto è soggetto inoltre all’influenza della lingua di prestigio con cui è stato per secoli in contatto. Il processo di italianizzazione, di lunga durata, ha iniziato a intaccare la fonetica e la morfosintassi dei dialetti italiani già nel Seicento, per poi arrivare a toccare più vistosamente il lessico. Nell’ultimo cinquantennio, l’influsso dell’italiano sul dialetto pare non avanzare più nelle strutture del sistema linguistico (specie nella morfosintassi), ma progredire più rapidamente e cospicuamente nel lessico. L’apporto lessicale massiccio è certamente da ricondursi al moltiplicarsi di sfere semantiche (quelle della società, tecnica ed economia moderne) per le quali i dialetti mancavano di risorse lessicali proprie (e l’italiano stesso è spesso debitore dell’inglese; v. ad es. per “sito (internet)” il piemontese e lombardo sit, il genovese scitu,il siciliano situ; o i calchi semantici con valore di “cliccare”: sgnaché, lett.“schiacciare”, in piemontese;schiscià, lett.“premere”, in lombardo; piché, lett.“battere, picchiare”, in genovese; ecc.).

 Aggiuntivo e parallelo

 Il dialetto, in conclusione, non mostra segnali evidenti di imminente estinzione, si mantiene anzi stabilmente, soprattutto in alcune regioni, presso certe classi di parlanti e domini d’uso; resiste all’influsso strutturale dell’italiano; e, benché non più indispensabile per i bisogni comunicativi della contemporaneità, risulta funzionale e vitale come varietà aggiuntiva, parallela alla lingua nazionale. Anche in virtù del mutato atteggiamento sociale nei suoi confronti, il dialetto, specie se alternato o frammisto all’italiano, compare anche in ambiti d’uso per i quali fino a qualche tempo fa ne era difficilmente prevedibile l’impiego. Proprio l’uso alternato con l’italiano nello stesso evento comunicativo rappresenta una delle principali tendenze della situazione sociolinguistica contemporanea e pare configurarsi quale la principale forma di vita futura del dialetto.

Fonte:

http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/italiano_dialetti/Cerruti.html

Le principali classificazioni

La classificazione di Graziadio Isaia Ascoli

Il primo ad avanzare (1882-1885) una circostanziata proposta di classificazione fu ➔ Graziadio Isaia Ascoli, il quale nella rivista «Archivio glottologico italiano» da lui stesso fondata elaborò una ripartizione in quattro gruppi, di natura tanto tipologica (sincronica) quanto diacronica. Il criterio di base era infatti la maggiore o minore distanza linguistica rispetto al toscano, considerato come il tipo dialettale meno distaccato dalla comune base latina. Abbiamo così:

(a) dialetti appartenenti a sistemi neolatini «non peculiari» all’Italia, perché, in gran parte, allora, fuori dai suoi confini (dialetti provenzali e franco-provenzali, dialetti ladini centrali e ladini orientali o friulani);

(b) dialetti che si distaccano dal sistema italiano vero e proprio, ma non entrano a far parte di alcun «sistema neolatino estraneo all’Italia» (dialetti gallo-italici – distinti in ligure, ‘pedemontano’, cioè piemontese, lombardo ed emiliano – e dialetti sardi);

(c) dialetti che «si scostano, più o meno, dal tipo schiettamente italiano o toscano, ma pur possono formare col toscano uno speciale sistema di dialetti neo-latini» (veneziano, corso, dialetti dell’Umbria, delle Marche e della provincia romana, dialetti di Sicilia e delle «provincie napolitane»);

(d) il toscano e il «linguaggio letterario degli Italiani».

Lo schizzo ascoliano, per precisione e sintesi, conserva ancora oggi gran parte della sua validità, anche se, inevitabilmente, mancano alcune questioni di dettaglio nonché i risultati che, di lì a qualche decennio, sarebbero stati raggiunti con l’analisi delle carte degli atlanti linguistici.

La classificazione di Clemente Merlo

Nel 1924, sul primo numero della sua nuova rivista «L’Italia dialettale», Clemente Merlo propose uno schema classificatorio che, oltre a tener conto delle caratteristiche (soprattutto fonetiche) delle parlate delle varie zone, chiamava in causa il concetto di ➔ sostrato. Secondo Merlo, cioè, il principale fattore alla base dell’odierna ripartizione dialettale era l’influsso esercitato sul latino dalle lingue dell’Italia antica. I gruppi principali definiti dal Merlo sono quindi tre:

(a) dialetti settentrionali (di sostrato celtico), che includono i gallo-italici di Ascoli, più il veneziano;

(b) dialetti toscani (di sostrato etrusco);

(c) dialetti centro-meridionali (di sostrato italico o umbro-sannita).

A parte stanno i dialetti sardi, a sostrato mediterraneo, e quelli della Corsica, che lo stesso sostrato distanzia dai toscani; ai dialetti ladini (che includono i friulani), anch’essi gruppo a sé, Merlo associa il dalmatico dell’isola adriatica di Veglia, che ai tempi di Ascoli non era ancora stato descritto (e che è ormai estinto da oltre un secolo). E sono ancora i sostrati a spiegare le differenze fra il veneziano (a sostrato venetico) e il lombardo, fra il ligure (a sostrato antico ligure) e il piemontese, e fra il siciliano, il calabrese e il pugliese (a sostrato mediterraneo) e il resto del Mezzogiorno.

Questo schema aveva certamente un’impostazione a volte troppo rigida e meccanica e soffriva di alcune ingenuità, ma ha il merito di mettere a fuoco importanti elementi di continuità che nella classificazione ascoliana erano appena accennati. Da esso, inoltre, si ricava che possono essere fondatamente ricollegati al sostrato non solo singoli tratti fonetici, lessicali, ecc., ma anche fatti di altra natura, come i rapporti di tipo geolinguistico (➔ geografia linguistica) e, più precisamente, il fatto che, sotto forma di area dialettale, sussista un antico ‘spazio storico’.

La classificazione di Gerhard Rohlfs

E fu proprio la geolinguistica a offrire il criterio applicato da Gerhard Rohlfs, che, nel 1937, sfruttava appieno la sua lunga esperienza di raccoglitore per l’AIS (➔ atlanti linguistici) e l’analisi approfondita delle sue carte. Sulla base dei dati dell’AIS, Rohlfs individuava i due principali ‘spartiacque’ linguistici della penisola: la linea La Spezia-Rimini e la linea Roma-Ancona (➔ isoglossa; ➔ aree linguistiche; ➔ confine linguistico). Il primo di questi confini, la linea La Spezia-Rimini (che ai margini si spinge anche più a Sud), riunisce i limiti meridionali dei principali tratti linguistici dell’Italia del Nord (e del romanzo occidentale), separandola dalla Toscana; mentre nel secondo, la linea Roma-Ancona, confluiscono i limiti settentrionali dei tratti linguistici più tipici del Centro-Sud, che a sua volta viene così distinto dall’area toscana o toscanizzata (cfr. § 2).

Entrambi i confini non hanno solo valore linguistico, ma coincidono con fattori geografici e storici. La linea La Spezia-Rimini corrisponde alla catena dell’Appennino tosco-emiliano, che, essendo impervia nel suo tratto centrale, fu nella storia la frontiera settentrionale dell’Etruria verso i territori di etnia celtica del Nord Italia e, nella tarda antichità, quella fra l’Italia cosiddetta annonaria (con capitale Milano) e l’Italia suburbicaria (con capitale Roma). La stessa linea, nel medioevo, separava i territori bizantini dell’arcidiocesi di Ravenna da quelli dell’arcidiocesi di Roma. La linea Roma-Ancona, corrispondente per buona parte al corso laziale e umbro del Tevere, fu invece, nell’antichità, la frontiera fra Etruschi (a ovest) e Italici (a est) e, nel medioevo, fra il Patrimonium Petri e i territori longobardi.

La classificazione di G.B. Pellegrini

L’adozione dell’italiano come riferimento, unico possibile criterio di distinzione fra il vasto insieme definito italo-romanzo e gli altri gruppi neolatini, è stato ripresa, nel 1975, da Giovan Battista Pellegrini, come base per la sua proposta di classificazione in cinque sistemi (italiano settentrionale, friulano o ladino-friulano, toscano o centrale, centro-meridionale, sardo), sulla quale oggi converge, pur con qualche differenza, la maggior parte degli studiosi (per approfondimenti e dettagli si rinvia alle voci sulle singole aree linguistiche).

Continua a leggere:

http://www.treccani.it/enciclopedia/dialetti_%28Enciclopedia_dell%27Italiano%29/

Intervista

Lingua o dialetti?

In Italia da molti anni è in corso un acceso dibattito fra i fautori dei dialetti e chi li avversa. Diciamo subito che dal punto di vista linguistico i dialetti italiani e la lingua nazionale sono sullo stesso piano: entrambi hanno avuto la stessa ’nobile’ origine, cioè il latino. Non è vero che i dialetti sono una corruzione dell’italiano. È vero invece che italiano e dialetti hanno un diverso ruolo sociolinguistico: il primo è la lingua della comunicazione all’interno della Repubblica Italiana (e della Repubblica di San Marino e nel Canton Ticino elvetico); i secondi hanno uso più limitato, in qualche caso si limitano all’uso familiare.

Perché il toscano ha avuto più fortuna?

Perché ragioni culturali, storiche, economiche ecc. hanno fatto sì che la formidabile produzione letteraria del Trecento (Dante, Petrarca e Boccaccio) sviluppatasi in Toscana venisse diffusa in gran parte della Penisola. Così autori non toscani quali il napoletano Sannazzaro e l’emiliano Boiardo scrissero in toscano.

Poteva andare diversamente?

Probabilmente sì. Se, ad esempio, la stessa sorte fosse toccata alla Scuola poetica siciliana (sec. XII), noi oggi forse parleremmo una lingua con caratteristiche siciliane. Ma è un gioco della fantasia!

Allora non si è trattato di un’imposizione?

A differenza di ciò che è accaduto in Francia o in Inghilterra l’italiano si è diffuso senza l’appoggio di un apparato statale fino almeno all’unità d’Italia. Del resto i precedenti interventi dei vari stati italiani tendevano a operare scelte politiche nell’ambito amministrativo con scarsissima incidenza sulla popolazione quasi completamente analfabeta (l’80% circa al momento della formazione dello Stato unitario).

Si può dire che il piemontese, il marchigiano, il napoletano ecc. sono lingue?

Sì e no per le ragioni anzidette. Bisogna tuttavia tener presente che chi oggi sostiene tale affermazione lo fa come reazione a un periodo di grande disprezzo per i dialetti a tal punto che aborrisce l’uso dello stesso termine “dialetto”. È significativo che anche nell’ambito del linguaggio ufficiale dell’Unione Europea si parli esclusivamente di lingue minoritarie, meno diffuse, regionali ecc.

Qual è l’origine dei dialetti italiani?

Con la conquista romana il latino si è diffuso in mezza Europa e soprattutto nel bacino del Mediterraneo sovrapponendosi alle lingue parlate in precedenza da quelle popolazioni. Dalla commistione di questi elementi e da quelli derivanti dalle successive invasioni barbariche si sono generati i vari dialetti d’Italia. Altre teorie più recenti sostengono che il padre di tutti i dialetti non sarebbe il latino della romanizzazione ma il latino parlato prima di Roma durante un fase di latinizzazione verificatasi nelle regioni in cui i latini e altri popoli italici avrebbero soggiornato prima di fermarsi nelle zone che storicamente conosciamo. Ciò sarebbe confermato dalle grandi aree dialettali attuali che coincidono con frontiere di antiche culture dell’Italia preistorica, come è dimostrabile con dati linguistici e archeologici.

Ma tutti i dialetti italiani hanno come antenato il latino?

No. I dialetti tedeschi di alcuni comuni attorno al Monte Rosa (alemanni) di tredici comuni veronesi e di sette vicentini (cimbri), di alcuni comuni friulani (carinziani), dei sud-tirolesi, dei mocheni (bavaresi) e così i dialetti sloveni del Friuli Venezia Giulia, quelli croati del Molise, quelli grecanici (o grichi) del Salento e dell’estremità meridionale della Calabria e quelli albanesi diffusi in gran parte dell’Italia centro meridionale e in Sicilia hanno padri diversi dal latino.

Quali sono i gruppi in cui si suddividono i dialetti italiani?

Una prima grande suddivisione è quella che, seguendo la linea La Spezia-Rimini separa i dialetti settentrionali da quelli centro meridionali: i primi infatti appartengono alla Romània occidentale, i secondi alla Romània orientale, l’altra grande distinzione che interessa l’Europa latinizzata. Nell’Italia settentrionale procedendo da ovest verso est si hanno i dialetti gallo-romanzi (occitani e francoprovenzali), i dialetti gallo-italici (piemontese, lombardo, ligure, emiliano, romagnolo), veneti, ladini, friulani, toscani, centro-meridionali (umbro, marchigiano, abruzzese, molisano, pugliese, campano, lucano, salentino, calabrese, siciliano) e il sardo.

Fonte:

http://www.atlantelinguistico.it/dialetti/Intervista.html

Mappa dei dialetti italiani:

http://www.zingarate.com/destinazioni/news-lowcost/mappa-dialetti-in-italia-ed-europa.html

https://i0.wp.com/www.zingarate.com/pictures/20140702/mappa-dialetti.png

Spot Rai per l’Unità d’Italia: ”Offendono i dialetti”

Video:

https://galdomara.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=2035&action=edit

“Lo spot che celebra i 150 anni dell’unità d’Italia demonizzando i dialetti è un’offesa alla cultura italiana e alla tradizione linguistica del nostro Paese” dice l’associazione ‘Forche Caudine’, lo storico circolo romano che raccoglie l’emigrazione molisana. Il filmato che ha scatenato la polemica, legato anche alla campagna per il rinnovo del canone di abbonamento, presenta una serie di personaggi contemporanei (da una vigilessa ad un calciatore durante un’intervista) che parlando in dialetto si rendendo incomprensibili agli interlocutori

“I dialetti, per quanto meno usati, rappresentano un punto fermo del nostro patrimonio culturale immateriale. Demonizzarli equivale al ripudio della tradizione e quindi, paradossalmente, alla idea stessa di Italia come frutto dell’unità di identità diverse”, dicono dall’associazione.

Poi c’è l’assessore veneto Roberto Ciambetti (Lega Nord) che rilancia  l’obiezione al pagamento: “Penso che la Regione potrebbe intervenire perchè quelle pubblicità non vengano messe in onda – ha spiegato Ciambetti -: insultano i valori del regionalismo, di quel regionalismo in cui credevano gli stessi padri costituenti e che viene riaffermato come tratto ineludibile nel progetto federale, dove ciascun popolo, ciascuna cultura locale, ciascuna identità trovano legittimo ruolo”.

Fonte:

http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/spot-rai-per-l-unita-d-italia-offendono-i-dialetti/58132/57103

Serie di video:

Serie di video (Svizzera):

Video:

http://www.deejay.it/video/tutti-i-dialetti-ditalia/330617/

Video:

http://www.raiscuola.rai.it/articoli/i-dialetti-italiani/4469/default.aspx

Video:

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