L’Europa e le lingue

 

Perché una Giornata europea delle lingue?

Non ci sono mai state molte opportunità di lavoro o studio in un altro paese europeo – ma la mancanza di competenze linguistiche impedisce a molti di approfittare di queste possibilità.

La globalizzazione e le nuove esigenze delle imprese fanno capire che i cittadini hanno sempre più bisogno di conoscere lingue straniere per lavorare efficacemente nei rispettivi paesi. L’inglese da solo non basta più.

In Europa si parlano numerosissime lingue – ci sono oltre 200 lingue europee e molte altre ancora che sono parlate dai cittadini la cui famiglia d’origine proviene da altri continenti. Questa è una risorsa importante per essere riconosciuto, utile e stimato.

L’apprendimento delle lingue porta benefici ai giovani e ai meno giovani – non si è mai troppo vecchi per imparare una lingua e godere delle opportunità che essa offre. Anche se si conosce solo qualche parola della lingua del paese che si visita (per esempio in vacanza), questo vi permette di instaurare nuove amicizie e avere nuovi contatti.

Imparare le lingue degli altri popoli è un modo di aiutarci a comprendere meglio la loro cultura ma anche superare le nostre differenze culturali.

Le competenze linguistiche sono una necessità e un diritto per tutti – questo è uno dei messaggi principali della Giornata europea delle lingue.

Gli obiettivi generali sono quelli di sensibilizzare su:

  • la ricchezza della diversità linguistica dell’Europa, che deve essere preservata e valorizzata;
  • la necessità di diversificare la gamma di persone che imparano le lingue (comprese le lingue meno diffuse), che si traduce in plurilinguismo;
  • la necessità per le persone di sviluppare un certo grado di conoscenza di due lingue o più per essere in grado di svolgere appieno il loro ruolo nella cittadinanza democratica in Europa.

… Il Comitato dei Ministri ha deciso di dichiarare una Giornata europea delle lingue da celebrare il 26 settembre di ogni anno. Il comitato ha raccomandato che la Giornata deve essere organizzata in modo decentrato e flessibile secondo i desideri e le risorse degli Stati membri, che, così facendo consentirebbe loro di definire meglio i propri metodi, e che il Consiglio d’Europa proporrà un tema comune di ogni anno. Il Comitato dei Ministri invita l’Unione europea ad aderire al Consiglio d’Europa in questa iniziativa. C’è’da sperare che la Giornata sarà celebrata con la collaborazione di tutti i partner interessati. Decisione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, Strasburgo (776 meeting – 6 dicembre 2001)

Fonte:

http://edl.ecml.at/Home/WhyaEuropeanDayofLanguages/tabid/1763/language/it-IT/Default.aspx

Le famiglie delle lingue

Le lingue sono imparentate come i membri di una famiglia. La maggior parte delle lingue Europee possono essere raggruppate, a causa delle origini comuni, in un unico gruppo: la grande famiglia linguistica Indo – Europea. Le famiglie in Europa che contano più lingue-membro e che sono più parlate sono le lingue germaniche, le lingue romanze e le lingue slave. La famiglia linguistica germanica ha un ramo nordico al quale appartengono il danese, il norvegese, lo svedese, l’islandese e il faroese; un ramo occidentale al quale appartengono il tedesco, l’olandese, il frisone, l’inglese e lo yiddish. La famiglia delle lingue romanze ha come membri il rumeno, l’italiano, il corsico, lo spagnolo, il portoghese, il catalano, l’occitano, il francese, il romancio, il ladino e il sardo. Alla famiglia delle lingue slave appartengono lingue come il russo, l’ucraino, il bielorusso, il polacco, il sorbian, il ceco, lo slovacco, lo sloveno, il serbo, il croato, il macedone e il bulgaro. Tra la famiglia celtica ci sono l’irlandese, il gaelico scozzese, il gallese e il bretone, con il ritorno di movimenti per il Cornish e Manx. Alla famiglia Baltica appartengono il lettone e il lituano. Famiglie separate solo con un membro sono il greco, l’albanese e l’ armeno. Il basco è un caso eccezionale, perché non appartiene alla famiglia Indo – Europea e le sue origini sono sconosciute. Anche altre famiglie linguistiche hanno membri in Europa. A nord incontriamo le lingue uraliche: il finlandese, l’estone, l’ungherese, alcune lingue Lapponi, e altre lingue della parte settentrionale della Federazione Russa non molto conosciute come Ingriano o Kareliano. Nel sud-est incontriamo rappresentanti delle lingue Altaiche, in particolare il turco e l’azero. Le lingue della famiglia caucasica si parlano in una piccola e compatta zona tra il Mar Nero e il Mar Caspio, e comprende circa 40 membri, tra loro il georgiano e Abkhaza. La famiglia afro – asiatica include il maltese, l’ebraico e il berbero. Tutte queste lingue usano un piccolo numero di caratteri alfabetici. La maggior parte delle lingue usa l’alfabeto romano (o latino). Il russo e alcune altre lingue slave usano il cirillico. Il greco, lo yiddish, l’armeno e il georgiano hanno il loro proprio alfabeto. Lingue non – europee che si usano molto nella regione di Europa sono l’arabo, il cinese e l’hindi, ognuna con il suo sistema di scrittura.

Fonte:

http://edl.ecml.at/Home/Thecelebrationoflinguisticdiversity/tabid/2972/language/it-IT/Default.aspx

Le lingue dell’Europa

È difficile dire quante lingue si parlano al mondo. Questa affermazione spesso sorprende chiunque non si dedichi alla linguistica, eppure è proprio così. Naturalmente, in Europa succede lo stesso e non c’è da meravigliarsi.

Nel continente europeo ci sono lingue che erano quasi scomparse e che ultimamente hanno ripreso vigore (come il tataro di Crimea, parlato da un popolo che ha subito la deportazione); lingue che arrivano con le persone che le parlano (come il cinese); lingue che, per volontà della società che ne fa un elemento di identificazione e di coesione sociale, nascono da altre già esistenti (come il lussemburghese, che in origine era una variante del tedesco); e lingue che vogliono resuscitare (come il cornico). Purtroppo, ci sono anche lingue che scompaiono (come l’aragonese). Per tutto ciò, è difficile dire quante lingue si parlano in Europa.

Possiamo comunque considerare che il numero di lingue parlate nel continente europeo, dall’oceano Atlantico alla catena degli Urali – esclusa, però, la catena del Caucaso – è di circa settanta, senza contare le varie lingue dei segni delle diverse comunità di sordi né tutte le lingue che usano quotidianamente i nuovi europei venuti da ogni parte del mondo.

La maggior parte di questa settantina di lingue appartiene alla famiglia indoeuropea; questo vuol dire che hanno un’origine comune e che quindi si assomigliano, sebbene a volte tali somiglianze – tra l’italiano e lo svedese, per esempio – possano essere rilevate solo dagli specialisti, perché non sono affatto evidenti a prima vista. In Europa si parlano anche lingue della famiglia uralica (come il finlandese, l’estone, il sami o l’ungherese) e di quella altaica (come il turco e il tataro); e, ancora, una lingua della famiglia afroasiatica – il maltese, imparentato con l’arabo – e una lingua che non appartiene ad alcuna famiglia nota: il basco.

In Europa sono indoeuropee le lingue baltiche (il lettone e il lituano), celtiche (come il gaelico irlandese, il gallese o il bretone), slave (come il russo, il polacco, il sorabo o il macedone), germaniche (come l’inglese, il tedesco, il frisone o l’islandese) e romanze (come l’italiano, lo spagnolo, il catalano, il rumeno o l’occitano), e anche il greco, l’albanese e il rom, la lingua indoiranica parlata da tanti zingari europei.

Nel corso della storia, le lingue europee hanno preso in prestito vocaboli l’una dall’altra (e anche, ovviamente, da lingue di altri continenti), stabilendo una feconda interrelazione. Così, solo a titolo d’esempio, dal turco sono passati ad altre numerose lingue europee vocaboli quali havyiàr (‘caviale’) e yoğurt (‘yogurt’). Il termine sauna, presente in molte lingue, viene dal finlandese.

La principale sfida che oggi devono affrontare le società europee è quella di conservare la diversità linguistica che, senza mai entrare in contraddizione con la notevole unità culturale, hanno sempre sviluppato; insieme alle lingue dell’immigrazione, attualmente di così grande importanza. Ciò significa trovare formule di comunicazione sovranazionale che non favoriscano l’egemonia di alcuna lingua, e al tempo stesso dare vigore a tutte le lingue del continente che, per motivi economici o politici, si trovano in una situazione di debolezza che minaccia la loro stessa sopravvivenza.

Fonte:

http://www10.gencat.cat/casa_llengues/AppJava/it/diversitat/diversitat/llengues_europa.jsp

Il multilinguismo nell’UE

L’Unione europea incoraggia il multilinguismo, concetto che si riferisce sia alla capacità del singolo di usare più lingue, sia alla coesistenza di differenti comunità linguistiche in una determinata area geografica. La lingua è l’espressione più diretta della cultura di un popolo; essa è ciò che ci rende cittadini di uno stato e che ci conferisce un senso di identità.  Al tempo stesso, le lingue possono servire da ponte verso altre persone e dare accesso ad altri paesi e culture promuovendo la comprensione reciproca.

Attualmente le lingue ufficiali dell’Unione Europea sono 23 (sebbene esistano più di 60 lingue autoctone e dozzine di lingue non autoctone parlate da comunità di migranti) in rappresentanza dei 27 Stati membri. Ciascuno Stato membro, al momento di entrare nell’UE determina quale o quali lingue desidera siano dichiarate lingue ufficiali dell’Unione. L’Unione europea utilizza, dunque, le lingue scelte dagli stessi governi nazionali, e non un’unica lingua franca o un numero ridotto di lingue scelte arbitrariamente ed incomprensibili alla maggioranza dei cittadini dell’Unione.

Il trattato istitutivo dell’Unione europea stabilisce che ogni cittadino dell’Unione possa scrivere alle istituzioni europee in una delle lingue ufficiali ed averne una risposta nella medesima lingua e che tutti i documenti ufficiali vengono redatti in tutte le lingue ufficiali dell’Unione, al fine di garantirne la comprensibilità.

Il multilinguismo rientra tra i principi fondamentali dell’UE, sin dall’inizio del processo di integrazione, in quanto la coesistenza armoniosa di molte lingue è riconosciuta come valore fondamentale dell’UE dal Trattato di Lisbona che rispetta la ricchezza rappresentata dalla diversità culturale e linguistica e vigila sulla tutela e sullo sviluppo del patrimonio culturale europeo, in coerenza con quanto stabilito dall’art.  22 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.  L’articolo 21 della Carta vieta qualsiasi forma di discriminazione fondata su numerosi motivi, compresa la lingua.

La politica ufficiale di multilinguismo dell’UE voluta , espressamente voluta come strumento di governo, è unica al mondo e persegue tre obiettivi distinti:

  • incoraggiare l’apprendimento delle lingue e promuovere la diversità linguistica nella società;
  • favorire un’economia multilingue efficiente;
  • dare ai cittadini un accesso alla legislazione, alle procedure e alle informazioni dell’Unione europea nella loro lingua.

Per l’Unione europea, l’uso delle lingue dei suoi cittadini è uno dei fattori che contribuiscono a renderla più trasparente, legittima ed efficiente, oltre a dare un valido contributo alla competitività dell’economia europea.

Nel 2002, a Barcellona, i capi di Stato e di governo si sono posti come obiettivo comune l’insegnamento di due lingue straniere, fin dall’infanzia, a tutti i cittadini. L’obiettivo, detto “di Barcellona” (“lingua materna più due”) segna il passaggio da una politica mirante semplicemente a preservare le lingue ad una politica che si propone di svilupparne attivamente le potenzialità.

Fondamentali, per comprendere l’impegno costantemente profuso dalla Commissione europea in questo settore specifico, sono il programma per l’apprendimento permanente ed una serie di iniziative politiche, come la comunicazione “Multilinguismo: una risorsa per l’Europa e un impegno comune“, adottata nel settembre 2008. L’approccio politico perseguito dalla Commissione prevede la partecipazione attiva di tutti i propri servizi e degli Stati membri. Oltre ad organizzare conferenze, seminari e campagne d’informazione, l’esecutivo Ue commissiona studi e controlla l’evoluzione delle politiche e la loro attuazione.

Fin dall’inizio del suo precedente mandato (2005 – 2009), la Commissione presieduta da Josè Manuel Barroso ha riconosciuto l’importanza di questa singolare politica linguistica, nominando un difensore della sua causa al più alto livello: il commissario Leonard Orban, che è stato competente per il multilinguismo a partire dal 1° gennaio 2007.

Attualmente, in seguito alla rinnovata composizione dell’esecutivo dell’Unione (sempre presieduto dal portoghese José Manuel Barroso), in carica per il periodo 2007 – 2013, il multilinguismo costituisce un nuovo portafoglio, accorpato a Cultura e Istruzione, Cultura e Gioventù ed affidato al commissario cipriota Androulla VASSILIOU.

L’impegno assunto dal nuovo commissario sul fronte del multilinguismo è sintetizzato nella seguente dichiarazione:” Nel mio ruolo di commissaria per Istruzione, cultura, multilinguismo e gioventù, darò priorità alle azioni con cui possiamo portare benefici concreti ai cittadini e contribuire a un’Europa migliore. Sapere le lingue è utile sia nella vita sociale che in quella personale, apre la mente e aiuta a capire la diversità culturale, che è parte integrante della ricchezza dell’Europa. Dobbiamo sostenere non solo le 23 lingue ufficiali dell’UE, ma anche le sue 60 lingue regionali e minoritarie. Uno dei miei impegni principali sarà promuovere l’apprendimento delle lingue fin dalla più giovane età: bisogna che ogni cittadino europeo parli almeno due lingue straniere in aggiunta alla propria. La conoscenza delle lingue migliora le prospettive di lavoro, la comunicazione e l’intercomprensione, in Europa e nel mondo.”

Fonte:

http://www.europedirectfrosinone.it/index.php?option=com_content&view=article&id=11&Itemid=11

Multilinguismo: la sfida quotidiana per gestire la babele europea

Bulgaro, ceco, danese, estone, finlandese, francese, greco, inglese, irlandese, italiano, lettone, lituano, maltese, olandese, polacco, portoghese, rumeno, slovacco, sloveno, spagnolo, svedese, tedesco, ungherese. Ormai è un lavoraccio anche solo elencarle tutte. Pensate come può essere tradurre, ogni giorno, in ognuna delle 23 lingue ufficiali dell’Unione europea, ogni singolo regolamento e atto normativo. Un lavoro faraonico, destinato a diventare sempre più impegnativo nei prossimi anni, mano a mano che gli attuali 27 aumenteranno di numero: presto l’ingresso della Croazia porterà le lingue ufficiali a 24 e nel giro dei prossimi 15-20 anni si potrebbe arrivare facilmente a 30.

Una babele di non facile gestione che, soprattutto in tempi di austerity, viene sempre più spesso additata come un costo inutile che si potrebbe tagliare, ad esempio adottando come sola lingua ufficiale quell’inglese che sta già spontaneamente diventando una lingua franca parlata e compresa più o meno da tutti. “Impossibile. Dietro a questo discorso di lingue sta un discorso di democrazia” spiega Diego Marani, scrittore e funzionario della direzione generale interpreti alla Commissione europea: “Non si può adottare la lingua di un Paese a scapito di altri 26. Si darebbe un vantaggio smisurato a un popolo, a dispetto degli altri”. In concreto: cosa sarebbero capaci di fare gli italiani se ricevessero le loro direttive in inglese o fossero obbligati a partecipare a gare d’appalto europee esclusivamente in inglese?

Secondo le statistiche di Eurostat e Eurobarometro, aggiunge il finlandese poliglotta (con una decina di lingue all’attivo) Johan Haggman, coordinatore del team della Commissione europea che si occupa di multilinguismo, il 50% della popolazione europea sa l’inglese o ne ha qualche base, ma soltanto il 20% ne ha conoscenze abbastanza approfondite da poter comprendere la legislazione che li riguarda: per questo “la traduzione in tutte le lingue ufficiali è una questione democratica e di trasparenza”.

Senza contare che il costo non è elevato quanto si potrebbe pensare. Tutta la traduzione e l’interpretazione delle istituzioni europee: Commissione, Consiglio, Parlamento, Comitato delle Regioni e Comitato economico e sociale, calcola Haggman, costa 1,1 miliardi all’anno. “Se lo si divide per la popolazione dell’Ue, che è di 500 milioni di persone, diventa 2,2 euro per persona ogni anno: costa come un caffè macchiato, diciamo un cappuccino”. Una spesa che pesa per meno dell’1% del bilancio totale dell’Ue, pochissimo se comparato ad esempio all’agricoltura che ne costituisce il 40%.

Per motivi di tempo e di risorse finanziarie, è stato comunque limitato il numero dei documenti di lavoro tradotti in tutte le lingue. La Commissione europea ha adottato tre lingue procedurali di lavoro: l’inglese, il francese e il tedesco, mentre il Parlamento europeo fa tradurre i suoi documenti a seconda delle necessità dei parlamentari.

Sebbene un Commissario europeo specificamente votato al multilinguismo sia esistito soltanto dal 2007 al 2010, anche oggi la Commissione continua il suo lavoro di sostegno alle politiche che in questo settore vengono messe in campo dagli Stati membri, unici ad avere la sovranità su questo tema.“Il multilinguismo che noi intendiamo alla Commissione è il multilinguismo di un individuo che conosce più lingue” ricorda Diego Marani. “Al Consiglio europeo di Barcellona del 2002 – continua – ai governi scappò detto che si ponevano come obiettivo che i cittadini europei parlassero la loro lingua più due lingue straniere, e questo ci ha dato la possibilità di chiedere un resoconto agli Stati membri su cosa stessero facendo per raggiungere questo obiettivo”.

La teoria che vogliamo diffondere, spiega anche Johan Haggman, è il valore aggiunto a livello personale e professionale della conoscenza delle lingue: “Una persona che parla più lingue ha più possibilità di trovare un lavoro o di essere promosso nell’organizzazione o nell’impresa in cui lavora”. Uno studio fatto in Gran Bretagna, continua il funzionario del multilinguismo, dimostra che le imprese britanniche perdono opportunità di commercio a causa delle carenze linguistiche. Soprattutto le piccole e medie imprese hanno difficoltà a conquistare nuovi mercati perché hanno personale monolingue. “Si può comprare in tutte le lingue ma si può vendere solo nella lingua del consumatore”, conclude Haggman. Per questo “ci serve sapere anche le lingue di altri continenti o di Paesi terzi, come il cinese, l’indù, l’arabo, lo spagnolo per l’America latina o il portoghese per il Brasile, oppure l’Europa non potrà più concorrere con gli altri continenti”.

In un periodo così difficile per l’occupazione, insomma, la conoscenza delle lingue dà un vantaggio competitivo non trascurabile. “La employability è il nostro criterio ora”, chiarisce Diego Marani: “Cerchiamo, quando ci vengono presentati i progetti di finanziamento di dare maggiore attenzione a quelli che sviluppano maggiore possibilità di impiego con conoscenza lingue”. Senza contare che ci sono diverse nuove professioni che emergono in questo campo. “C’è ad esempio una nuova professionalità linguistica specifica che si sta sviluppando che in inglese si chiama Legal interpreting (interpretazione giuridica). In concreto si tratta di fornire assistenza giuridica ad un imputato che non parla la lingua ufficiale del paese in tutto l’iter giudiziario dall’incriminazione al processo”, racconta il funzionario italiano. Ma si tratta solo di uno tra i tanti esempi possibili.

L’invito a studiare le lingue, però, non sempre fa presa, sopratutto in Gran Bretagna, per cui la diffusione dell’inglese sta diventando un’arma a doppio taglio. “I britannici non percepiscono più la competenza linguistica come una necessità, visto che dovunque vanno trovano gente che parla inglese” racconta il funzionario italiano. Una tendenza che sta causando qualche problema alla Commissione, in difficoltà nel reperire interpreti e traduttori anglofoni: “Ora che va in pensione la grossa generazione di interpreti che ha cominciato a lavorare negli anni ’70 – continua Marani – abbiamo difficoltà nel ricambio generazionale: quando ci sono i bandi non riceviamo abbastanza candidature o non troviamo persone abbastanza competenti”.

Fonte:

http://www.eunews.it/2013/05/20/multilinguismo-la-sfida-quotidiana-per-gestire-la-babele-europea/7127

Articolo + video:

http://www.istitutovescovilenola.it/eal1/multilinguismo.html

Video:

Video:

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