Le Origini della Lingua Italiana

storia lingua italianaLe origini e i primi documenti dell’italiano

L’italiano, come detto, si evolve direttamente dal latino volgare, da non confondersi col latino classico (tipico di Cicerone per esempio), ed infatti la maggioranza delle parole deriva proprio dalla lingua dei romani. L’area in cui si sono sviluppate le lingue figlie del latino viene chiamata Romània, da non confondersi con lo stato rumeno.

Tutto ciò è importante perché alla base della scoperta delle origini di una lingua, è d’obbligo la comparazione fra i vari sviluppi che il latino volgare ha succeduto. Per cui se in una fase primaria l’italiano più era reso magis sia in Iberia, Gallia, Italia e in Dacia, le trasformazioni porteranno in ordine a mas, plus, più e mai. Uno dei documenti più importanti che ci attesta le neoformazioni dal latino volgare verso una nuova lingua è la cosiddetta Appendix Probi redatta molto probabilmente da un grammatico tardo antico chiamato Valerio Probo: in questa Appendix Probi viene stilata una lista di 227 parole o grafie non corrispondenti alla forma reale e cosiddetta di buona norma e dunque è fondamentale osservare come fra il IV d.C. e il VI secolo d.C. (è attribuita sì a Valerio Probo, ma con scarse certezze) già si effettuassero studi di cambiamenti linguistici importanti. Vedi tabella.

L’errore divenne quindi lentamente nei secoli la norma per tutti i parlanti, e questo, è un pericolo per tutte le lingue vive nel mondo. L’Appendix Probi in ultima analisi è un buon monito a mantenere sempre un uso corretto di una lingua, per non diventare dei parlanti di una lingua standard in via d’estinzione.

La genesi di una nuova lingua è tuttavia cosa lunga e complessa: l’italiano per esempio, va ricondotto a diversi passaggi storici. Nel 489 d.C. entrarono nella penisola gli Ostrogoti guidati da Teodorico ed è in questi anni che ci fu l’introduzione della lingua gotica tramite la traduzione della Bibbia da parte del vescovo Ulfila: ancora oggi nel nostro vocabolario, sono presenti diverse parole di origine gotica come astio, bega, melma, stronzo, strappare, ecc.

L’invasione dei longobardi nel 568 d.C. fu segnata da fatti d’arme e di integrazione difficile e anche da parte di questi ci fu una trasmissione di lemmi molto importanti: panca, scranna, scaffale, federa, gruccia, palla, ecc. sono tutti termini di origine longobarda.

L’insediamento dei franchi ebbe un carattere diverso da quello di goti e Longobardi, in quanto ci fu l’insediamento di una certa élite di nobili al potere militare e civile. In questo caso una delle difficoltà più grandi nel trovare le parole di origine franca è quella di non cadere nell’errore di intravedere nei prestiti più avanti nei secoli della lingua d’oc quelli franchi. Sono probabilmente da considerare franchismi termini come biondo, dardo, guanto, usbergo, ecc.

La via di transizione fra il latino classico/volgare e la nuova lingua romanza era il latino medioevale usato frequentemente nei documenti notarili e ufficiale, ma anche in testi letterari scritti per esempio da Isidoro di Siviglia e dallo stesso Dante. Quando il latino volgare riuscì a permeare nel latino medioevale questa fusione diede vita alla lingua romanza arcaica. Prima di analizzare i primi documenti considerati in italiano volgare è doveroso dire che questi testi furono, molto probabilmente, totalmente il frutto della casualità e dell’improvvisazione testuale. Infatti, chi ha redatto il documento a breve in questione, voleva realmente scrivere in italiano o in latino? Per quanto riguarda la nascita del primo testo francese, che fu il Giuramento di Strasburgo dell’842, non abbiamo dubbi che esso fu scritto intenzionalmente per via della sua ufficialità che non lascia spazio a fraintendimenti.

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Dante perde la paternità: la lingua italiana è nata in Sicilia

Il ritrovamento di alcune poesie della scuola siciliana in una biblioteca lombarda da parte del ricercatore Giuseppe Mascherpa riporta in primo piano il dibattito sulle reali origini della lingua italiana. Il tema è riproposto da Cesare Segre in un articolo sul Corriere della Sera del 13 giugno, che sottolinea come proprio al «cambiamento di prospettiva» nella ricerca sia dovuto l’improvviso rivelarsi, negli ultimi tempi, di manoscritti duecenteschi in luoghi fino ad ora insospettabili. Ne è esempio la scoperta di almeno quattro testi poetici siciliani sul verso di pergamene recanti sentenze di condanna di esponenti di grandi famiglie guelfe per violazioni di norme sui tornei. A quei tempi, si sa, i notai erano spesso poeti, e riempivano in tal modo gli spazi bianchi, al fine di impedire che ci fossero aggiunte illecite a margine degli atti.
Si tratta di frammenti di poesie importanti, ascrivibili tra gli altri ad autori come Giacomo da Lentini, ‘il Notaro’ fondatore della Scuola, e addirittura a Federico II, l’imperatore-poeta che ne fu il geniale promotore. Avvenuta nel cruciale ventennio 1270-1290, la trascrizione induce a ipotizzare l’esistenza di un piccolo canzoniere di liriche della Scuola siciliana, circolante in Lombardia in quegli anni. E va ad aggiungersi al recente ritrovamento di un altro manoscritto mutilo, rinvenuto da Luca Cadioli nella soffitta di una dimora nobiliare milanese, che contiene l’unica fedele traduzione dal francese del Lancelot du lac, il famigerato romanzo sugli amori di Lancillotto e Ginevra, ricordato da Francesca da Rimini nel canto V dell’Inferno.
Adesso come allora, ancora una volta per noi, «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse»: questi ritrovamenti suonano come una convalida dell’originale idea che la nostra lingua nasca agli inizi del Duecento dalla rivolta dei poeti siciliani contro il latino ecclesiastico, sviluppata nel 2011 nel saggio L’ombra di Cavalcanti e Dante (L’Asino d’oro edizioni).

Le trascrizioni dei siciliani sono interessanti soprattutto perché lasciano intravvedere l’originale veste linguistica delle liriche, finora perduta tranne che in un singolo caso, e sono antecedenti alla versione toscanizzata attraverso cui le conosciamo. Se ne ricostruisce, è quanto qui ci importa dedurre, il panorama di una cultura letteraria laica, diffusa nel Duecento nella penisola italiana ben al di là di quanto lo schema tradizionale lasci immaginare.
Si intacca in questo modo una consolidata ricostruzione storica che fa dei toscani, all’indomani della caduta degli Svevi e del partito ghibellino a Benevento (1266), i soli eredi della poesia siciliana. E in effetti viene subito in mente che l’Italia settentrionale accolse catari e trovatori in fuga, all’indomani della feroce crociata albigese che disperse la civiltà della vicina Provenza. E che nell’Italia settentrionale persisteva una diffusa tradizione di cantari francesi d’amore e d’avventura che, ripresa felicemente nella Ferrara quattrocentesca dall’Orlando innamorato di Boiardo, fu poi riportata nel Furioso di Ariosto alla norma anche linguistica del fiorentino canonizzato nel 1524 dal cardinale Pietro Bembo.
La reazione della Chiesa contro la magnifica fioritura laica del Duecento fu infatti durissima, se ancora nel febbraio del 1278 nell’Arena di Verona un immane rogo arse gli ultimi 166 catari, e nel 1285 fu assassinato il filosofo parigino Sigieri di Brabante. Scomunicato e condannato a morte, attendeva il perdono papale nella curia di Orvieto, dove si era rifugiato dopo che nel 1277 il vescovo di Parigi Tempier aveva giudicato eretiche le proposizioni dell’averroismo latino che avevano animato, col De amore di Andrea Cappellano, la poesia delle origini fino allo Stilnovismo di Guinizzelli e Cavalcanti. Il delitto certo non passò inosservato negli ambienti Stilnovisti. Così nell’ultimo decennio del Duecento venne la conversione di Dante dall’amore per la donna all’amore per Dio, che procede per tappe successive dalla Vita Nova attraverso il Convivio fino alla Commedia. Venne, nell’anno 1300 in cui si colloca il viaggio oltremondano della Commedia, l’esilio da Firenze firmato da Dante e la precoce morte di Cavalcanti.

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