Il cervello bilingue

cervelloFunziona meglio il cervello poliglotta

La mamma di Eva è italiana, il papà americano. Eva ha meno di 4 anni, ma già capisce e parla entrambe le lingue dei genitori, anche se ogni tanto fa un po’ di confusione. Eva è di sicuro più fortunata di chi imparerà una seconda lingua sui libri e, stando a una ricerca pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences, il bilinguismo ha altri aspetti positivi: il cervello poliglotta, infatti, “funziona” meglio di quello di chi in tenerissima età impara una sola lingua. Agnes Kovacs e Jacques Mehler, ricercatori del Laboratorio del linguaggio, cognitività e sviluppo della Scuola internazionale superiore di studi avanzati di Trieste, lo hanno dimostrato con una serie di esperimenti su un gruppo di piccoli triestini di appena 7 mesi: alcuni vivono in un ambiente monolingue; in casa di altri si parla l’ italiano e lo sloveno. Così piccoli, già bilingui? «Un neonato di 3 giorni reagisce in modo diverso di fronte a lingue con una ritmica molto dissimile come il francese e il russo; dopo i 4 mesi sa distinguere lingue simili come il francese e l’ italiano – spiega Jacques Mehler -. Abbiamo scelto bambini di 7 mesi perché su di loro gli effetti del bilinguismo non dipendono dal saper parlare due lingue, ma solo dall’ essere stati esposti a più di un idioma». Ebbene, già prima di un anno un bimbo “destinato” a diventare bilingue ha un apprendimento più veloce rispetto a un monolingue, come se il suo cervello fosse più allenato. «I genitori – osserva Mehler – temono spesso che presentare ai figli più di una lingua possa confonderli: i dati dimostrano invece che questo è un vantaggio». «I bambini bilingui non sono più intelligenti, ma focalizzano meglio l’ attenzione sui dettagli importanti, soprattutto in situazioni che richiedono concentrazione e decisione immediata – spiega Antonella Sorace, che ha creato un servizio europeo di informazione sul bilinguismo (www.bilingualism-matters.org.uk) e insegna Sviluppo del linguaggio all’ Università di Edimburgo, in Scozia -. In genere i piccoli poliglotti imparano a leggere prima e apprendono altre lingue più facilmente; inoltre capiscono meglio che gli altri possono avere un punto di vista diverso dal loro. Alcuni dati preliminari indicano perfino che da anziani i bilingui sono più protetti dal declino cognitivo». Ma è un “vero” bilingue solo chi ascolta due lingue fin dalla culla? «Non c’ è un’ età precisa dell’ infanzia oltre la quale non s’ impara più alla perfezione un’ altra lingua, ma esiste una “finestra di opportunità” con la massima potenzialità linguistica – dice Mehler -. Con test specifici riusciamo sempre a distinguere chi è bilingue dalla nascita da chi ha appreso una seconda lingua in età scolare, ma a livello pratico entrambi possono padroneggiarla allo stesso modo. All’ aumentare dell’ età cala però la facilità di apprendimento e dopo i 18 anni è impossibile imparare perfettamente e senza inflessioni un’ altra lingua». Non è detto però che non ci siano benefici anche nel bilinguismo “adulto”. “Stiamo studiando per capire se alcuni vantaggi cognitivi del bilinguismo si ottengano anche imparando una seconda lingua da adulti, quando quasi certamente sono coinvolti meccanismi cognitivi diversi da quelli usati dai bambini» conclude Sorace. Elena Meli * * * Seconda lingua Non basta la scuola straniera I vantaggi del bilinguismo sono allettanti. E se i genitori parlano solo italiano? Secondo Mehler: «A 6 anni, a scuola, con 3 ore di lingua straniera alla settimana, non s’ impara molto; le stesse ore con una babysitter straniera sono più utili. Può servire la scuola materna bilingue, dove si è esposti a un’ altra lingua in età precoce e nell’ interazione sociale». «Libri, giochi, video servono, ma per imparare una lingua contano di più le situazioni che diano la motivazione ad usarla» conferma Sorace.

Fonte:

http://archiviostorico.corriere.it/2009/maggio/03/Funziona_meglio_cervello_poliglotta_co_9_090503119.shtml

Il cervello è più reattivo

ABILI giocolieri, capaci di destreggiarsi fra stimoli diversi scremando senza fatica, in automatico, informazioni rilevanti rispetto al rumore di fondo. Il cervello di chi cresce bilingue ha una marcia in più. Sono diversi gli studi che negli ultimi anni hanno portato prove dei vantaggi che regala apprendere due o più lingue fin da molto piccoli.

L’ultimo, pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Science (Pnas), viene dalla Northwestern University in Illinois: la ricchezza dell’esperienza linguistica dei bilingui ne affina il sistema uditivo e ne migliora l’attenzione e la memoria di lavoro, una sorta di sostegno cognitivo che ci aiuta a svolgere più compiti contemporaneamente.

Viorica Marian ha studiato insieme alla neuroscienziata Nina Kraus le conseguenze del bilinguismo sul cervello, in particolare nelle aree uditive sottocorticali, che ricevono diversi stimoli dalle aree cognitive. Era già noto come lo studio della musica, un arricchimento sensoriale, migliorasse l’elaborazione del suono.

Ora Marian e Kraus, insieme ad altri colleghi, si sono chieste se l’esperienza di parlare più lingue potesse portare a modificazioni nella codifica del suono in aree evolutivamente antiche del cervello, come il tronco cerebrale. E la risposta è stata positiva, fornendo così una prova biologica dell’impatto di questa abilità acquisita sul cervello.

In pratica, nei bilingui cambia il modo in cui il cervello risponde ai suoni. “Si fanno puzzle e parole crociate per mantenere la mente lucida”, ha spiegato la dottoressa Marian, del laboratorio di bilinguismo e psicolinguistica a scienza della comunicazione della Northwestern University. “Ma i vantaggi che abbiamo osservato in chi parla due lingue vengono in automatico, semplicemente per il fatto di conoscere e usare due idiomi”, sottolinea la studiosa. Benefici particolarmente estesi e rilevanti, che riguardano anche la capacità di attenzione, aggiunge Nina Kraus.

Lo studio è stato condotto su adolescenti bilingui, che parlavano inglese e spagnolo, e monolingui, solo inglese, sottoposti ad una serie di test in cui ascoltavano una sillaba, “da”, in condizioni diverse. In una situazione di ascolto non disturbata, le risposte neurali a suoni complessi sono risultate simili per entrambi i gruppi. Ma in presenza di rumori di fondo, il cervello dei bilingui è riuscito a distinguere caratteristiche del suono “sottili”, come la frequenza fondamentale, molto meglio rispetto ai monolingui. Parallelamente, i risultati sono stati migliori anche in compiti che richiedevano attenzione prolungata.

“Nei bilingui l’attenzione si affina grazie all’esperienza e il loro sistema uditivo diventa più efficiente nell’elaborazione automatica dei suoni”, commenta Andrea Marini, docente di Psicologia del linguaggio e della comunicazione all’Università di Udine “e la cosa interessante è che tutto avviene in modo implicito, senza alcuno sforzo”. Una palestra preziosa per il cervello, che rende migliori i risultati anche in compiti che richiedono attenzione sostenuta, non solo uditivi ma anche di tipo visivo.

In sostanza, chi è esposto a più di una lingua si trova fin da subito in una situazione di maggiore difficoltà. “Deve riconoscere fin da piccolo suoni e frequenze diverse, fa più fatica ma affina diverse qualità rispetto a chi non viene messo di fronte a questa prova, come i monolingui”, spiega ancora il professore. Con vantaggi importanti anche rispetto al decadimento delle facoltà cognitive, “come ha dimostrato uno studio canadese del 2010″, ricorda Marini, in cui si evidenziava che il bilinguismo quotidiano, non saltuario, può ritardare la comparsa dei sintomi dell’Alzheimer anche di cinque anni nelle persone anziane”. Risultato non raggiunto da alcun farmaco esistente.

Fonte:

http://www.repubblica.it/scienze/2012/05/02/news/bilinguismo_cervello-34311161/

Video:

Video:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-d3f47f35-c0f3-4319-a028-256962564377.html

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