Archivos Mensuales: septiembre 2014

Le Origini della Lingua Italiana

storia lingua italianaLe origini e i primi documenti dell’italiano

L’italiano, come detto, si evolve direttamente dal latino volgare, da non confondersi col latino classico (tipico di Cicerone per esempio), ed infatti la maggioranza delle parole deriva proprio dalla lingua dei romani. L’area in cui si sono sviluppate le lingue figlie del latino viene chiamata Romània, da non confondersi con lo stato rumeno.

Tutto ciò è importante perché alla base della scoperta delle origini di una lingua, è d’obbligo la comparazione fra i vari sviluppi che il latino volgare ha succeduto. Per cui se in una fase primaria l’italiano più era reso magis sia in Iberia, Gallia, Italia e in Dacia, le trasformazioni porteranno in ordine a mas, plus, più e mai. Uno dei documenti più importanti che ci attesta le neoformazioni dal latino volgare verso una nuova lingua è la cosiddetta Appendix Probi redatta molto probabilmente da un grammatico tardo antico chiamato Valerio Probo: in questa Appendix Probi viene stilata una lista di 227 parole o grafie non corrispondenti alla forma reale e cosiddetta di buona norma e dunque è fondamentale osservare come fra il IV d.C. e il VI secolo d.C. (è attribuita sì a Valerio Probo, ma con scarse certezze) già si effettuassero studi di cambiamenti linguistici importanti. Vedi tabella.

L’errore divenne quindi lentamente nei secoli la norma per tutti i parlanti, e questo, è un pericolo per tutte le lingue vive nel mondo. L’Appendix Probi in ultima analisi è un buon monito a mantenere sempre un uso corretto di una lingua, per non diventare dei parlanti di una lingua standard in via d’estinzione.

La genesi di una nuova lingua è tuttavia cosa lunga e complessa: l’italiano per esempio, va ricondotto a diversi passaggi storici. Nel 489 d.C. entrarono nella penisola gli Ostrogoti guidati da Teodorico ed è in questi anni che ci fu l’introduzione della lingua gotica tramite la traduzione della Bibbia da parte del vescovo Ulfila: ancora oggi nel nostro vocabolario, sono presenti diverse parole di origine gotica come astio, bega, melma, stronzo, strappare, ecc.

L’invasione dei longobardi nel 568 d.C. fu segnata da fatti d’arme e di integrazione difficile e anche da parte di questi ci fu una trasmissione di lemmi molto importanti: panca, scranna, scaffale, federa, gruccia, palla, ecc. sono tutti termini di origine longobarda.

L’insediamento dei franchi ebbe un carattere diverso da quello di goti e Longobardi, in quanto ci fu l’insediamento di una certa élite di nobili al potere militare e civile. In questo caso una delle difficoltà più grandi nel trovare le parole di origine franca è quella di non cadere nell’errore di intravedere nei prestiti più avanti nei secoli della lingua d’oc quelli franchi. Sono probabilmente da considerare franchismi termini come biondo, dardo, guanto, usbergo, ecc.

La via di transizione fra il latino classico/volgare e la nuova lingua romanza era il latino medioevale usato frequentemente nei documenti notarili e ufficiale, ma anche in testi letterari scritti per esempio da Isidoro di Siviglia e dallo stesso Dante. Quando il latino volgare riuscì a permeare nel latino medioevale questa fusione diede vita alla lingua romanza arcaica. Prima di analizzare i primi documenti considerati in italiano volgare è doveroso dire che questi testi furono, molto probabilmente, totalmente il frutto della casualità e dell’improvvisazione testuale. Infatti, chi ha redatto il documento a breve in questione, voleva realmente scrivere in italiano o in latino? Per quanto riguarda la nascita del primo testo francese, che fu il Giuramento di Strasburgo dell’842, non abbiamo dubbi che esso fu scritto intenzionalmente per via della sua ufficialità che non lascia spazio a fraintendimenti.

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http://www.scuolafilosofica.com/3736/le-origini-della-lingua-italiana-i-primi-documenti

Dante perde la paternità: la lingua italiana è nata in Sicilia

Il ritrovamento di alcune poesie della scuola siciliana in una biblioteca lombarda da parte del ricercatore Giuseppe Mascherpa riporta in primo piano il dibattito sulle reali origini della lingua italiana. Il tema è riproposto da Cesare Segre in un articolo sul Corriere della Sera del 13 giugno, che sottolinea come proprio al «cambiamento di prospettiva» nella ricerca sia dovuto l’improvviso rivelarsi, negli ultimi tempi, di manoscritti duecenteschi in luoghi fino ad ora insospettabili. Ne è esempio la scoperta di almeno quattro testi poetici siciliani sul verso di pergamene recanti sentenze di condanna di esponenti di grandi famiglie guelfe per violazioni di norme sui tornei. A quei tempi, si sa, i notai erano spesso poeti, e riempivano in tal modo gli spazi bianchi, al fine di impedire che ci fossero aggiunte illecite a margine degli atti.
Si tratta di frammenti di poesie importanti, ascrivibili tra gli altri ad autori come Giacomo da Lentini, ‘il Notaro’ fondatore della Scuola, e addirittura a Federico II, l’imperatore-poeta che ne fu il geniale promotore. Avvenuta nel cruciale ventennio 1270-1290, la trascrizione induce a ipotizzare l’esistenza di un piccolo canzoniere di liriche della Scuola siciliana, circolante in Lombardia in quegli anni. E va ad aggiungersi al recente ritrovamento di un altro manoscritto mutilo, rinvenuto da Luca Cadioli nella soffitta di una dimora nobiliare milanese, che contiene l’unica fedele traduzione dal francese del Lancelot du lac, il famigerato romanzo sugli amori di Lancillotto e Ginevra, ricordato da Francesca da Rimini nel canto V dell’Inferno.
Adesso come allora, ancora una volta per noi, «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse»: questi ritrovamenti suonano come una convalida dell’originale idea che la nostra lingua nasca agli inizi del Duecento dalla rivolta dei poeti siciliani contro il latino ecclesiastico, sviluppata nel 2011 nel saggio L’ombra di Cavalcanti e Dante (L’Asino d’oro edizioni).

Le trascrizioni dei siciliani sono interessanti soprattutto perché lasciano intravvedere l’originale veste linguistica delle liriche, finora perduta tranne che in un singolo caso, e sono antecedenti alla versione toscanizzata attraverso cui le conosciamo. Se ne ricostruisce, è quanto qui ci importa dedurre, il panorama di una cultura letteraria laica, diffusa nel Duecento nella penisola italiana ben al di là di quanto lo schema tradizionale lasci immaginare.
Si intacca in questo modo una consolidata ricostruzione storica che fa dei toscani, all’indomani della caduta degli Svevi e del partito ghibellino a Benevento (1266), i soli eredi della poesia siciliana. E in effetti viene subito in mente che l’Italia settentrionale accolse catari e trovatori in fuga, all’indomani della feroce crociata albigese che disperse la civiltà della vicina Provenza. E che nell’Italia settentrionale persisteva una diffusa tradizione di cantari francesi d’amore e d’avventura che, ripresa felicemente nella Ferrara quattrocentesca dall’Orlando innamorato di Boiardo, fu poi riportata nel Furioso di Ariosto alla norma anche linguistica del fiorentino canonizzato nel 1524 dal cardinale Pietro Bembo.
La reazione della Chiesa contro la magnifica fioritura laica del Duecento fu infatti durissima, se ancora nel febbraio del 1278 nell’Arena di Verona un immane rogo arse gli ultimi 166 catari, e nel 1285 fu assassinato il filosofo parigino Sigieri di Brabante. Scomunicato e condannato a morte, attendeva il perdono papale nella curia di Orvieto, dove si era rifugiato dopo che nel 1277 il vescovo di Parigi Tempier aveva giudicato eretiche le proposizioni dell’averroismo latino che avevano animato, col De amore di Andrea Cappellano, la poesia delle origini fino allo Stilnovismo di Guinizzelli e Cavalcanti. Il delitto certo non passò inosservato negli ambienti Stilnovisti. Così nell’ultimo decennio del Duecento venne la conversione di Dante dall’amore per la donna all’amore per Dio, che procede per tappe successive dalla Vita Nova attraverso il Convivio fino alla Commedia. Venne, nell’anno 1300 in cui si colloca il viaggio oltremondano della Commedia, l’esilio da Firenze firmato da Dante e la precoce morte di Cavalcanti.

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http://babylonpost.globalist.it/Detail_News_Display?ID=78159

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http://prezi.com/0jgrvg6yaxxs/le-origini-della-lingua-italiana/

https://www.examtime.com/en/p/365652-le-origini-della-lingua-italiana-mind_maps

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L’Origine de la Langue Française

Le français, l’allemand ou le tchèque sont originaires… de Turquie

De l’Europe de l’Ouest au continent indien, du nord au sud de l’Amérique, des millions de personnes parlent des langues en apparence très différentes appartenant à une même famille, celle des langues indo-européennes. Si les racines unissant le français au bengali, le danois au roumain, le balte à l’islandais, l’espagnol au gallois sont admises par tous les linguistes, la question des origines demeure très débattue. Quel est le berceau de cette famille de langues ? Une nouvelle étude le place en Anatolie, dans l’actuelle Turquie.

Depuis plusieurs décennies, deux hypothèses se font face, mêlant preuves archéologiques et travaux linguistiques.
D’un côté l’hypothèse anatolienne : les premiers indo-européens seraient originaires d’Anatolie, région du Croissant fertile, là où est née l’agriculture. De précédents travaux, tant archéologiques que génétiques, ont montré que la diffusion de l’agriculture s’est faite avec les déplacements des premiers cultivateurs, partis il y a 8.000 à 9.000 ans du Croissant fertile à travers le continent européen (lire L’ADN raconte la diffusion de l’agriculture en Europe).

De l’autre côté, l’hypothèse de la steppe : le foyer indo-européen se trouverait au nord de la mer Noire, du côté de l’actuelle Ukraine, d’où les cavaliers des Kourganes ont déferlé sur l’Europe vers 3.000 avant notre ère.

Cavaliers ou fermiers ? Même s’ils ne mettent pas fin au débat, les travaux publiés par Quentin Atkinson (University of Auckland, Australie) et ses collègues dans la revue Science du 24 août, fournissent une nouvelle approche méthodologique. Ces chercheurs ont utilisé la même technique que les biologistes qui remontent la piste d’un virus de la grippe, par exemple, à partir des mutations de son matériel génétique.

Ici, l’ADN était remplacé par les mots apparentés, ceux qui sont une origine commune dans plusieurs langues, comme nuit, night, nacht, notte, noche, etc (voir la carte des mots ‘trois’ et ‘eau’). Le rythme d’apparition et de disparition de ces mots apparentés a été analysé comme les taux de mutations dans un code génétique en biologie.

Cette analyse conclut en faveur d’une origine anatolienne des langues indo-européennes. L’expansion de ces langues irait donc de paire avec celle des techniques agricoles plutôt qu’avec une conquête guerrière.

Les langues indo-européennes forment une très grande famille, regroupant aujourd’hui plus de 400 langages parlés par 3 milliards de personnes. Voici les principaux sous-groupes :
–  les langues latines: français, espagnol, roumain, italien, catalan..
–  les langues germaniques : anglais, allemand, danois, norvégien, suédois, flamand..
–  les langues slaves : russe, serbo-croate, slovaque, tchèque…
–  le grec
–  les langues indo-iraniennes : hindi-ourdou, bengali, singhalais, panjabi, sanscrit (ancienne langue), persan..
–  les langues celtiques : breton, gallois, irlandais…
– les langues baltes

Plusieurs langues parlées en Europe sont des exceptions notables et n’appartiennent pas à cette famille : le basque, le hongrois, le finnois, le lapon et l’estonien.

Source:

http://www.sciencesetavenir.fr/fondamental/20120824.OBS0399/langues-le-francais-l-allemand-ou-le-tcheque-sont-originaires-de-turquie.html

Anatoliens préhistoriques ou cavaliers Kourganes ?

Parlées par près de 3 milliards de personnes, l’origine des langues indo-européennes divise depuis une vingtaine d’années la communauté des archéologues et linguistes, entre Anatoliens préhistoriques et cavaliers Kourganes :

  • L’hypothèse kourgane, de la préhistorienne et archéologue américaine Marija Gimbutas défendait l’idée que l’indo-européen serait né il y a 6 000 ans au nord de la mer Caspienne dans les steppes eurasiennes. Sa diffusion à travers l’Europe et le Proche-Orient aurait été effectuée par les Kourganes, un peuple de cavaliers semi-nomades ;
  • L’hypothèse anatolienne, développée par l’archéologue britannique Colin Renfrew pour qui les Indo-Européens vivaient en Anatolie, 2 000 ans avant les Kourganes. La langue d’origine se serait ensuite répandue avec la propagation de l’agriculture en Anatolie.

Afin de déterminer laquelle des deux hypothèses était la plus juste, des chercheurs néo-zélandais de l’université d’Auckland ont utilisé des méthodes de biostatistique qui servent en biologie évolutionniste. Souvent employées par les virusologues, elles consistent à suivre l’évolution d’un gène en comparant différentes espèces.

Pour les linguistes, il s’agissait d’observer des mots issus du vocabulaire de base, comme mère, dans 103 langues indo-européennes, aussi bien anciennes que contemporaines. Ces mots ont ensuite été utilisés pour réaliser un arbre généalogique des langues.

Pour le reste, Quentin Atkinson, un des chercheurs néo-zélandais ayant participé à l’étude, explique :

« En remontant dans le temps en utilisant ces méthodes pour étudier les épidémies virales, nous avons pu évaluer les théories. Et nous avons constaté beaucoup plus de convergences vers la théorie anatolienne. »

Source:

http://rue89.nouvelobs.com/2012/08/24/finalement-le-francais-serait-plutot-ne-en-turquie-234823

L’étymologie pour retrouver le sens des choses

Aujourd’hui, il est intéressant à travers l’étymologie d’un mot, de retrouver son origine latine, grecque ou autre. Pour exemple, le mot «salut» si souvent utilisé dans le langage quotidien, provient du latin salutem et salus et signifie la santé ou le salut de l’âme. Il est donc étonnant et typiquement français que chaque jour en disant «salut» à quelqu’un pour lui souhaiter une bonne journée, on lui souhaite également le salut et la bonne santé. Le latin, ancienne langue indo-européenne, est connu pour être la langue mère de la langue française.

Outre le latin, les racines grecques sont aussi très présentes. Elles sont apparues dans la langue française surtout par la formation savante entre les XIVe et XIXe siècle. Ainsi les mots de la famille de «bible» qui proviennent du grec byblos, signifiant «livre», ont donné naissance à d’autres mots tels que «bibliothèque» ou «bibliographie». La racine cyclos a également donné tous les mots intégrant la notion de cercle: cycle, cyclone, cyclamen, recycler, bicyclette.

Bien avant l’arrivée des Romains et de la langue latine, la présence des Gaulois aura, elle aussi, laissé son empreinte étymologique sur une centaine de mots français, tous issus du terroir: charrue, charrette, charroyer, proviennent ainsi du gaulois carros signifiant charriot, maintenu au fil des siècles car les Gaulois avaient la réputation de maîtriser la fabrication des voitures à chevaux.

Le chêne, arbre sacré chez les Gaulois tire directement son nom du gaulois cassanos qui donna ensuite en vieux français chesnes. Le mot berceau est aussi le produit de la résistance culturelle celte face à l’envahisseur romain. En effet, très différent de la racine latine cunae, le mot berceau provient du celte bertio (berceau) ou bert (porter, fardeau).

Mouton, bruyère, charpentier, ruche, javelot, etc. les mots d’origine gauloise ou celtique sont encore bien présents dans la langue française et attestent de cette volonté de préserver l’héritage culturel et l’histoire de la France en les préservant dans sa langue.

L’évolution de la langue française 

Aujourd’hui, la langue française poursuit son évolution, maintenant dictée par l’effet de la mondialisation et surtout par l’hégémonie de la langue anglaise sur la planète. Une hégémonie qui a mené à l’apparition de mots nouveaux lui conférant une touche anglo-saxonne. Se mettre du gloss (brillant à lèvres), regarder un thriller (un film d’angoisse), prendre un brunch (déjeuner matinal), distribuer des flyers (prospectus), ces expressions se sont maintenant ancrées dans notre langage en même temps que leur mode de vie relatif.

Il appartient à l’Académie française de déterminer et de maîtriser le flot ininterrompu de ces mots nouveaux issus de l’anglais, et qui pour certains, vont bien au-delà des frontières et entraînent quasiment un phénomène d’uniformisation de la langue sur plusieurs pays. C’est le cas d’expressions issues des moyens de communication électronique. En prononçant le mot roadmap, signifiant feuille de route, vous seriez étonné d’être compris par toute l’Europe, et au-delà encore.

Selon Miriam de Beaulieu, interprète à l’ONU et auteur de Anglicismes, nouveau moteur de l’évolution de la langue française, ces deux langues sont le reflet d’une pensée et de comportements culturellement bien différents. Reflet de l’histoire en premier lieu, qui fait de l’anglais une langue d’insularité, comportement de nombreux mots et expressions basés sur la mer, alors que le français est marqué par une territorialité bien prégnante dans son vocabulaire. Miriam de Beaulieu donne ainsi l’exemple de l’expression «It won’t hold water» correspondant à notre expression «cela ne tiendra pas la route» qui montre bien la différence culturelle entre un peuple bien terrien et un peuple de marins. Cette compréhension si différente à la base pourrait laisser entendre que l’arrivée de ces mots d’origine anglaise ne dépassera jamais une certaine proportion et ne resteront que des mots et des expressions bien visibles et donc tout à fait différentiables de notre langage courant.

La langue française porte en elle une richesse unique issue de son histoire, de sa géographie et de sa culture, ce qui peut expliquer qu’elle soit considérée comme une des plus belles langues du monde. Ceci n’est pas négligeable lorsque l’on sait que le langage demeure le moyen d’expression le plus simple pour comprendre et communiquer sur les différents aspects du monde qui nous entoure.

Source:

http://www.epochtimes.fr/front/13/3/11/n3508018/les-origines-et-levolution-de-la-langue-francaise.htm

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Die Entstehung der Deutschen Sprache

Die Deutsche Sprache kommt aus Anatolien

Es war einmal, in grauer Vorzeit, ein kleines Volk. Wir wissen fast nichts über seine Angehörigen. Und trotzdem beeinflussen sie das Leben von etwa drei Milliarden Menschen, die heute zwischen Island und Sri Lanka siedeln. Denn sie verständigten sich in einer Sprache, aus der sich mehr als 400 indoeuropäische Sprachen entwickelten. Die Krux jedoch ist: Obwohl historische Linguisten seit etwa 200 Jahren ihre Fährte verfolgen und sorgfältig Sprachstammbäume zeichnen, ist noch unklar, wer diese Menschen waren und wo sie wohnten. Nun treten Naturwissenschaftler auf den Plan und verkünden siegesgewiss, dass ihre Methoden das vertrackte Rätsel besser lösen können.

Im Fachblatt „Science“ erscheint heute eine solche Studie und wird vermutlich den Streit zwischen Sprach- und Naturwissenschaftlern erneut entzünden.

Zwei Thesen dominieren die Debatte und geben auf Wo, Wann und Warum eine unterschiedliche Antwort. Die Wiege der indoeuropäischen Sprache habe vor zirka 6000 Jahren irgendwo nördlich des Kaspischen und des Schwarzen Meeres in der russischen Steppe gestanden, behauptet die Mehrzahl der historischen Linguisten gemeinsam mit etlichen Archäologen. Ein kriegerisches Nomadenvolk der Kurgan-Kultur habe die proto-indoeuropäische Sprache auf dem Pferderücken verbreitet, im Gepäck zwei wichtige Erfindungen: das Rad und die Zähmung des Pferdes.

Die naturwissenschaftliche Konkurrenz favorisiert die friedliche Gegenthese und verortet die Urheimat der indoeuropäischen Sprachen in Anatolien. Die Bauern der Jungsteinzeit hätten allmählich ihre Felder ausgedehnt und so vor 8000 bis 9500 Jahren nicht nur den Lebensstil der Jäger und Sammler verdrängt, sondern auch deren Sprachen. Das untermauert auch die Studie, die Russel Gray und Quentin Atkinson von der Universität von Auckland in Neuseeland und ihre Kollegen nun in „Science“ veröffentlichen.

Die Forscher haben sich ein statistisches Modell aus der Evolutionsbiologie geborgt, das normalerweise dazu dient, den Verlauf von Grippeepidemien vorherzusagen und sie zu einem Ausbruchsort zurückzuverfolgen. Statt des Viren-Erbguts speisten sie Kognate ein, ähnlich klingende Wörter wie „mother“, „Mutter“ oder „madre“, die einen gemeinsamen Ursprung haben. Für 200 Bedeutungen wie Namen für Verwandte, Körperteile oder einfache Verben stellten sie in 103 Sprachen (20 davon längst ausgestorben) Wortvarianten mit gemeinsamem Ursprung zusammen. Und statt der Verbreitung der Viren gaben sie die derzeitige Verbreitung der jeweiligen Sprachen oder bekannte Daten aus der Geschichte ein. So konnten sie die Entstehung der indoeuropäischen Sprachen über Jahrtausende bis ins jungsteinzeitliche Anatolien zurückverfolgen. Ein Algorithmus lieferte die wahrscheinlichsten Stammbaum-Varianten – samt Datierung und geografischer Ausbreitung. Keiner der vielen möglichen Stammbäume hatte seine Wurzeln in der russischen Steppe.

Die Heimat der indoeuropäischen Sprachen zu finden, sei keine akademische Fingerübung, betont der Linguist Paul Heggarty vom Max-Planck-Institut für evolutionäre Anthropologie in Leipzig. „Schließlich ist es die größte Sprachfamilie weltweit, sie wurde am besten erforscht und dokumentiert“, sagt er. Immer wieder diene sie als Messlatte für die Entwicklung anderer Sprachfamilien. „Sollte das Metermaß der Messlatte falsch sein, hätte das enorme Auswirkungen. In dem Fall müssen wir über Zeitabfolgen und die Bedeutung der Landwirtschaft bei der Verbreitung von Sprachen neu nachdenken.“

Viele historische Linguisten sind dazu nicht bereit. Bereits 2003 brach ein Sturm der Entrüstung los, als Gray und Atkinson eine erste Studie mit ähnlicher Methode in „Nature“ veröffentlichten. Schon das damals benutzte evolutionsbiologische Modell datierte die Entstehung der indoeuropäischen Ursprache so, dass nur die anatolischen Bauern als ihre Sprecher infrage kamen, auch wenn die Methode noch keine geografische Verbreitung nachzeichnen konnte.

„Das kann nicht stimmen!“, tönte es damals aus allen Ecken. Die Datenbanken, die Gray und seine Kollegen benutzten, seien veraltet. Sich nur auf Vokabular zu verlassen, sei ohnehin fahrlässig. Und überhaupt: Die Analogie von der Entstehung der Arten zur Entstehung der Sprachen vereinfache viel zu stark. Einige setzten die neuen Methoden gleich mit den quantitativen Methoden, die die Linguisten bereits in den 50er Jahren ausprobiert und wegen hanebüchener Resultate wieder verworfen hatten.

„Es gab Missverständnisse auf beiden Seiten“, sagt Heggarty. Viele Linguisten kannten sich mit den komplizierten Methoden der Evolutionsbiologen nicht aus und suchten nach Angriffspunkten, um ihre Arbeit zu verteidigen. Die Naturwissenschaftler dagegen behandelten linguistische Daten zu oft wie abgesicherte Fakten, auch wenn hinter jedem Kognat jahrzehntelange Forschung und etliche Interpretationen steckten, die genauso gut wieder revidiert werden können.

Die Frühgeschichte des Menschen funktioniere nicht wie ein Uhrwerk, sagt Heggarty: „Dabei geht es um Plausibilität, nicht um ja oder nein.“ Trotzdem dürften die Verfechter der Steppen-These in Erklärungsnot kommen. „Die Modelle der Biologen werden besser.“

Quelle:

http://www.tagesspiegel.de/wissen/urspruenge-in-der-tuerkei-die-deutsche-sprache-kommt-aus-anatolien/7048426.html

Deutsch stammt aus der Türkei

Mere, Mother und Mitera – das Wort für Mutter klingt in allen europäischen Sprachen ähnlich. Doch woher stammt es? Noch immer rätseln Forscher über den Ursprung der indoeuropäischen Sprachen, zu denen auch Deutsch und Englisch gehören. Eine Studie im Fachmagazin “Science” kommt nun zu dem Ergebnis, dass einige Wörter, die Menschen heute auch in Deutschland verwenden, ihren Ursprung in Anatolien haben.

Quentin Atkinson von der University of Auckland und seine Kollegen haben Wörter aus 103 ehemaligen und aktuellen indoeuropäischen Sprachen verglichen. Fast alle Idiome Europas zählen zur indogermanischen Sprachfamilie, auch einige Sprachen Südostasiens gehören dazu – wie etwa Singhalesisch, das auf Sri Lanka gesprochen wird. Mit drei Milliarden Muttersprachlern sind diese Sprachen die am häufigsten gesprochenen der Welt.

Um ihrem Ursprung auf die Schliche zu kommen, analysierten Atkinson und seine Kollegen einzelne Wörter aus verschiedenen Sprachen, die vom gleichen Ursprungswort abstammen. Diese sogenannten Kognaten zeichnen sich vor allem durch einen ähnlichen Klang aus. Ein Beispiel: Das deutsche Wort “fünf” ist aus dem urgermanischen Wort “fimf” entstanden. Von ihm stammen auch das schwedische Wort “fem” und das englische “five” ab.

Die Abstammung einzelner Wörter kombinierten die Forscher mit den Orten, an denen die zugehörigen Sprachen heute gesprochen werden. Daraus ergab sich ein Sprachenstammbaum, dessen Zentrum in Anatolien auf dem Gebiet der heutigen Türkei liegt. Von dort aus sollen sich die indoeuropäischen Sprachen vor 9500 bis 8000 Jahren nach Nordeuropa und Südostasien ausgebreitet haben.

Treibende Kraft war laut der Studie die Landwirtschaft: Archäologische Untersuchungen zeigten, dass sich Bauern in der Jungsteinzeit zunächst in Anatolien ansiedelten. “Unser Sprachstammbaum stimmt genau mit der Ausbreitung der Bauern über den Balkan bis nach Nordeuropa überein”, schreiben die Forscher.

Doch das Ergebnis stößt nicht überall in der Fachwelt auf Zustimmung: David Anthony, Archäologe vom Hartwick College in Oneonta (US-Bundesstaat New York), kritisiert in einem Begleitartikel zur Studie, dass Atkinsons Team seine Untersuchung auf einzelne Wörter gestützt, Grammatik und Sprachstruktur aber außer Acht gelassen hätte. “Der Beitrag wirft mehr Fragen auf, als er beantwortet”, meint Anthony.

Anatolien oder Russland: Die Forscher streiten weiter

Im Vergleich zur Anatolien-Hypothese ist die sogenannte Steppen- oder Kurgan-Hypothese breit anerkannt. Sie besagt, dass die indoeuropäischen Sprachen erst vor 6000 Jahren nördlich des Kaspischen Meeres in der russischen Steppe entstanden sind.

Quelle:

http://www.spiegel.de/wissenschaft/mensch/die-indoeuropaeischen-sprachen-entstanden-in-anatolien-a-851430.html

Video:

Video:

http://lteacherstoolbox.blogspot.com.es/2013/11/german-die-deutsche-sprache-video-lustig.html

Thousands of years ago…

The Indo-Europeans

The quest for the origins of the Indo-Europeans has all the fascination of an electric light in the open air on a summer night: it attracts every species of scholar or would-be savant who can take pen to hand. For over 200 years, theories have been put forward advocating ages ranging from 4000 to 23,000 years, with hypothesized homelands including Central Europe, the Balkans, and even India. Unfortunately, archaeological, genetic and linguistic research on Indo-European origins has so far proved inconclusive.

In early historical times, Indo-European languages were present in central and northern Europe, southeastern Europe, and much of southern and southwest Asia. Scholars have long theorized about what pre-historic events might have caused this group to become so widespread.

In the late 1700s, William Jones an English judge serving in India, discovered something startling; that Sanskrit possesses striking similarities to Greek, Latin, and Celtic. He theorized that they all sprang from a common source, an even more ancient language that had since become extinct.

Since Jones’ time, linguists have verified and greatly expanded on his discovery. Languages that fall into this Indo-European classification include Romance languages, Germanic languages, including of course English, Balto-Slavic, Indo-Iranian and Celtic, plus extinct languages such as Tocharian, spoken in parts of China, and Hittite, spoken in Asia Minor. It’s a huge and incredibly diverse group that derives from the speech of one ancient and forgotten people. The questions remain of who they were, when they lived, and where they came from.

Read more:

http://www.humanjourney.us/indoEurope.html

Family Tree of Languages Has Roots in Anatolia, Biologists Say

Biologists using tools developed for drawing evolutionary family trees say that they have solved a longstanding problem in archaeology: the origin of the Indo-European family of languages.

The family includes English and most other European languages, as well as Persian, Hindi and many others. Despite the importance of the languages, specialists have long disagreed about their origin.

Linguists believe that the first speakers of the mother tongue, known as proto-Indo-European, were chariot-driving pastoralists who burst out of their homeland on the steppes above the Black Sea about 4,000 years ago and conquered Europe and Asia. A rival theory holds that, to the contrary, the first Indo-European speakers were peaceable farmers in Anatolia, now Turkey, about 9,000 years ago, who disseminated their language by the hoe, not the sword.

The new entrant to the debate is an evolutionary biologist, Quentin Atkinson of the University of Auckland in New Zealand. He and colleagues have taken the existing vocabulary and geographical range of 103 Indo-European languages and computationally walked them back in time and place to their statistically most likely origin.

The result, they announced in Thursday’s issue of the journal Science, is that “we found decisive support for an Anatolian origin over a steppe origin.” Both the timing and the root of the tree of Indo-European languages “fit with an agricultural expansion from Anatolia beginning 8,000 to 9,500 years ago,” they report.

But despite its advanced statistical methods, their study may not convince everyone.

The researchers started with a menu of vocabulary items that are known to be resistant to linguistic change, like pronouns, parts of the body and family relations, and compared them with the inferred ancestral word in proto-Indo-European. Words that have a clear line of descent from the same ancestral word are known as cognates. Thus “mother,” “mutter” (German), “mat’ ” (Russian), “madar” (Persian), “matka” (Polish) and “mater” (Latin) are all cognates derived from the proto-Indo-European word “mehter.”

Dr. Atkinson and his colleagues then scored each set of words on the vocabulary menu for the 103 languages. In languages where the word was a cognate, the researchers assigned it a score of 1; in those where the cognate had been replaced with an unrelated word, it was scored 0. Each language could thus be represented by a string of 1’s and 0’s, and the researchers could compute the most likely family tree showing the relationships among the 103 languages.

A computer was then supplied with known dates of language splits. Romanian and other Romance languages, for instance, started to diverge from Latin after A.D. 270, when Roman troops pulled back from the Roman province of Dacia. Applying those dates to a few branches in its tree, the computer was able to estimate dates for all the rest.

The computer was also given geographical information about the present range of each language and told to work out the likeliest pathways of distribution from an origin, given the probable family tree of descent. The calculation pointed to Anatolia, particularly a lozenge-shaped area in what is now southern Turkey, as the most plausible origin — a region that had also been proposed as the origin of Indo-European by the archaeologist Colin Renfrew, in 1987, because it was the source from which agriculture spread to Europe.

Dr. Atkinson’s work has integrated a large amount of information with a computational method that has proved successful in evolutionary studies. But his results may not sway supporters of the rival theory, who believe the Indo-European languages were spread some 5,000 years later by warlike pastoralists who conquered Europe and India from the Black Sea steppe.

A key piece of their evidence is that proto-Indo-European had a vocabulary for chariots and wagons that included words for “wheel,” “axle,” “harness-pole” and “to go or convey in a vehicle.” These words have numerous descendants in the Indo-European daughter languages. So Indo-European itself cannot have fragmented into those daughter languages, historical linguists argue, before the invention of chariots and wagons, the earliest known examples of which date to 3500 B.C. This would rule out any connection between Indo-European and the spread of agriculture from Anatolia, which occurred much earlier.

“I see the wheeled-vehicle evidence as a trump card over any evolutionary tree,” said David Anthony, an archaeologist at Hartwick College who studies Indo-European origins.

Historical linguists see other evidence in that the first Indo-European speakers had words for “horse” and “bee,” and lent many basic words to proto-Uralic, the mother tongue of Finnish and Hungarian. The best place to have found wild horses and bees and be close to speakers of proto-Uralic is the steppe region above the Black Sea and the Caspian. The Kurgan people who occupied this area from around 5000 to 3000 B.C. have long been candidates for the first Indo-European speakers.

In a recent book, “The Horse, the Wheel and Language,” Dr. Anthony describes how the steppe people developed a mobile society and social system that enabled them to push out of their homeland in several directions and spread their language east, west and south.

Dr. Anthony said he found Dr. Atkinson’s language tree of Indo-European implausible in several details. Tocharian, for instance, is a group of Indo-European languages spoken in northwest China. It is hard to see how Tocharians could have migrated there from southern Turkey, he said, whereas there is a well-known migration from the Kurgan region to the Altai Mountains of eastern Central Asia, which could be the precursor of the Tocharian-speakers who lived along the Silk Road.

Dr. Atkinson said that this was a “hand-wavy argument” and that such conjectures should be judged in a quantitative way.

Dr. Anthony, noting that neither he nor Dr. Atkinson is a linguist, said that cognates were only one ingredient for reconstructing language trees, and that grammar and sound changes should also be used. Dr. Atkinson’s reconstruction is “a one-legged stool, so it’s not surprising that the tree it produces contains language groupings that would not survive if you included morphology and sound changes,” Dr. Anthony said.

Dr. Atkinson responded that he did indeed run his computer simulation on a grammar-based tree constructed by Don Ringe, an expert on Indo-European at the University of Pennsylvania, but that the resulting origin was, again, Anatolia, not the Pontic steppe.

Source:

http://www.nytimes.com/2012/08/24/science/indo-european-languages-originated-in-anatolia-analysis-suggests.html?pagewanted=all

Origin of Indo-European Languages Traced to Turkey Using New Mapping Tool

Over the course of the previous two decades, researches have posited the theory that primitive forms of the Indo-European language were spoken across Europe some thousands of years earlier than had previously been assumed. The English language is a member of the large Indo-European language family, spoken in a wide swath of the world.  North America, South America, Africa, Australia, and much of Southeast Asia speaks a language that belongs in the family. While it is indisputable that the language family is spoken by a large chunk of people, its origins are more questionable. One predominant theory had placed the origins of the languages in the Pontic-Caspian steppes. Now a team of researchers has concluded that the origins of the English language, as well as the other languages in the Indo-European family, are in a region of Turkey.

Quentin D. Atkinson from the Australian National University and England’s University of Oxford, along with his team of multinational researchers from Australia, Belgium, the Netherlands, New Zealand and the United States, used a rather interesting method to discover what they believe is the origin of the language family. They borrowed a technique used in mapping the geographic origin of viral outbreaks such as HIV and H1N1. Their map led them to establish the origin of the language family in Anatolia, a southern peninsula of what is now Turkey, between 8,000 and 9,500 years ago. The language is believed to have spread with the expansion of farming. Today, the University of Auckland published this research in the Journal Science.

“If you know how viruses are related to one another you can trace back through their ancestry and find out where they originated,” explains lead researcher Dr Quentin Atkinson from the Department of Psychology. “We’ve used those methods and applied them to languages.” For this study, the researchers compared cognates for two languages, which look similar and mean the same thing. For example, the English “chair” is a cognate for the French “chaise”.

Dr Atkinson worked with researchers from Europe and North America as well as with computer scientists Dr Remco Bouckaert and Associate Professor Alexei Drummond and fellow psychologist Professor Russell Gray, all from The University of Auckland.

The study examined basic vocabulary terms and geographic information from 103 ancient and contemporary Indo-European languages. The location and age of the languages’ common ancestor supported the Anatolian hypothesis. The extinct ones, like Hittite, were used because they were in existence 3,000-some odd years ago, providing linguists a way to reach back in time.

They then incorporated important historical events, like the fall of the Roman Empire, to discern a time period for the languages’ evolution.

The findings are consistent with the expansion of agriculture into Europe via the Balkans, reaching the edge of western European by 5,000 years ago. They are also consistent with genetic and skull-measurement data which indicates an Anatolian contribution to the European gene pool.

The work follows a 2003 Nature paper from the same research group, which first used methods from evolutionary biology to build the languages’ family tree. The age of the tree was consistent with Anatolian origins as opposed to the more conventional view that the languages emerged thousands of years later near the Caspain Sea.

“The two competing theories imply two different ages and locations for the origin of the language family. We initially used the age of the family to test the theories,” says Dr Atkinson of the original work.

While the findings made a strong case for the Anatolian hypothesis, some members of the research community remained unconvinced.

The current research, which includes both geographic and historical data, confirms the languages’ Anatolian origins. “It reinforces our earlier findings, and applies exciting new methods from epidemiology to study languages,” says Dr Atkinson. “We’ve developed an entirely new methodology for inferring human prehistory from language data. It allows us to place these language family trees on a map in space and time and play out histories over the landscape.”

The Indo-European languages, a family of several hundred languages and dialects, are spoken by almost three billion native speakers and include languages such as English, Spanish, French, German, Hindi and Bengali.

The conventional “steppe hypothesis” posits that the languages originated in the Pontic steppe region north of the Capsian Sea, and were spread into Europe and the Near East by Kurgan semi-nomadic pastoralists beginning 5,000 to 6,000 years ago.

The “Anatolian hypothesis” argues that the languages spread with the expansion of agriculture from Anatolia beginning 8,000 to 9,000 years ago.

Source:

http://guardianlv.com/2012/08/origin-of-indo-european-languages-traced-to-turkey-using-new-mapping-tool/

Indo-European languages came from a common root about 15,000 years ago

“Latin is a latecomer” says Professor Mark Pagel, an evolutionary biologist at the University of Reading, “Today we think of Latin as an ancient language, a dead language, the language of antiquity, but that is a relative newcomer on the European language scene, it was used just 2,000-4,000 years ago.”

Using statistical models, the professor has traced back a common root of all Indo- European languages to a proto-language that was probably spoken about 15,000 years ago and has formed the common root for about 7 language families today; language families which include modern day Turkish, Uzbek and Mongolian in the Altaic family, Chukchi-Kamchatkan, spoken in northeastern Siberia, Dravidian, spoken in Southern India, Inuit-Yupik spoken in the Arctic, Kartvelian, which evolved into Georgian, and Uralic, which is the mother of Finnish and Hungarian, and of course, most other European languages, too.

Language that stayed the course

Up until this study, most linguists agreed that they could trace back the origins of our language about 8,000-9,000 years. Before that, it was thought that most words used prior to that date would have already disappeared, been eroded from the languages we know today, but according to a new study in PNAS, (The Proceeding of the National Academy of Sciences) some words we still use today can trace their origins back to a common Indo-European language that was spoken right across Southern Europe, modern day Turkey and Iraq.

23 common words

They took a list of about 23 commonly used words in our language, words like “I”, “we”, “mother”, and “man”, but also more surprising ones like “bark”, from a tree, and the verb “to spit”. This all started with work Pagel and his team did about five years ago, which found that they were able to trace the ancestry of words by analyzing how often they appeared in speech today, and what type of word (be it adverb, verb or noun) it was.

The words which appeared most commonly, were found to have evolved the slowest, or been eroded the least, and so they decided that the most common words in our language vocabulary today might also be the oldest and the most like their original sound. Through that, they were able to show that words could outlive the original time frames and could have come from much longer ago.

…With ‘a common starting point’

“So we took that statistical framework, to predict words which have evolved so slowly that they might have lasted long enough to have been retained among the language families of Eurasia,” Pagel told DW. “So, if you entertain the idea that they all had a common starting point – and those words went forward in time through the various language families and evolved so slowly that we can turn the clock backwards – then, we discover that, indeed, they are similar in these language families.”

Even today, across the European languages, the word for “I” for instance has a common root, I in English, Ich in German, Je in French, Io in Italian, Yo in Spanish. In the Proto-European language this was more what we would recognize as the word for “me” or the sound “meh” or “beh” says Pagel.

At the end of the last Ice Age

To put it in context, 15,000 years ago is when Europe was just emerging from the last Ice Age. The continent had been depopulated as the ice sheets spread southwards, and gradually, as they receded, hunter-gatherer peoples spread out from southern Europe, further north, west and east.

The origin of this proto-language probably was spoken in and around the area which is modern-day Turkey, and up in to Iraq, which was then known as Mesopotamia. “Modern humans with language were in Europe maybe 40,000 years ago, but what we think is happening with this Eurasian language super family is a spread which is restricted more or less with this retreat of the ice sheet, so it wasn’t a movement down south, where there would have been fairly well entrenched people living in temperate or tropical climates. But this whole new area of Eurasia was opening up as the ice sheets retreated, so maybe that’s why it’s sort of a northern expansion.”

That early proto-European language probably had something of the language structure of German, Pagel thinks. At least in the subject, object, verb order of a sentence, as opposed to the subject, verb, object order found in modern-day English, French, Italian and Spanish.

‘Mama’ has stayed the course, but so has ‘to spit’

The 23 common root words were mostly not surprises, mother or mama is similar to the first babblings a baby makes, and also similar to the proto words which were things like “umma” “imma” and emma”, so the word didn’t need to evolve that much.

But other words, like “bark” (of the tree) were more surprising for us in a modern context, and not a word that you use much in conversation today. However, that came about, thinks Pagel because bark was so important to our forebears, they wove it into buildings, clothes, tools and weapons, which is perhaps why it has stuck with us throughout the centuries. The verb “to spit” too, was a surprising one, thought Pagel, until he consulted linguists, who found the common root was an onomatopoeic sound which sounds like the spitting action itself.

Read more:

http://www.dw.de/indo-european-languages-came-from-a-common-root-about-15000-years-ago/a-16796900

 Graphics:

http://www.nytimes.com/interactive/2012/08/24/science/0824-origins.html?src=mv

http://www.columbia.edu/itc/mealac/pritchett/00maplinks/overview/indoeuropean/indoeuropean.html

http://www.humanjourney.us/detail/indoEuropeMap.html

Video:

http://www.royalsociety.org.nz/programmes/funds/rutherford-discovery/news/indo-european/

Video:

Video:

European Day of Languages 2014!

 

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O Galego na Europa das Linguas

As linguas gaélicas uniron a Europa atlántica antes do latín

«O que pretendemos deixar claro co noso traballo é que outrora, en épocas non tan remotas como chegamos a crer, existiu unha clara relación entre Irlanda, Escocia, a illa de Man e Galicia. Foi unha relación tan clara, que cremos que compartiron cultura e lingua ao longo de moitos séculos». Isto sosteñen os responsables do Proxecto Gaelaico, unha iniciativa privada na que traballan desde hai oito anos un grupo de estudiosos galegos de diversas disciplinas xunto con James Durán, doutor en lingüística pola Universidade de Stanford e durante doce anos profesor de lingüística gaélico-irlandesa nas universidades de Cork e Galway. «Vén a Galicia para xubilarme e estou traballando outra vez», chanceaba.

«Non todo é latín, non todo é romano, hai un sustrato celta na lingua e na toponimia que queremos dar a coñecer», explicaba onte Martín Fernández Maceiras, tradutor inglés-castelán-galego para TVG e outras cadeas durante 27 anos. Esa identidade compartida queda patente para estes estudiosos incluso nos nomes das súas linguas actuais: gaeilge (Irlanda), gàidhlig (Escocia), gaelg (Man) e galego.

Tamén sosteñen que en Galicia se mantén esa pegada en topónimos como Ézaro, «que é unha palabra gaélica que significa ‘cascada’», explicou Alberto Lago Villaverde, licenciado en Xeografía e Historia e profesor en Poio. Menciona outros casos como os de Tordoia, «que significa ‘pedra longa’», Manzaneda, «que en gaélico é ‘montaña de neve’ e en Irlanda ‘paso entre a montaña de neve’».

Coa toponimia traballa neste grupo Henrique Egea Lapina, licenciado en Filoloxía Clásica, e destaca que «en Galicia hai entre 3.000 e 4.000 topónimos con significados opacos para calquera falante». Ademais de apuntar que «a xente falaba algo antes do latín», menciona que «a arqueoloxía no ten lingua nas súas pezas e non hai donde estudiar gaélico, non hai rastro escrito».

Outra ausencia que destaca Fernández Maceiras é a gheada, «que é algo moi propio do galego e non hai textos escritos con gheada». E é que a pegada desa cultura gaélica «é moito máis profunda do que está recollido no léxico galego, que canto máis vello sea máis posibilidades ten de ser gaélico».

Por todo iso, «atopámonos ante un argumento lingüístico que demostra, por primeira vez, a relación entre a cultura, a historia e a lingua dos pobos que forman a zona tradicionalmente celta da Europa Atlántica, en en particular a relación entre Galicia, Irlanda, Escocia e a illa de Man». Co Proxecto Gaelaico «queremos demostrar que en Galicia se falou unha lingua celta goidélica e achegar datos valiosos para a xente interesada en disciplinas tales como a lingüística ou a historia, e para o público en xeral». Unha plataforma ( www.progael.com) difunde este proxecto, cuxos responsables rexeitan o financiamento público «para manter a independencia».

Fonte:

http://www.lavozdegalicia.es/noticia/sociedad/2014/05/14/lenguas-gaelicas-unieron-europa-atlantica-latin/0003_201405G14P27995.htm?idioma=galego

A Carta Europea das Linguas fai vinte anos inzada de incumprimentos en Galicia

En novembro de 1992 nacía en Estrasburgo a Carta Europea das Linguas Rexionais ou Minoritarias. Auspiciada polo Consello de Europa, os Estados que a asinaban amosábanse “conscientes do feito de que a protección e o fomento” destes idiomas “representan unha contribución importante á construción dunha Europa baseada nos principios da democracia e da diversidade cultural”. Na sinatura deste tratado europeo participou daquela un representante do Estado español. As Cortes Xerais deron o seu visto e prace á participación no acordo e, xa en 2002, o daquela ministro de Exteriores, Josep Piqué (PP), rubricaba o correspondente instrumento de ratificación, isto é, o documento no que o Goberno de España especificaba o grao de cumprimento da Carta ao que se comprometía. Elixiu, na maior parte dos artigos, a maior protección posible para o galego, o catalán e o éuscaro.

Personificado, como é habitual, na figura do rei, o Estado “aprobou e ratificou” o que se dispón na Carta, “prometendo cumprila, observala e facer que se cumpra e observe puntualmente en todas as súas partes”. Así e todo, vinte anos despois da sinatura e cando xa pasou unha década dende a súa ratificación, unha ollada ao seu articulado permite concluír que en Galicia este tratado europeo é aínda unha enorme materia pendente especialmente en ámbitos como o ensino ou a xustiza onde, lonxe de avanzar cara aos preceptos comprometidos, se experimentaron notables retrocesos con medidas como a derrogación do decreto 124/2007 de galego no ensino -que establecía un “mínimo” do 50% das materias escolares en galego- e a súa substición polo denominado decreto do plurilingüismo.

No ámbito educativo o Goberno de José María Aznar asumiu os compromisos máis ambiciosos o cal equivale, dada a vixente distribución de competencias, a que a Xunta tamén os asumiu. Así, dende a ratificación de Carta os poderes públicos están “comprometidas” a “prever unha educación preescolar garantida nas linguas rexionais e minoritarias correspondentes”, neste caso o galego. Idéntico precepto rexe para o ensino primario, para o ensino secundario e para o “técnico e profesional”. Ao tempo, España tamén apostou por “tomar disposicións para que se impartan cursos de ensino para adultos ou de educaicón permanente principal ou totalmente” en galego. No caso da universidade o grao de protección seleccionado foi menor, quedando no “fomento” e/ou “autorización” do “establecemento dun ensino universitario ou outras formas de ensino superior” nas linguas propias.

Neste contexto, no que os últimos datos dispoñibles falan de que só arredor do 20% do ensino obrigatorio é impartido en galego, a reforma educativa que prepara o Goberno central semella que vai dificultar aínda máis o cumprimento da Carta xa que, por exemplo, en 2002 o Estado asumiu tamén o compromiso de “tomar medidas para asegurar o ensino da historia e a cultura das cales é expresión a lingua rexional ou minoritaria” -o Ministerio de Educación prepara unha recentralización do currículum educativo-.

Se o cumprimento da Carta no ámbito educativo é escaso a situación non mellora, senón o contrario, se o sector observado é a Xustiza, outro dos máis relevantes no tratado europeo. Como fixo no ensino, neste caso o Estado asumiu como propio o maior grao de compromiso posible, comprometéndose a “asegurar”, tanto nos procesos civís como nos penais e administrativos, a posibilidade de utilizar con normalidade as linguas oficiais diferentes do español.

Así, por exemplo, ofreceu garantías de que “os organos xurisdiccionais, por solicitude dunha das partes”, ían “levar o procedemento nas linguas rexionais ou minoritarias” ou, en todo caso, lle garantirían “ao acusado -na xurisdicción penal- o dereito de se expresar” na súa lingua. Ademais, non habería obstáculo para empregar unha lingua como ao galego para presentar probas e documentos recorrendo, “se for necesario, a intérpretes e a traducións”. Na actualidade, non son poucos os casos que saltan á luz pública no que o emprego normal do galego nos tribunais se converte nunha carreira de obstáculos dificultada, a comezar, polos programas informáticos proporcionados pola Xunta para operar nos xulgados.

A realidade galega tamén difire en boa medida do estipulado na Carta se o ámbito observado é o dos medios de comunicación, onde só se cumpre con normalidade a existencia de, “polo menos, unha emisora de radio e unha canle de televisión” no idioma do que se trate. Non acontece así no que atinxe á garantía de “fomentar ou facilitar a creación e mantemento de, polo menos, un órgano de prensa nas linguas rexionais ou minoritarias” e as políticas de recortes poñen en serio perigo a comprometida “asistencia financeira ás producións audiovisuais” en galego. Do mesmo xeito, na práctica tampouco existe a aposta por “apoiar a formación de xornalistas e demais persoal para os medios de comunicación que empreguen” estes idiomas, aínda que o Estado se comprometeu a facelo.

Fonte:

http://praza.gal/politica/2586/a-carta-europea-das-linguas-fai-vinte-anos-inzada-de-incumprimentos-en-galicia/

A lingua galega que se defende máis en Europa

A finais de 2009, a Axencia Europa de Linguas Minorizadas censuraba con dureza a política lingüística que daquela iniciaba o Goberno de Núñez Feijóo en Galicia. Este organismo -promovido polo Parlamento Europeo e entidade consultiva desta institución, do Consello de Europa e da ONU- advertía de que “as medidas adoptadas contra a lingua galega” desde aquel mes de abril supoñían “unha vulneración de tratados internacionais sobre dereitos lingüísticos subscritos polo Estado Español” e aseguraba que denunciaría a situación aos diferentes foros internacionais nos que se atopaba presente.

A denuncia da Axencia, que pecharía meses despois por problemas orzamentarios, sería unha das moitas que recibiría a política lingüística do Executivo de Feijóo nos últimos cinco anos desde diferentes institucións europeas, tanto da UE como alleas aos organismos de gobernanza europea. En todos eles, a atención á situación da lingua propia e a defensa dos dereitos dos galegofalantes foi constante no tempo que durou tamén a última lexislatura da Eurocámara, que agora elixe novos parlamentarios o vindeiro 25 de maio. Máis, desde logo, que a que fixeron as diferentes administracións do propio Estado español ou desde a Xunta, que recibiu varios tiróns de orellas desde máis aló dos Pireneos.

A última demanda para a protección do galego e das linguas minorizadas chegou hai menos dun ano do propio Parlamento, cando a Comisión de Cultura aprobou un informe que insta á protección dos idiomas en perigo de desaparición e no que se pide aos Estados membros que promovan a súa aprendizaxe na escola desde idades temperás, ademais de facer especial fincapé no ensino en preescolar. A Eurocámara anima tanto a Comisión Europea, -como Goberno da UE-, como os estados membros a que “adopten as políticas e os programas da UE para apoiar as linguas en perigo e a diversidade lingüística, utilizando os instrumentos comunitarios de apoio financeiro para o período 2014-2020”. E céntrase, como en tantas ocasións, na necesidade de garantir o ensino do idioma entre os máis pequenos, xusto aquilo que non garante a Xunta e que desde tantas entidades -europeas ou non- se lle ten censurado.

Especialmente duro foi o Consello de Europa, en varias ocasións. Hai ano e medio, o informe desta instiución que avalía o cumprimento da Carta Europea de Linguas Rexionais expresaba a súa preocupación “pola redución progresiva do ensino en galego en todos os niveis e da súa estrutura de apoio” e solicitaba á Administración “un número suficiente de escolas” que permita educar os rapaces en lingua galega. O texto destacaba o “éxito” da política lingüística levada a cabo en Euskadi e Cataluña, pero advertía da desfeita que para o idioma galego supuxera o decreto do plurilingüismo aprobado pola Xunta de Feijóo.

Así, o Consello de Europa convidaba as autoridades “a que tomen medidas de modo que a introdución forzosa do modelo trilingüe na educación non afecte a educación na lingua propia”, e aseguraba que despois de consultar con expertos e avaliar a súa aplicación en Galicia, comprobou que “o ensino ao 50% en galego non se cumpre na práctica”

O pau foi duro. O organismo europeo lembraba ás autoridades que malia que a lexislación vixente non implica unha educación plena en galego, si é necesario “que haxa un número suficiente de escolas que ofreza educación completamente ou esencialmente en galego”, xa que ese é un dereio “dos pais que así o desexen” e porque se ten que “garantir” que se cumpran as escollas das familias, algo que non ocorre en ningún caso, especialmente en Educación Infantil, onde malia que, por exemplo, o 40% das familias urbanas escolleu a lingua galega como a principal para o ensino dos seus fillos, nin tan sequera un 10% das escolas ofrecen esa opción. De feito, o Consello de Europa “insta” as autoridades para que “fagan posible” esa educación en galego en Primaria e Secuncaria. Pero a Xunta non só non fixo caso, senón que desdeñou a denuncia deste organismo, que non é a primeira vez que reprende a política lingüística levada a cabo en Galicia.

Tan só un mes despois daquela denuncia, e logo da avaliación do Convenio Marco para a Protección das Minorías Nacionais, o Consello de Europa volveu instar as administracións do Estado a que dialoguen coas entidades defensoras das linguas cooficiais en España e a reclamar unha maior protección para estes idiomas. “O Estatuto de Autonomía e a protección da Carta Europea non exclúe que o galego se beneficie dunha protección adicional e complementaria”, aseguraba a entidade.

Facía referencia tamén o Consello de Europa á Carta Europea das Linguas Rexionais ou Minoritarias, da que se veñen de cumprir 24 anos, así como doce desde que o Goberno española a ratificara, comprometéndose, na maior parte dos artigos, á maior protección posible para o galego, o catalán e o éuscaro. Por exemplo, o Estado garantiu a posibilidade de recibir o ensino preescolar, primario e secundario en galego, así como establecer garantías de que os procedementos xudiciais se poidan desenvolver con normalidade en linguas distintas do castelán. Nada diso se garante en Galicia na actualidade. Pero nin as sentenzas xudiciais nin os continuos tiróns de orellas que chegan de Europa fixeron recuar unha Xunta que mantén o seu camiño lingüístico.

A situación do galego, pero tamén do catalán ou do éuscaro, segue a ser denunciada. Neste mesmo ano, varios eurodeputados do Estado -entre eles Ana Miranda, do BNG- reclamaron á Comisión Europea que tome medidas para evitar as discriminacións lingüísticas e que estas sexan consideradas tan graves como as sufridas pola orientación sexual, a relixión ou a orixe étnica. Así, solicitan que se modifiquen algunhas directivas existentes para incluír provisións sobre as discriminacións lingüísticas, ou ben que se elabore unha nova “sobre a aplicación do principio de non discriminación por razón de idioma”.

Fonte:

http://praza.gal/politica/7164/a-lingua-galega-que-se-defende-mais-en-europa/

Unha serie de seis videos:

La Europa de las Lenguas

La condición humana

Nuestro planeta está habitado por más de siete mil millones de habitantes que a su vez hablan entre 6000 y 7000 lenguas distintas. Algunas de estas lenguas, como el inglés o el chino, son habladas por millones de personas, mientras que otras solo son utilizadas por unos miles o tan solo unos pocos hablantes. De hecho, el 96% de las lenguas en el mundo son habladas por solo el 4% de la población. Los europeos a menudo creen que su continente cuenta con un número excepcional de lenguas, especialmente comparado con Norteamérica o Australia. Sin embargo, únicamente el 3% del total – 225 lenguas – son indígenas europeas. La mayor parte de las lenguas del mundo se hablan en una zona amplia a ambos lados del Ecuador – en el sureste de Asia, India, África y Sudamérica.
Aunque muchos europeos creen que ser monolingüe es la norma, la realidad es que entre la mitad y dos tercios de la población mundial son de algún modo bilingües, mientras que un número significativo es plurilingüe. El plurilingüismo podría considerarse como una condición más natural que el monolingüismo para el ser humano.
La diversidad de lenguas y culturas, como la biodiversidad, es considerada cada vez más como algo positivo y hermoso. Cada idioma tiene su propia manera de ver el mundo y es producto de su propia historia, todas las lenguas tienen su identidad individual y su valor y todas son igualmente adecuadas como modos de expresión para las personas que las utilizan.  Los datos relativos a la velocidad a la que los niños aprenden a hablar muestran que no hay una lengua que sea intrínsecamente más difícil que otra.

La estructura del lenguaje

El lenguaje es un sistema arbitrario de sonidos y símbolos utilizado con fines diferentes por un grupo de personas con la intención de comunicarse, expresar una identidad cultural, crear relaciones sociales y ofrecer una fuente de disfrute (por ejemplo, en literatura). Las lenguas se diferencian entre ellas por sus sonidos, su gramática, vocabulario y forma del discurso. Sin embargo, las lenguas son entes complejos y sus sonidos vocales y consonantes pueden variar de menos de una docena a más de cien. Las lenguas europeas tienden a rondar entre los 25 sonidos (como el español) a más de 60 (por ejemplo, el irlandés). Los alfabetos reflejan los sonidos con diferente exactitud: algunos alfabetos (p. ej. el galés) son muy regulares a la hora de simbolizar los sonidos. Otros (p.ej. el inglés) son muy irregulares.  En lo que se refiere a la gramática, cada idioma incluye miles de reglas de formación de palabras y construcción de oraciones. Cada lengua tiene un enorme vocabulario para cubrir las necesidades de sus usuarios – en el caso de las lenguas europeas, donde el vocabulario científico y técnico es muy amplio,  el número de palabras y frases supera las 50.000. Las palabras que conocen pero no utilizan – su vocabulario pasivo – es mayor. Las lenguas vivas y las culturas cambian constantemente y las personas se influyen mutuamente en cuanto a su manera de hablar y escribir. Los nuevos medios de comunicación tales como Internet ofrecen nuevas oportunidades de crecimiento. Las lenguas están en contacto constante y se afectan de diversas maneras, especialmente mediante la adopción de extranjerismos. El inglés, por ejemplo, ha adoptado palabras de más de 350 lenguas y todas las lenguas europeas en la actualidad emplean palabras procedentes del inglés.

Adquisición del lenguaje

La tarea de aprender una lengua materna se lleva a cabo durante los primeros cinco años de vida, aunque ciertas características del lenguaje (tal y como la adquisición de vocabulario) se aprenden durante toda la vida. El lenguaje se desarrolla en diferentes etapas. Durante su primer año de vida, el bebé comienza a producir una serie de sonidos de los cuales emergen el ritmo, la entonación y por último las vocales y las consonantes. Las primeras palabras compresibles llegan aproximadamente en el primer año de vida; durante el segundo año aparecen las combinaciones de dos palabras, y poco a poco el niño empieza a enunciar frases de tres o cuatro palabras. Los niños de tres y cuatro años utilizan frases cada vez más complejas y largas. De hecho, el vocabulario crece de las 50 palabras activas a los 18 meses a varios miles de palabras a la edad de cinco años. La lengua materna se describe normalmente como la primera lengua que un individuo aprende o su lengua primaria y se trata de la lengua que mejor conocemos, la que más utilizamos o la lengua con la que más nos sentimos identificados. Algunas personas bilingües han aprendido dos lenguas de manera tan cercana que les resulta imposible elegir entre ellas en términos de “primera” o “segunda” lengua. Sin embargo, para la mayoría de las personas bilingües la distinción es más clara ya que el aprendizaje de la segunda y de la tercera lengua tiene lugar en el colegio o más adelante. No existe un límite de edad más allá del cual sea imposible aprender otra lengua. El bilingüismo es un fenómeno complejo. Un mito común es la creencia de que las habilidades lingüísticas de una persona bilingüe están igualmente desarrolladas en ambas lenguas. Otra creencia es que todas las personas bilingües cuentan con las mismas habilidades. Lo cierto es que las personas bilingües presentan muchos tipos de bilingüismo. Por ejemplo, algunos suenan como hablantes nativos en ambas lenguas; otros tienen un marcado acento extranjero en una de ellas. Algunos pueden leer bien en ambas lenguas; otros pueden hacerlo solo en una. Algunos prefieren escribir en una lengua pero solo son capaces de hablar en la otra. El bilingüismo puede aumentar la posibilidad de aprender otras lenguas con éxito; aprender un tercer idioma es más fácil cuando ya se ha aprendido un segundo. Según los estudios, la capacidad de progreso de las personas bilingües podría ser más rápida que la de las personas monolingües en ciertas áreas de desarrollo cognitivo temprano y sus habilidades lingüísticas son más creativas en muchos aspectos. Los bilingües cuentan con la gran ventaja de ser capaces de comunicarse con una gran variedad de personas. Debido a que están expuestos a dos o más culturas de manera muy cercana, su habilidad puede ayudarles a ser más sensibles a la hora de comunicarse y a desear superar las barreras culturales, así como a construir puentes entre personas de diferentes orígenes.  Pero también existen motivos prácticos: las personas bilingües cuentan con una potencial ventaja económica ya que tendrán acceso a un mayor número de empleos. Además las compañías  multilingües tienen cada vez más ventaja competitiva con respecto a las monolingües en el mercado.

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http://edl.ecml.at/Home/Thecelebrationoflinguisticdiversity/tabid/2972/language/es-ES/Default.aspx

Hacia la era políglota

Si alguien te dijera “flisni me mua”, ¿sabrías decir lo que significa o de qué lengua se trata? Cerca de 225 lenguas componen la rica herencia lingüística de Europa, algo que deberíamos celebrar. Sin embargo, cabe preguntarse hasta qué punto los europeos somos capaces de aprender las lenguas de nuestros países vecinos (y no tan vecinos). Aunque muchos europeos creen que ser monolingüe es la norma, la realidad es que entre la mitad y dos tercios de la población mundial son de algún modo bilingüe, mientras que un número significativo es “plurilingüe”, es decir, competentes en varias lenguas (las entienden y /o escriben y/o hablan…)

El plurilingüismo podría considerarse como una condición más natural que el monolingüismo para el ser humano. Hay millones de personas que creen que no saben ningún otro idioma a parte de su lengua materna y sin embargo, muchos cuentan con cierto nivel de comprensión en otro idioma. No obstante, las oportunidades de aprender otro idioma son hoy mayores que nunca. Para destacar la importancia del aprendizaje de lenguas, el Consejo de Europa declaró el Día Europeo de las Lenguas (DEL), celebrado el 26 de Septiembre de cada año. La idea tras el DEL es la de promover el “plurilingüismo”, un concepto que no nos es nuevo ni tampoco desconocido.  De hecho, se trata de una realidad diaria para africanos y asiáticos y es la norma en algunas partes de Europa, concretamente en Benelux, Escandinavia y en los países mediterráneos. Lo cual no significa que debamos forzosamente aspirar a un “nivel nativo” en otra lengua. El objetivo es ser capaces de comunicarnos y ser entendidos dependiendo de nuestras necesidades. La expansión internacional del inglés parece irresistible y las encuestas muestran que adquirir cierto nivel de competencia en inglés podría ser una prioridad para la mayor parte de los estudiantes de idiomas (uno de cada tres declara que puede mantener una conversación, según el Eurobarómetro).

Sin embargo, una vez logrado el objetivo del inglés, no hay razón para dejar de aprender otras lenguas. Existen muchos otros idiomas que constituyen valiosas herramientas para aprovechar al máximo cada experiencia de la vida, ya sea un empleo o un viaje. Una de las ironías del mundo globalizado es que, con cada vez más personas alcanzando un buen nivel de competencia en la “lingua franca”, el valor del inglés podría declinar. Pronto, lo que marcará la diferencia será la habilidad para hablar idiomas adicionales. En el mundo laboral y en el entorno académico, los nativos de lengua inglesa tendrán que competir con candidatos que además de hablar su lengua materna, también hablarán inglés y, cada vez más, contarán con un nivel significativo de un tercer o cuarto idioma. La competencia lingüística no supone solo beneficios económicos sino que además nos impulsa a ser más abiertos a otros, a sus culturas y actitudes, nos permite operar diferentes sistemas de representación estimulando así nuestra flexibilidad mental y desarrollar una perspectiva distinta.
No hay que subestimar la oportunidad que nos brinda aprender una lengua en lo que se refiere a comprender mejor a las personas, la cultura y la tradición de otros países. Aquellos que son capaces de comunicarse con personas de otras culturas son, con frecuencia, más tolerantes. No hay que olvidar además que ser monolingüe significa depender de la competencia lingüística y de la buena voluntad de otros. Aprender otra lengua es mucho más que adquirir una destreza; refleja una actitud de respeto por la identidad y la cultura de los demás, así como tolerancia hacia la diversidad.

El Consejo de Europa ideó un programa que nos permite evaluar nuestro nivel de competencia en una lengua extranjera. El Portfolio Europeo de las Lenguas busca motivar a los estudiantes de lenguas mediante el reconocimiento de sus esfuerzos a la hora de ampliar y diversificar sus conocimientos lingüísticos a todos los niveles. El Portfolio es un registro de las destrezas adquiridas que puede ser consultado, por ejemplo, para acceder a un nivel más alto de aprendizaje o al buscar trabajo en el propio país o en el extranjero.  Por medio de un cuadro de autoevaluación, los estudiantes pueden evaluar sus habilidades – comprender, leer, hablar y escribir – y calificarlas según los seis niveles europeos. Estos estándares han sido adoptados por los organismos de certificación más importantes de Europa, por muchos Estados miembros y por la Unión Europea, en concreto como parte de su esquema Europass, un sistema diseñado para hacer que las habilidades sean más transparentes y comparables entre los Estados miembros. Uno de los objetivos primordiales del Día Europeo de las Lenguas es reafirmar la idea de que el aprendizaje de lenguas es un proceso de formación permanente. Muchos adultos creen que, habiendo perdido (o desaprovechado) la oportunidad de adquirir una nueva lengua durante sus años de educación formal, es demasiado tarde para  reanudar el proceso. Pero no lo es. En toda Europa existen clases, programas y técnicas (desde libros a CD-ROMs) para mejorar las destrezas / competencias lingüísticas.  Lo que a menudo falta es la motivación para superar el “factor miedo a las lenguas”. Muchas personas desarrollan sus competencias lingüísticas tras dejar la escuela o la universidad, lo que no es sorprendente si tenemos en cuenta que el aprendizaje de lenguas en la escuela con frecuencia se convierte en una obligación en lugar de una oportunidad. Es solo cuando comenzamos a explorar el mundo exterior, ya sea por motivos laborales o lúdicos, que nos damos cuenta del valor de otros idiomas.
Y recuerda que cada lengua que se aprende resulta progresivamente más fácil. Por tanto,  una vez superada la dificultad inicial, no lo dudes, si te apetece probar el húngaro o el cantonés, ¡ponte manos a la obra!

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http://edl.ecml.at/Home/Movingintothepolyglotage/tabid/2970/language/es-ES/Default.aspx

Las lenguas de Europa

Es difícil decir cuántas lenguas se hablan en el mundo. Aunque esta afirmación es cierta, no deja de sorprender a aquellos que no se dedican a la Lingüística.  En Europa esta situación no es ajena.

En el continente europeo hay lenguas que casi se habían dejado de hablar y que en los últimos tiempos han vuelto a utilizarse (por ejemplo el tártaro de Crimea, hablado por un pueblo que sufrió la deportación). Lenguas que llegan con las personas que las utilizan (como actualmente el chino). Lenguas que, por voluntad de las sociedades que las convierten en un elemento de identificación y cohesión social, nacen a partir de otras que ya existían (por ejemplo el luxemburgués, que originariamente era una variante local del alemán), y lenguas que parecen resucitar (por ejemplo el córnico). También existen, lamentablemente, lenguas que lentamente desaparecen, como el aragonés. Si se consideran todos estos elementos, se concluye que es difícil decir cuantas lenguas se hablan en Europa.

De todas formas, se puede considerar que el número de lenguas habladas en el continente europeo, desde el océano Atlántico a la cordillera de los Urales (sin tener en cuenta el Cáucaso), llega a setenta, sin contar las distintas lenguas de signos de las diversas comunidades de personas sordas ni de todas las lenguas que utilizan cotidianamente los nuevos europeos llegados de todas partes del mundo.

La mayoría de estas setenta lenguas pertenece a la familia indoeuropea, lo que significa que tienen un origen común y que, por lo tanto, se asemejan, aunque estas similitudes – por ejemplo, entre el italiano y el sueco – con frecuencia pueden ser detectadas solamente por los especialistas y no son nada evidentes a simple vista. También hay en Europa lenguas de las familias urálica (por ejemplo el finlandés, el estonio, el saami  o el húngaro) y altaica (por ejemplo el turco o el tártaro), una lengua de la familia afroasiática, el maltés, emparentado con el árabe y una lengua sin familia conocida, el vasco.

En Europa son indoeuropeas las lenguas bálticas (el letón o el lituano), las célticas (el gaélico irlandés, el galés o el bretón), las eslavas (el ruso, el polaco o el macedónico), las germánicas (el inglés, el alemán, el frisón o el islandés) y las románicas (el catalán, el rumano, el castellano o el occitano), y también el griego, el albanés y el romaní, la lengua indo-irania que hablan tantos gitanos europeos.

A lo largo de la historia, las lenguas europeas han prestado palabras las unas a las otras – y también de lenguas de otros continentes – en una interrelación fecunda.  Por ejemplo, el turco ha dado a un gran número de lenguas europeas palabras como haviar (caviar) y yoghurt (yogurt).  La palabra sauna, existente en muchas lenguas, proviene del finlandés.

El desafío principal que las sociedades europeas han de afrontar hoy en día es el de continuar manteniendo la diversidad lingüística que, sin contradicción con una notable unidad cultural, siempre han desarrollado, junto con las lenguas de la inmigración de tanta importancia actual. Esto significa encontrar fórmulas de comunicación supranacional que no favorezcan la hegemonía de ninguna lengua y también dar vida a todas las lenguas del continente que, por razones económicas o políticas, se encuentran en una situación de debilidad que amenaza su supervivencia.

Fuente:

http://www10.gencat.cat/casa_llengues/AppJava/es/diversitat/diversitat/llengues_europa.jsp

Mapa interactivo:

http://recursos.cnice.mec.es/latingriego/Palladium/cclasica/esc421dt01.htm

Las lenguas y sus dialectos

En el tema lingüístico, como en otros tantos ámbitos, no todos los puntos de vista coinciden. Uno de los mayores problemas surge al tener que dictaminar si un determinado idioma es lengua propia o dialecto. Es posible que la pregunta que se deba realizar no sea el cómo, sino a quién corresponde tomar una decisión al respecto. En tal caso, hagámonos la pregunta: ¿a quién compete decidir cuáles son las lenguas propias de Europa?

En nuestra opinión, la comunidad lingüística está perfectamente legitimada para reivindicar una lengua como propia, por lo que, en la medida de lo posible, será el criterio comunitario el que determine este aspecto. Una vez aclarado dicho punto, habrá que ver si se dispone de la capacidad suficiente para llegar a todos los rincones y si se satisfacen los deseos de todas las comunidades. En tal sentido, es posible que la información que facilitamos esté incompleta.

En cualquier caso, y tal como anteriormente hemos señalado, no todas las posturas se muestran de acuerdo respecto a este tema; muchas veces, lo que para unos es dialecto, otros consideran lengua propia, y viceversa. Por tal motivo, es posible que la clasificación realizada por los expertos Kloss y McConnell (1984), en la que dividen las lenguas en dos grupos (lenguas aceptadas y lenguas discutidas), nos resulte esclarecedora. Dentro del primer grupo podríamos incluir, por ejemplo (lo indicado entre paréntesis es la segunda opción), el alsaciano (variante del alemán), el asturiano (variante del castellano), el friulano (variante del romanche), el gallego (variante del portugués), el careliano (variante del finlandés), el corso (variante del italiano), el occitano (variante del francés), el sardo (variante del italiano), el cimbrio (variante del alemán), el gagauzo (variante del turco), el istro-rumano (variante del rumano) y el kashubo (variante de polaco).

Mención especial merece, por otra parte, el caso del occitano, ya que para algunos autores el francoprovenzal, el occitano y el gascón -éste último considerado dialecto del aranés- son lenguas propias (Price 2000), y en opinión de otros, en cambio, variables del occitano (Comrie, Matthews, Polinsky 2003).

Las lenguas minoritarias

¿Cuáles son las lenguas minoritarias? En términos generales, podríamos decir que son lenguas minoritarias aquéllas que no reciben ninguna protección por parte de los Estados, o que, de recibirla, lo hacen en condiciones de auténtica precariedad. En otras palabras, se trata de las lenguas que no tienen la consideración de oficiales porque el Estado atribuye dicho título a otro idioma.

En ocasiones, aun cuando el Estado haya otorgado a una lengua el status oficial, es posible que en la práctica se encuentre totalmente desatendida como consecuencia de haber condicionado su uso y desarrollo en exceso con respecto a otra lengua. También las incluiremos entre las minoritarias.

En otros casos, es posible que un idioma declarado oficial y cuya práctica se encuentre protegida tenga todavía la condición de lengua minoritaria, bien por ser reciente la adquisición de tal status, bien porque previamente haya estado discriminada, bien porque todavía no ha llegado a alcanzar la situación propia de una lengua normalizada.

Existe, además, otro tipo de lengua minoritaria: es el supuesto de aquellas lenguas cuya oficialidad se extiende sólo a una parte del Estado. En tales casos, es posible que el idioma en cuestión se encuentre marginado en las zonas en las que se emplea otra lengua y donde tendría la condición de lengua minorizada. Este hecho se repite en múltiples países de Europa: por ejemplo, con el alemán en Dinamarca e Italia, con el danés en Alemania, con el eslovaco en Italia y Austria, con el estonio en Finlandia, con el griego y el francés en Italia, con el húngaro en Austria y con el sueco en Finlandia. En el presente trabajo dejaremos estas circunstancias lingüísticas de lado.

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http://www.euskonews.com/0243zbk/gaia24303es.html

Sesenta lenguas minoritarias europeas luchan por sobrevivir

Más allá de las 23 lenguas que la UE reconoce como oficiales, hay 46 millones de europeos, cerca del 10 por ciento, que hablan 60 lenguas consideradas «minoritarias o regionales». Algunas de estas lenguas gozan de un nulo reconocimiento por los propios Estados-nación. Sólo 9 Estados de la Unión consideran cooficial una o más lenguas distintas a la nacional: Italia, España, Finlandia, Bélgica, Reino Unido, Irlanda, Luxemburgo o Malta. Si bien es cierto, en Bélgica más que cooficialidad lo que existe es una división político-lingüística que puede acabar con la división real de Bélgica en dos países.

Francia, Bulgaria, Grecia y Polonia son los Estados más restrictivos con el multilingüismo y no aceptan la oficialidad de ninguna de las lenguas minoritarias que se hablan en sus territorios estatales. La Unesco cifra en 30 las lenguas minoritarias europeas que corren serio peligro de quedar extinguidas en no muchos años. Algunas de ellas ya están en estado vegetativo. Como el romaní, lengua del pueblo gitano que sufre la misma estigmatización que la etnia gitana. Sólo en Finlandia es oficial el habla del pueblo gitano.

Esta misma situación de agonía vive el yidis que hablan las comunidades judías de Centroeuropa. El extermino de los nazis contra los judíos acabó también con la lengua de los judíos centroeuropeos. El lombardo, lengua minoritaria de la región italiana de Lombardía, también agoniza ante la total desprotección del Estado italiano. Además de España, en otros tres Estados de la UE está reconocido el multilingüismo. El inglés comparte oficialidad con el gaélico en Irlanda y con el maltés en Malta; Luxemburgo reconoce tres idiomas oficiales, luxemburgués, francés y alemán; y en Finlandia los finlandeses se pueden dirigir a sus instituciones nacionales en finés, finlandés o sueco.

Sólo 6 lenguas minoritarias superan el millón de hablantes, siendo la más hablada el catalán. Más de 7 millones de personas se comunican en catalán en España, Francia o en la pequeña ciudad de Alghero situada en la isla italiana de Cerdeña. La UE considera al catalán como «lengua de comunicación» y cualquier ciudadano puede dirigirse y ser respondido en catalán por las instituciones comunitarias, pero no todas las lenguas regionales gozan de la misma fortuna. Cataluña es la única región de la UE que cuenta con una Oficina de Información del Parlamento Europeo que difunde contenidos informativos europarlamentarios exclusivamente en catalán.

El gallego es usado por casi 2,5 millones de europeos. El occitano, lengua de los trovadores medievales, lo practican a diario más de dos millones de personas entre España, Italia o Francia. El gaélico, herramienta de entendimiento de 500.000 europeos es la lengua oficial de Irlanda y Escocia aunque no son lenguas mayoritarias en sus territorios. El sardo, lengua romance autóctona de la región italiana de Cerdeña, lo utilizan más de 1.300.000 de europeos. En Italia también se habla el siciliano, lengua de la isla de Sicilia descendiente del latín vulgar y con influencias del griego, árabe, francés, provenzal, catalán y español. El siciliano no es oficial ni está protegido y su cada vez más reducido uso se concentra en los sicilianos de mayor edad.

Existen lenguas minoritarias con más hablantes que algunas lenguas nacionales y oficiales de la UE. El caso maltés, una de las 23 lenguas oficiales en la UE, es paradigmático al ser sólo hablado por 400.000 personas. El euskera, en España; el galés, en Reino Unido; el bretón, franco-provenzal o el corso, en Francia; el frisón, en Países Bajos; el mirandés, en Portugal; o el albanés, armenio, macedonio, tártaro o ruteno, en Rumanía, son también lenguas europeas que perviven en Europa con mayor o menor protección.

España es un Estado ejemplar para los defensores del multilingüismo, aunque existen lenguas o dialectos en España que no disfrutan de ninguna protección oficial y están en riesgo de desaparición. Como le ocurre al asturiano, aragonés o la fala extremeña, lengua galaico-portuguesa hablada en los pueblos de San Martín de Trevejo, Eljas y Valverde del Fresno, en el extremo noroeste de Extremadura.

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http://www.euroxpress.es/index.php/noticias/2012/10/1/sesenta-lenguas-minoritarias-europeas-luchan-por-sobrevivir/

El multilingüismo, seña de identidad de la Unión Europea

A cualquier persona que haya conocido el continente europeo en los últimos veinte años no le cabrá duda de que la realidad lingüística de Europa está cambiando. En 1987, un tercio de los ciudadanos encuestados pertenecientes a la CEE declaraba poder comunicarse en una lengua extranjera; en 2000 afirmaba poder hacerlo el 53%, cifra que en 2005 había ascendido al 56% y que con toda probabilidad continuará haciéndolo en años venideros.16

Frente a lo que vivieron las generaciones anteriores, la práctica totalidad de los jóvenes de la UE tiene acceso al aprendizaje de lenguas en la escuela sin necesidad de pertenecer a la élite socioeconómica de sus países. La mayoría de ellos no solo está estudiando idiomas en mucha mayor proporción que sus padres, sino que tiene acceso a un mayor número de lenguas, lo está haciendo desde una edad mucho más temprana y además de manera más efectiva.

Este cambio no solo en las habilidades lingüísticas de los europeos sino en la concienciación por parte de los gobiernos de la importancia de las lenguas en la preparación de sus ciudadanos no podría haberse llevado a cabo sin la profunda convicción, presente desde la fundación misma de la UE, de las ventajas del multilingüismo. Es necesario precisar que se habla de multilingüismo, en el contexto europeo, con dos significados: por un lado, en referencia a la coexistencia de varias comunidades lingüísticas en un mismo territorio y, por otro, a la capacidad de las personas para utilizar varios idiomas. Este último es al que nos referiremos en adelante.

El multilingüismo, reflejo del lema europeo de la «Unidad en la diversidad», se ha convertido en una verdadera seña de identidad de la Unión Europea y aspira a serlo también de sus ciudadanos. Como afirmaba Leonard Orban, primer comisario en incorporar el multilingüismo a su cartera, «es un fenómeno que se encuentra en el código genético de la UE»17. La opción multilingüe ha supuesto un reto para los responsables europeos, quienes han sabido ver más allá de su dificultad y complejidad las considerables ventajas que conlleva para el proyecto europeo y para sus habitantes en aspectos tales como la preservación de la diversidad cultural, el enriquecimiento personal, la integración y la tolerancia, la proyección internacional, el acceso a la información, las relaciones paneuropeas, el aprovechamiento de las oportunidades del mercado único o la competitividad laboral.

La promoción del aprendizaje de lenguas entre los habitantes de los países miembros ha revestido particular dificultad debido a que la competencia tanto en la organización de los sistemas educativos como en el diseño de los planes de estudio recae en los estados. Por este motivo, tal y como ha expuesto Jean Monnet (2010), la labor de la UE ha debido reducirse a «contribuir, fomentar la cooperación, apoyar y completar lo que hagan los Estados miembros»18. Regidos por el principio de subsidiariedad, ha sido cada país quien ha emprendido los cambios necesarios según sus circunstancias para adaptarse a las políticas europeas. Hasta llegar a este punto, la UE ha debido recorrer un largo camino en el que ha ido definiendo los puntos principales de su política lingüística, persuadiendo a los países miembros de la importancia de las lenguas y creando un marco legal alrededor del cual articular las reformas. Solo después de una andadura de décadas ha conseguido, en los últimos diez años, el compromiso formal por parte de los gobiernos de los 27 países de la UE de adecuar sus estructuras educativas a sus recomendaciones e iniciar las reformas que tienen lugar hoy en día en cada uno de los estados.

Preguntas sobre el multilingúismo en la UE

¿Cuáles son las lenguas oficiales de la UE?

Las 24 lenguas oficiales de las instituciones de la Unión Europea son: búlgaro, croata, español, checo, danés, alemán, estonio, griego, inglés, francés, irlandés, italiano, letón, lituano, húngaro, maltés, neerlandés, polaco, portugués, rumano, eslovaco, esloveno, finés y sueco.

¿Quién decide cuáles son las lenguas oficiales de la UE?

El Consejo de la Unión Europea, donde todos los Estados miembros de la UE están representados, lo decide por unanimidad. Antes de su adhesión a la UE, cada futuro Estado miembro decide cuál va a ser la lengua oficial que va a utilizar en la UE. Cualquier cambio posterior —añadir una nueva lengua oficial o suprimir una existente— deberá ser aprobado por unanimidad de todos los Estados miembros en el Consejo.

¿Qué ocurre con las lenguas regionales habladas en los Estados miembros?

El Consejo de la UE, es decir todos los Estados miembros, ha decidido que las instituciones de la UE puedan utilizar también lenguas reconocidas por la constitución de un Estado miembro, aun cuando no sean lenguas oficiales de la UE. Las instituciones de la UE tienen un acuerdo con el Gobierno español sobre la utilización del vasco, el catalán y el gallego en los documentos. Existe un acuerdo similar sobre el uso del galés y el gaélico escocés con el Gobierno británico. En ambos casos, las traducciones las proporciona el Gobierno del Estado miembro de que se trate, en el momento en que se necesiten, y corren a su cargo.

La interpretación desde (pero no hacia) el vasco, el catalán/valenciano/balear y el gallego se facilitará, previa solicitud, para determinadas formaciones del Consejo con los representantes regionales, así como en las reuniones plenarias del Comité de las Regiones y el Comité Económico y Social Europeo. En las reuniones de la Comisión no está previsto el uso de lenguas españolas. El coste de esta interpretación correrá a cargo del Estado miembro de que se trate. Las autoridades galesas y escocesas tienen un acuerdo similar.

¿Por qué promueve la Comisión Europea el multilingüismo?

Porque quiere: 1) promover el diálogo intercultural y una sociedad más integradora; 2) ayudar a los ciudadanos de los 28 Estados miembros a desarrollar un sentido de la ciudadanía de la UE; 3) dar oportunidades a la gente joven para que estudie y trabaje en el extranjero y 4) abrir nuevos mercados a las empresas de la UE para que compitan a nivel mundial.

En pocas palabras, ¿cuál es el objetivo de las políticas lingüísticas de la UE?

La finalidad de las políticas lingüísticas de la UE es proteger la diversidad lingüística y fomentar el conocimiento de lenguas por razones de identidad cultural e integración social y porque los ciudadanos multilingües se encuentran en mejor situación para aprovechar las oportunidades educativas y laborales en el mercado único.

El objetivo es una Europa en la que todo el mundo, desde una edad muy temprana, aprenda al menos dos lenguas, además de la materna. El objetivo «lengua materna +2» fue establecido por los Jefes de Estado o de Gobierno de la UE en la Cumbre de Barcelona, celebrada en marzo de 2002.

¿Cuál es el coste del multilingüismo en las instituciones europeas?

El coste total de la traducción y la interpretación en todas las instituciones de la UE (la Comisión Europea, el Parlamento Europeo, el Consejo, el Tribunal de Justicia de la Unión Europea, el Tribunal de Cuentas Europeo, el Comité Económico y Social Europeo y el Comité de las Regiones) es de unos mil millones de euros al año. Esto representa menos del 1 % del presupuesto de la UE, poco más de dos euros por ciudadano. La Comisión Europea tiene unos 3 000 traductores e intérpretes.

¿Protege la legislación de la UE el uso de lenguas?

La legislación de la UE protege los derechos y las obligaciones de la UE en lo que respecta a las lenguas. Por ejemplo, el Tratado de la Unión Europea (artículo 3) y la Carta de los Derechos Fundamentales de la Unión Europea (artículos 21 y 22) prohíben la discriminación por motivos de idioma y declaran que la Unión deberá respetar la diversidad lingüística.

El primer Reglamento comunitario, aprobado en 1958, exige a las instituciones comunitarias que traduzcan la legislación a todas las lenguas oficiales de la UE y que respondan a las preguntas de los ciudadanos en la misma lengua en que esté redactada la pregunta (artículo 2, y artículos 20 y 24 del Tratado de Funcionamiento de la Unión Europea).

¿Tiene previsto la UE reducir el número de lenguas oficiales?

No, porque el sistema actual se aplica en interés de la democracia y de la transparencia. Ningún Estado miembro está dispuesto a renunciar a su propia lengua y los países candidatos quieren añadir la suya a la lista de lenguas oficiales.

¿Sería la solución una lengua para todos?

En ocasiones se sugiere que la UE debería adoptar una lengua única, paneuropea, como el latín o el esperanto. Sin embargo, puesto que casi todo el mundo debería aprender una u otra lengua a partir de cero, esta solución también sería difícil y no demasiado útil en las relaciones con el resto del mundo. Formar a los profesores y enseñar una nueva lengua a casi 500 millones de europeos exigiría mucho tiempo y recursos. La idea de que una única lengua podría ser la solución para todas las necesidades lingüísticas es excesivamente simplista. Por ello, el compromiso de la Comisión a favor del multilingüismo fomenta la diversidad más que la uniformidad.

¿Qué gano con aprender una lengua?

En tiempos de creciente desempleo, la capacidad de utilizar y comprender idiomas es un activo para el desarrollo personal, la empleabilidad y la competitividad de las empresas. Entender una lengua extranjera también contribuye a que las personas tengan acceso a las diferentes culturas y fomenta la comprensión mutua.

¿Por qué son las lenguas importantes para las empresas?

Porque es útil conocer la lengua de su cliente. En 2006, se llevó a cabo un estudio para la Comisión Europea a fin de evaluar el coste que supone para las empresas de la UE el hecho de no tener conocimientos de idiomas. Los resultados apuntan a que miles de empresas europeas desaprovechan oportunidades comerciales y pierden contratos cada año por carecer de conocimientos lingüísticos. En el estudio se ha estimado que el 11 % de las PYME exportadoras europeas (945 000 empresas) podrían estar perdiendo contratos por problemas de comunicación.

¿Qué piensan los europeos sobre el aprendizaje de lenguas?

Según una encuesta del Eurobarómetro realizada en 2012, casi nueve de cada diez europeos consideran que la capacidad de hablar idiomas es muy útil, y el 98 % de los encuestados afirma que el dominio de lenguas será beneficioso para el futuro de sus hijos. Los europeos son perfectamente conscientes de las ventajas del multilingüismo: el 72 % de estos está de acuerdo con el objetivo marcado, y el 77 % cree que debería ser una prioridad; el 53 % utiliza lenguas extranjeras en el trabajo, y el 45 % cree que tiene un mejor trabajo en su propio país gracias a sus competencias en lenguas extranjeras.

¿Cuál es el nivel de los europeos en la utilización de las lenguas?

El país de la UE más multilingüe es Luxemburgo, donde el 99 % de los ciudadanos domina al menos una lengua extranjera. Sin embargo, el número de los europeos que dicen que pueden comunicarse en una lengua extranjera ha disminuido levemente, pasando del 56 % al 54 %. Las pruebas efectuadas entre alumnos adolescentes en 14 países europeos demuestran que solamente el 42 % de ellos es competente en su primera lengua extranjera y solamente un 25 % en su segunda. Un número significativo —el 14 % en el caso de la primera lengua extranjera y el 20 % en el de la segunda— no alcanza siquiera el nivel de «usuario básico».

El porcentaje de alumnos que son competentes en su primera lengua extranjera oscila entre el 82 % de Malta y Suecia (donde el inglés es la primera lengua extranjera) y solamente un 14 % en Francia (para el inglés) y un 9 % en Inglaterra (para el francés). Internet ha animado a las personas a mejorar sus competencias «pasivas» de comprensión oral y lectura en lenguas extranjeras. El número de europeos que utiliza regularmente lenguas extranjeras en internet gracias a las redes sociales, por ejemplo, ha aumentado en diez puntos porcentuales, pasando del 26 % al 36 %.

Leer más:

http://europaerestu.eu/preguntas-sobre-el-multilinguismo-en-la-ue/

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http://es.globalvoicesonline.org/2010/07/16/europa-concurso-de-video-sobre-multilinguismo/