Archivos Mensuales: julio 2014

Sapore di mare

vespa Carlo Vanzina

Nato a Roma nel 1951, figlio del regista Stefano (in arte Steno) e fratello dello sceneggiatore Enrico, esordisce nel cinema ad un anno, interpretando la parte d’un neonato in “Totò e le donne”, firmato dal padre.
Dopo aver studiato presso una scuola francese, lavora tra il 1969 ed il 1975 come aiuto regista ancora per il genitore (“Il vichingo venuto dal Sud”, 1971; “La poliziotta”, 1974), ma in primo luogo per Mario Monicelli (“Brancaleone alle crociate”, 1970; “Romanzo popolare”, 1974; “Amici miei“, 1975) ed Alberto Sordi (“Polvere di stelle”, 1973; “Finché c’è guerra c’è speranza”, 1974).
Esordisce dietro la macchina da presa nel 1976 con “Luna di miele in tre”, una commedia interpretata da Renato Pozzetto; al mediocre “Figlio delle stelle” (1979) fanno seguito alcuni film col gruppo de I Gatti di Vicolo Miracoli – composto da Jerry Calà, Franco Oppini, Nini Salerno ed Umberto Smaila – e con Diego Abatantuono, da “Arrivano i gatti” (1980) a “I fichissimi” (1981), da “Viuuulentemente…mia” (1982) a “Il ras del quartiere” (1983).
Dipoi, diversi suoi lavori – “Sapore di mare” (1983), “Vacanze di Natale” (1983), “Sotto il vestito niente” (1985),”Yuppies” (1986) – risultano tanto fortunati da generare uno o più seguiti, quasi mai diretti da lui: egli diviene, così, uno dei beniamini del pubblico.
Dotato di robusto mestiere, ha diretto nell’ultimo quindicennio – con alterne fortune – innumerevoli pellicole, delle quali vanno almeno segnalate “Via Montenapoleone” (1987), “La partita” (1988), “Le finte bionde” (1989), ” Tre colonne in cronaca” (1990), “Sognando la California” (1992), “I mitici” (1994), “A spasso nel tempo” (1996), “Il cielo in una stanza” (1999), “Quello che le ragazze non dicono” (2000), “South Kensington“(2001), “Febbre da cavallo – La Madrakata” (2002),  “Il pranzo della domenica” (2003).

Fonte:

http://www.italica.rai.it/scheda.php?scheda=vanzinac

Video:

Carlo Vanzina – Sapore di mare (1982)

1965, un gruppo di ragazzi e alcune famiglie trascorrono un’estate sulle spiagge della Versilia, ci sono i nobili e pettegoli marchesini Pucci, Gianni l’intellettuale che pensa ai libri invece che alla sua bella ragazza Selvaggia (Isabella Ferrari), il classico e cinematografico “romano de Roma” Maurizio e l’adolescente con l’ormone a mille Giorgia.

Le famiglie invece come al solito saranno descritte per classi sociali: i ricchissimi milanesi Carraro con “cummenda”, signora e viziata prole al seguito, il playboy e viveur Felicino (Christian De sica) con la sua nuova fiamma, la bella inglesina Susan e l’eterno Peter Pan Luca (Jerry Calà) sempre in vena di scherzi e senza la benché minima intenzione di crescere.

A rappresentare il sud troviamo invece la famiglia napoletana dei Pinardi, alla loro prima vera vacanza in Versilia, composta dagli apprensivi e iperprotettivi coniugi Pinardi più due figli, la bella Marina (Marina Suma) e il timido Paolo (Angelo Cannavacciuolo).

Assisteremo alle vicissitudini goliardico-sentimentali del gruppo tra delusioni d’amore, filarini estivi da ombrellone, romantici falò e baci a labbra salate, fino all’inevitabile e malinconica chiusura della stagione balneare in pure stile “L’estate sta finendo”.

Fonte:

http://www.cineblog.it/post/421777/stasera-in-tv-su-rai-3-sapore-di-mare-con-christian-de-sica

E’ un film che non presenta una vera e propria trama, ma si limita a descrivere un insieme di situazioni e sottostorie di cui sono protagonisti alcuni ragazzi in vacanza al Forte dei Marmi nei primi anni ’60, provenienti da tutta Italia e aventi origini sociali e culturali diverse e frammentate. Conosciamo così la coppia composta da Gianni (Ansaldi) e Selvaggia (Ferrari), lui intellettualoide rachitico (nel pieno cliché), lei di una bellezza al contempo acerba e provocante; i fratelli milanèsi Felicino e Luca (De Sica e Calà) figli di un ricco imprenditore (Bologna) che, più grandi degli altri, sono i leader della piccola compagnia; il napoletano Paolo (Cannavacciuolo) fidanzato con l’inglesina (Huff) di turno nel sospetto dei genitori attaccati alla tradizione. Ed in più, la matura e favolosa signora Balestra (Lisi), sposata al solito cumenda lombardo (il grande Dogui, RIP) che suscita qualche prurito nel timido Gianni grazie a fascino indubbio e savor faire mai volgare.

L’interrelazione fra varie storie e sottostorie porta ad un bailamme di personaggi e situazioni, e, forse, alla malinconica crescita dei personaggi, testimoniata dall’epilogo del film, in cui i protagonisti di allora tornano – nel presente dell’83 – nei luoghi delle loro vacanze, per riscoprirsi invecchiati, mentre Little Tony canta sempiterne melodie che battagliano con i più moderni ritmi danzerecci dei Righeira, a costituire un trait d’union fra anni ’60 ed ’80.

Rispetto a tanta commedia “pseudo trash”, questo film si stacca decisamente dalla media, sia perché soggetto e sceneggiatura, nei loro tocchi autobiografici ed, in ogni caso, nella trattazione di temi universali per ogni adolescente ed adulto che non abbia scordato la gioventù, sono più che decorosi e presentano un andamento scoppiettante, che ci coinvolge e fa scattare una sorta di identificazione nelle vicende, facendoci parteggiare ora per l’uno ora per l’altro protagonista.

Riuscita la scelta degli attori: dal simpatico e Gianni Ansaldi alla quasi esordiente Isabella Ferrari, passando per i più esperti Calà e De Sica che – come al solito – sono il valore aggiunto del film. Apparizione amichevole di una Virna Lisi ironica e per nulla volgare, vera signora del nostro cinema, mai troppo lodata rispetto ad altre colleghe bbone ma sopravvalutate.

Felice la scelta dei caratteristi di cui il nostro cinema sembra aver perduto memoria, da Ugo Bologna a Guido Nicheli, passando per Franca Scagnetti, Ennio Antonelli, e Gianfranco Barra. Quando penso che molti di loro sono morti, li ringrazio per gli attimi di gioia che mi hanno regalato, sentendoli quasi come di famiglia.

“Sapore di mare” è inoltre di un prodotto privo dell’enfasi pecoreccia in cui cadono molti di questi film ed in cui, purtroppo, sono caduti anche i fratelli Vanzina durante la loro ormai lunga carriera. Anzi, a proposito dei Vanzina, lancio un appello: Stefano e Carlo, che aspettate a convocare gli attori dell’83 e farci vedere cosa erano effettivamente diventati negli anni ’80 e ’90: sarebbe eccitante rivedere Calà, Ferrari, De Sica e gli altri in una sorta di “Sapore di sale oggi”, rubando voi l’idea al vostro epigono Brizzi – magari anche solo in tivvù!!

Continua:

http://www.debaser.it/recensionidb/ID_22167/Carlo_Vanzina_Sapore_di_mare.htm

Video:

Video:

Caterina Caselli – Perdomo (1966)

Perdono, perdono, perdono…
io soffro più ancora di te!

Diceva le cose che dici tu
Aveva gli stessi occhi che hai tu
Mi avevi abbandonata
ed io mi son trovata
a un tratto già abbracciata a lui…

Perdono, perdono, perdono…
io soffro più ancora di te!
Perdono, perdono, perdono…
il male l’ho fatto più a me!

A volte piangendo non vedi più
Da come ha sorriso, sembravi tu…
Di notte è molto strano
ma il fuoco di un cerino
ti sembra il sole che non hai!

Perdono, perdono, perdono…
io soffro più ancora di te!
Perdono, perdono, perdono…
il male l’ho fatto più a me!

Di notte è molto strano
ma il fuoco di un cerino
ti sembra il sole che non hai!

Fonte:

http://www.parolesmania.com/paroles_caterina_caselli_1486/paroles_perdono_155301.html

Video:

Fred Bongusto . Una rotonda sul mare (1963)

Una rotonda sul mare
il nostro disco che suona
vedo gli amici ballare
ma tu non sei qui con me

amore mio dimmi se sei
triste cosi’ come me
dimmi se chi ci separo’
e sempre li’ accanto a te
se tu sei felice con lui
o rimpiangi qualcosa di me
io ti penso sempre sai
ti penso….

una rotonda sul mare
il nostro disco che suona
vedo gli amici ballare
ma tu non sei qui con me

amore mio dimmi se sei
triste cosi’ come me
dimmi se chi ci separo’
è sempre li’ accanto a te
se tu sei felice con lui
o rimpiangi qualcosa di me
io ti penso sempre sai
ti penso

una rotonda sul mare
il nostro disco che suona
vedo gli amici ballare
ma tu non sei qui con me.

Fonte:

http://www.wikitesti.com/Una_rotonda_sul_mare

Barrio

barrioFernando León

Fernando Leon de Aranoa nació en Madrid, en 1968. Licenciado en Ciencias de la Imagen por la madrileña Universidad Complutense, se diría que siempre tuvo claro que quería ser guionista y director de cine. “Yo me planteo las películas desde la curiosidad, para entender el mundo”, me comentó el director en una entrevista. Y en efecto, su cine supone una mirada a la sociedad y a los problemas que la aquejan, pero siempre una mirada a las personas concretas, normales y corrientes, en su cotidianidad. En tal sentido, el suyo es un cine humanista, y no le gusta la etiqueta de que “hace cine social”, aunque pueda entenderla. En persona, con su tradicional camiseta, pelo abundante recogido en coleta y barba, es franco en el trato, directo en las respuestas, con deseos de explicar lo que le interesa, en el cine, y en la vida.

El primer trabajo como director fue un corto, Sirenas (1994), y no pasaría mucho tiempo, dos años, para que firmara su primer largo, Familia, producción de Elías Querejeta. Fue toda una sorpresa, el original y sorprendente modo de señalar que todos necesitamos el amor de una familia, y no es de extrañar que recibiera un Goya a la mejor dirección novel, y que la película se vendiera por medio mundo, pues su entraña era universal. Ya en este debut demostró que se le daba bien dirigir a los actores, quizá porque entendía cómo son las personas y los personajes, todo al tiempo.

Siguiendo su costumbre de titular las películas de modo minimalista, una palabra basta, vino después Barrio (1998), una mirada durante el verano a tres chicos desocupados de una barrida madrileña, con las inquietudes típicas de la adolescencia, el entorno particular de cada hogar, y cierto fatalismo que volvería a estar presente en su filmografía.

La absoluta consagración vendría con Los lunes al sol (2002), Concha de Oro en el Festival de San Sebastián y Goya a la mejor película. Protagonizaba un Javier Bardem a punto de hacer las Américas, y la aproximación al problema del paro, a través de un grupo de camaradas sin trabajo, era muy humano, con algún apunte humorístico más bien irónico, dominaba más bien el regusto amargo. El film estaba coproducido con Mediapro, y la asociación con el productor Jaume Roures continúa hasta la actualidad. Aunque eso sí, León de Aranoa decidió crear en 2004 su propia productora, Reposado, desde la cual desarrolla sus proyectos. El primero sería Princesas (2005), una arriesgada mirada al mundo de la prostitución en España. El título ya habla de la intención de humanizar a las mujeres, son personas revestidas de dignidad, pese a su oficio, pero el peligro, que el director no sortea, es la mirada ingenua, de “cuento de hadas”, nunca mejor dicho.

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http://decine21.com/biografias/Fernando-Leon-de-Aranoa-56537

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Fernando León – Barrio (1998)

-El otoño pasado comentaba con un guionista que el cine español obvia muchas realidades sociales de nuestro país habitadas por personajes muy interesantes. Entonces no sabíamos que se estaba rodando “Barrio”. Esta película parece encajar en ese hueco temático tan importante de nuestro cine. ¿Es eso lo que se propuso?
-En parte sí. Quería entrar en esta temática de la que se habla tan poco y que, como dice, es tan interesante. Esto ya se había hecho en el cine italiano hace treinta años, o en el inglés de ahora. Creo que lo bueno de este tipo de cine es que empleas personajes que, aparte de los elementos dramáticos que tú les quieras añadir, ya parten de una situación de conflicto.
-En principio, el veraneo urbano de tres adolescentes pobres no parece un tema que dé mucho de sí. ¿No le intimidó la posibilidad de que le saliera una película demasiado estática?
-La película tiene cierto estatismo deliberado, precisamente para contar ese no saber qué hacer: el estar sentado en un banco o viendo qué hay en la televisión. Ahora puedo decir que sobre el papel era una película muy arriesgada, sobre todo teniendo en cuenta lo que se ha venido produciendo últimamente. Pensaba que después de haber hecho “Familia”, que es una película que gustó, podía permitirme asumir algún riesgo. Mi planteamiento era que éste era el momento de hacer algo así, porque dentro de cuatro años a lo mejor no me dejaban. En estos casos lo que te suelen decir es “sí, esto está muy bien, pero lo que queremos es hacer una comedia apañada y taquillera”. Sobre el papel, “Barrio” era lo contrario, porque tiene momentos muy duros. Pero no dejé que esto repercutiera en mi trabajo. Además, a Elías [Querejeta] le interesó en cuanto leyó la sinopsis de dos páginas que le di de mi historia. Yo pensaba que nadie iría a verla, que nos daríamos un batacazo del que ya nos recuperaríamos después. Pero la verdad es que trabajé con mucha libertad. Por eso, al ver que gusta a la gente y que le dan un premio, para mí vale el doble.
-Es que eso tiene que notarse por necesidad. No puede salir igual una película que hace con plena libertad a un proyecto de encargo.
-Claro. Por ello hemos tratado de buscar una definición precisa del cine independiente, y hemos concluido que éste no tiene por qué ser de bajo presupuesto, ni tocar temas modernos, ni estar hecho por jóvenes. El cine independiente es el que se hace con un espíritu libre; el que se escribe sin tener en cuenta consideraciones comerciales.
-Hábleme de los actores, ¿dónde los encontró?
-Los tres protagonistas, que llevan el peso de la película, los conseguimos después de un proceso de casting muy largo. Nos pasamos cinco o seis meses mirando en institutos de la periferia de Madrid,sobre todo en la zona sur y oeste. Hicimos pruebas a casi tres mil chicos. Fuimos haciendo cribas hasta que nos quedamos con ellos.
-En España me da la sensación de que hay pocos actores nuevos, y los de siempre te los encuentras en una de cada tres películas grandes. Usted, sin embargo, ha demostrado que se puede hacer cine de calidad sin anclarse a las estrellas del momento. ¿Cómo lo hace?
-Es bastante arriesgado, pero precisamente por eso hacemos un proceso de casting tan minucioso: para reducir ese riesgo al mínimo. Lo que conseguí a cambio de este riesgo fueron estos tres chavales, que tenían una frescura y unas ganas de trabajar increíbles. Aprendí mucho de ellos. Además, a la segunda semana se las sabían todas.

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http://www.elcultural.es/version_papel/CINE/13133/Fernando_Leon_de_Aranoa_habla_de_los_Goya_por_su_pelicula

En Barrio, Aranoa nos muestra los problema de unos chavales marginados, en esa etapa entre la niñez y la adolescencia, con una serie de problemas económicos, viviendo la marginalidad forzosa, lindando con el problema de las drogas, los robos, para atender a sus pequeñas necesidades, soñando con un mundo mejor, los pies colgando sobre un puente de autopista pensando que el próximo coche que pase si es de un color u otro, va a ser propiedad de uno o de otro. Algo muy difícil de conseguir son los acertados diálogos.
Y la culpabilidad de estos muchachos, según lo dicho por Henry Miller, es sólo haber nacido allí, en un barrio lumpen, rodeado de drogadictos, de mujeres, algunas de sus propias familias, que entregan su cuerpo para solventar sus gastos. Siempre al final la clase en la que se encuentran, pobre, marginada, dónde los problemas se acumulan, donde si te descuidas te topas con la policía o con los narcotraficantes. Un mundo que representa una realidad, que muchas veces queremos o pensamos que no es la nuestra, pero que es esa realidad, que se ve sólo desde los trenes de cercanías o desde los aviones al despegar de los aeropuertos y mirar por la ventanilla los barrios marginales, de chabolas, de lumpen, en suma.
Alguien dijo que la miseria no crea la revolución, el cambio del sistema. Es cierto. Sólo el aumento del nivel educativo, se lo permite a las personas, y a las más marginadas, por supuesto, a las primeras, que adquieran su propia conciencia y luchen por acabar con esa explotación primera que afecta a su vivienda, a su trabajo, a sus hijos, a la educación, a la sanidad, y a todo lo que les rodea. Cuando todo ésto es completamente mínimo y necesario.
No podemos dejar de reflejar ese film con el título de nuestro análisis, (El Cine y la Vida), para darnos cuenta que la política que pretende utilizar sólo la sanidad privada, sólo la educación privada, sólo los servicios sociales privados, es una política demencial que pretende desterrar de esta sociedad a todos los que no se la puedan pagar. Y evidentemente, son la gran mayoría de esta sociedad. Veamos el problema en Francia, las famosas “banlieues”, los barrios marginales de las grandes ciudades, repletos de emigrantes, parados, drogadictos, “sin papeles”, con maltrato social, y maltrato policial. Ya vamos viendo que son polvorines que a la menor situación explotan con una violencia sin igual. También en Londres, y otras ciudades. Es decir el problema se agrava por momentos y esta película del año 1998, nos remite al nacimiento del problema esa adolescencia buscando trabajo, buscando oportunidades, buscando una familia que les acoja sin problemas, es totalmente actual.

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http://www.prospereando.es/index.php?module=noticias&func=display&sid=1639

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Hechos contra el decoro – Canción prohibida

ey como va
dime chaval como va
a quien le ha tocao tu parte
quien será el primero en disparar
ay, quién controla
quien maneja la bola
cuanto durará el paseo
quien puede parar las olas

camino en círculos concéntricos
no soy dueño de mis sueños
cada paso es un anhelo repetido
repito cada paso y así, año tras engaño
el horizonte se estrecha
sé que alguien ha abierto brecha
y ha escapado, salto el muro y cruzo el barrio
y más allá de la autopista y de este cerco cotidiano
hay salidas, lo he oído
sé que existen cientos de metros despejados
sin un cristal enmedio que me impide recorrerlos

no soy dueño de mis sueños, siempre están en la pantalla
nunca puedo retenerlos, siempre en el escaparate
son de otros y están lejos
y otra vez el mismo mapa
que me mantiene encerrado
en un recorrido ciego
en sí mismo
ensimismado
me arrastra a los mismos sitios
paso a paso
año tras año
estación tras estación
desengaño a desengaño

ey como va
dime chaval como va
a quien le ha tocao tu parte
quien será el primero en disparar
ay, quién controla
quien maneja la bola
cuanto durará el paseo
quien puede parar las olas
x2

Visto lo visto, no te extrañe si me quedo frío
A ti!
Así es la vida de los mios
Sal al barrio y da una vuelta
y después ven a ver si hay algo de lo que cuentan
por la calle esos tan listos

Desde luego no en mi fiesta ni en la plaza donde paro
Ni en el callejón oscuro donde las agujas tejen la mortaja de mi hermano
Con su piel y algunos sueños arrancados de su pecho y clavados como un tajo

Estación tras estación
Siempre la misma canción
Muertos — como fantasma
Pero— De tu corazón
Que imagina que destila frustación

Aunque leo en las esquinas
La letra de una canción prohibida que dice que en esta vida todo lo que sube baja
Y que la cuerda se rompe Y se raja la baraja
Y toda la mierda cae siempre de este lado de la balanza

ey como va
dime chaval como va
a quien le ha tocao tu parte
quien será el primero en disparar
ay, quién controla
quien maneja la bola
cuanto durará el paseo
quien puede parar las olas
x2

Fuente:

http://www.songtexte.com/songtext/hechos-contra-el-decoro/cancion-prohibida-7bf46678.html

Vídeo:

Hechos contra el decoro – La Llave de mi corazón

Sueño, sueño, imagino tu cuerpo
como una enredadera abrazado al deseo,
cierro los ojos, entonces despierto,
envuelto en sudor frío.
Mis ojos son espejos.
Pasan las horas, digo pasan los días,
si estuvieras a mi lado si que yo te diría:
“Tienes tú la llave, la llave de mi corazón”.
Y esta zozobra, que me domina entero,
puebla mi corazón lo mismo que mi pensamiento.
Y aunque el reloj funciona, digo que no pasa el tiempo,
y aunque sigo respirando, digo que yo ya estoy muerto.
“Tienes tú la llave, la llave de mi corazón”.
Si no es contigo yo no quiero amanecer,
no le veo el sentido… Qué le voy a hacer.
Y esta sensación mira que no me deja,
que me tiene dominado de los pies a la cabeza.
Imagino un mundo, hecho de sábanas,
entre dos cuerpos desnudos sobran las palabras.
Yo te hago sentir, tú me haces gozar,
tú bésame aquí, que yo te besaré allá.
Deja que me pierda, en tú desierto,
que la arena de tus dunas, me cubra entero.
De noche y de día… No existe el tiempo.
Déjate llevar, mar adentro.
Mira, que ya viene, mira, que digo,
ya llegó.

Fuente:

http://www.justsomelyrics.com/756273/hechos-contra-el-decoro-la-llave-de-mi-coraz%C3%B3n-lyrics.html

La piel quemada

https://galdomara.files.wordpress.com/2014/07/inmigraciocc81n.png?w=467&h=311Josep Maria Forn

Director, guionista, actor y productor de cine. Ha escrito guiones de rspelículas que ha dirigido, así como otros textos para filmes de Miguel Iglesias, Francisco Rovira Beleta y Juan Bosch. También ha actuado en obras cinematográficas de Jorge Feliú y Jaime Camino y ha producido otras de directores como Agustí Villaronga, Ventura Pons y Joaquín Jordá.

De joven quiso dedicarse a la literatura, aunque en 1950 comenzó a trabajar en el medio fílmico. En 1954 rodó el cortometraje Gaudí, sobre el artista catalán, y dirigió también algunos vídeos comerciales. Un año después dirigió su primer largometraje: Yo maté.

En 1959 estrenó Muerte al amanecer, una adaptación de la novela El inocente, de Mario Lacruz, y en 1960 La vida privada de Fulano de Tal y la comedia La rana verde, con un reparto formado por Rafael Bardem, padre de Pilar y Juan Antonio Bardem, y el también director de cine Jorge Grau.

Sus siguientes largometrajes fueron ¿Pena de muerte? (1961), La ruta de los narcóticos (1962), Los culpables (1962), José María (1963), en cuyo guión trabajó Ignacio F. Iquino; y La barca sin pescador (1964), todas ellas sin mayor repercusión de crítica y público.

Sí que tuvo éxito con la tragicomedia La piel quemada (1967), Premio al Mejor Guión del Círculo de Escritores Cinematográficos (CEC). Se trata de una película neorrealista en blanco y negro que, pese a la censura franquista por la introducción de frases en catalán, retrató la inmigración que llegaba a Cataluña y el turismo de la costa Brava en la España de finales de la década de los 60. Tras un parón de ocho años, estrena en 1975 La respuesta y funda y preside el Instituto del Cine Catalán, desde donde impulsó la producción de cortometrajes y noticiarios.

En 1979 rodó Companys, proceso a Cataluña, crónica del último año y medio de vida del presidente de la Generalitat, Lluís Companys (1882–1940), que fue entregado al gobierno franquista por parte de la Gestapo, la policía nazi, poco después de exiliarse a Francia y cuando las tropas alemanas invadieron el país galo.

Entre 1987 y 1991 fue director general de Cinematografía del Departamento de Cultura del Gobierno catalán. En 1991 estrenó ¿Lo sabe el ministro? y en 1996, Subjúdice, una comedia en la que actúa Icíar Bollaín y que recibió el Segundo Premio del Festival de Cine Español de Málaga. En 1994 fue elegido presidente del Colegio de Directores de Cine de Cataluña y en 2001 recibió la Cruz de San Jorge.

El director catalán presentó en 2006 el que es, hasta el momento, su último largometraje después de una década sin ponerse detrás de las cámaras. El coronel Maciá (2006) es una película biográfica sobre el político fundador de ERC (Ezquerra Republicana de Catalunya). La historia se centra en los acontecimientos relacionados con los asaltos del ejército al semanario Cu–Cut y al diario La Voz de Cataluña en noviembre de 1905.

Fuente:

http://www.vidasdecine.es/directores/f/josep-maria-forn.html

Vídeo:

http://www.tv3.cat/videos/2695850

Josep Maria Font – La piel quemada (1967)

Josep Maria Forn: “La piel quemada” surgió en un momento de crisis personal. Aparecieron cosas de las que ni yo mismo tenía conciencia de que estaban incorporándose a la película. La primera idea surgió un domingo, cuando estaba terminando el rodaje de “La barca sin pescador” en Port de la Selva. Estaba un poco cansado y cogí el coche para dar una vuelta y pasando por Roses reparé en lo que veía. Después escribí una sinopsis de un par de páginas en las que hablaba de la costa del ladrillo y entonces me empezaron a interesar las personas que estaban detrás del ladrillo y así empezó a surgir la historia que todavía se llamaba “La costa del ladrillo”. La terminé escribiendo en un pequeño despacho que tenía en un estudio de cine, en la calle Portbou, aquí en Barcelona. Cuando escribí la primera secuencia ya tuve claro que el título debía ser “La piel quemada”, en la que había dos grupos de personas que se quemaban la piel, unas en la playa de Lloret, los turistas, y otras que  trabajaban en los andamios. El encuentro de dos corrientes de signo diferente: la inmigración y el turismo. Esto fue muy criticado porque decían que debía haber situado la acción en los barrios obreros de Barcelona, los barrios “Candelianos” por decirlo así. La inmigración y el turismo cambiaron este país. Pude trabajar con mucha libertad. Si no recuerdo mal en el año 65 comencé el rodaje de la película, con un reparto rodé un día por la noche y al día siguiente les dije a todos que nos fuéramos a Barcelona y que se paraba el rodaje, porque me di cuenta de que me había equivocado con el casting. No reemprendí el rodaje de la película hasta un año después. Se rodó con muy poco dinero, se fue haciendo sobre la marcha. Como bien dice algunos directores, yo también lo digo, hay cosas de la vida que se te meten en la película y en esta película pasó esto. Por eso creo que 45 años después sigue viva.

J.L.P: Antonio Iranzo hizo una gran interpretación.

J.M.F: Iranzo fue un actor extraordinario, si en lugar de ser valenciano hubiera sido de Estados Unidos habría sido un grande del cine, a la altura, por ejemplo, de Lee Marvin. En “La piel quemada”, él era el personaje.

J.L.P: Una de las virtudes de esta película es que sigue estando vigente.

J.M.F: Sí, estoy de acuerdo. La película sigue siendo vigente. Se continúa pasando en todo el mundo. La voy presentado en muchos sitios con frecuencia, 45 años después.

J.L.P: Brillaba también Silvia Solar, luciendo aquel bikini…

J.M.F: La película se fue haciendo sobre la marcha. En cierta forma cambió mi vida. En esta película conocí a Marta May, luego nos casamos. Sobre Silvia Solar estoy de acuerdo en que lo hizo muy bien en esta película. Recuerdo que un día me vino a ver al despacho que te comentaba antes, porque le habían hablado de mí en los estudios Iquino del Paralelo. Fíjate que es curioso, vivió muchos años en Lloret, donde murió hace poco. Precisamente cada año se hace allí un pase especial de “La piel quemada” y en los dos últimos había estado presente Silvia Solar.

Leer más:

http://www.nosolocine.net/entrevista-al-cineasta-josep-maria-forn-en-profundidad-primera-entrega/

Vídeo:

http://m1tv.xiptv.cat/ultima-sessio/capitol/reportatge-de-la-piel-quemada

Vídeo:

Forn no sólo se centra en las desigualdades económicas -de clase- de la inmigración andaluza y un turismo de mayor nivel adquisitivo, sino también en los conflictos sociales y culturales con una población autóctona que en algunos casos no acabó de asimilar con normalidad la llegada masiva de trabajadores del sur de España. En efecto, por La Piel Quemada desfila el empresario catalán sin escrúpulos y algún que otro nativo que despreciará con el calificativo de “murcianos” a unos recién llegados de acento y costumbres supuestamente diferentes. Pero lejos de quedarse en esta mirada parcial -e históricamente falsa- el director también nos muestra la otra cara de esa misma realidad; la de una población nativa que lejos de marginar al “murciano” lo trata como a un catalán más.

Con un argumento que trata esta realidad y unos protagonistas que “ejercen” de esforzados inmigrantes resultaría relativamente fácil caer en un maniqueísmo reduccionista y presentar a la inmigración como a un colectivo con valores antropólogicos positivos (apego a la tradición, lealtad grupal, honestidad intrínseca) y a los turistas y a la población autóctona con rasgos negativos (decadencia cultural, consumistas compulsivos, explotadores interesados). Nada de ello ocurre en La Piel Quemada; el escarceo sexual de José y su atropellada inmersión en los placeres de los excesos nocturnos no lo redimen de ninguna de las maneras: todo se zanja con una apresurada huída del apartamento de la turista belga -en el que un compañero de juerga roba las pertenencias de su amante- para ir al encuentro de su sufrida familia en la estación de autobuses. Finalmente el reencuentro no supone para el protagonista conflicto moral alguno.

Resulta entonces evidente porque La Piel Quemada resulta un largometraje de actualidad en los inicios del siglo XXI. Aquella primera ola migratoria logró integrarse y tanto ellos como sus hijos son considerados catalanes con todo lo que eso supone; de hecho, nadie duda hoy día que el dinamismo económico de esa época es absolutamente indisociable de ese flujo migratorio. Como bien se sabe la segunda ola migratoria ya no la protagonizan andaluces ni extremeños; vienen de Sudamérica, África o Europa del Este: está por ver si los conflictos que generan y que llenan los periódicos y la televisión a diario se resolverán de la misma manera. En cualquier caso, se resuelvan de una manera o se resuelvan de otra, películas como La Piel Quemada son más indispensables que nunca para tener algo de perspectiva.

Leer más:

http://interartive.org/2009/09/la-piel-quemada/

Vídeo:

https://www.youtube.com/watch?v=FntInO3Ijzs

Vídeo:

https://www.youtube.com/watch?v=t_1nhDSL5Lw

La ley del deseo

deseoPedro Almodóvar

Nacido en Calzada de Calatrava (Ciudad Real) en la década de los cincuenta, el director de cine, guionista y productor Pedro Almodóvar Caballero emigra a los ocho años a Extremadura junto con su familia. Allí estudia Bachillerato con los padres Salesianos y Franciscanos y se aficiona al cine. A los dieciséis años se traslada solo a Madrid con la intención de estudiar y hacer cine pero, al no poder matricularse en la Escuela Oficial de Cine, recién cerrada por Franco, desempeña todo tipo de trabajos hasta que consigue un puesto de oficinista en Telefónica -que conserva durante doce años y gracias al cual logra comprarse la primera súper ocho-, al mismo tiempo que se sumerge de cabeza en la movida madrileña.

Autor, en sus inicios, de la novela corta Fuego en las entrañas, de alguna fotonovela como Toda tuya y de múltiples relatos en periódicos (El País y Diario 16) y cómics contraculturales (Star, El Víbora y Vibraciones), rueda su primer largo, Pepi, Luci, Bom y otras chicas del montón, en 1980, pero el reconocimiento del público no le llega hasta el estreno de ¿Qué he hecho yo para merecer esto? (1984). Un año después funda, junto a su hermano Agustín, la productora El Deseo, a cuyo primer producto, La ley del deseo (1986), le siguen Mujeres al borde de un ataque de nervios (1988) -película que selecciona la Academia de Hollywood para competir por el galardón a la mejor película extranjera-, ¡Átame! (1989) y Tacones lejanos (1991), films que le labran un prestigio a nivel internacional.

Tras la dispar acogida de Kika (1993), con Todo sobre mi madre (1999), el director manchego obtiene su primer Oscar en la categoría de mejor película extranjera, éxito que viene precedido de la candidatura de La flor de mi secreto en 1995 al preciado galardón. Con Hable con ella (2002), Almodóvar supera incluso las cotas de éxito alcanzadas con su anterior film: entre los cientos de galardones con los que es premiada la película, destaca el Oscar al Mejor Guión Original.

Su siguiente trabajo, La mala educación, es seleccionado en 2004 para inaugurar el Festival de Cannes, y gracias a Volver -film en el que rememora su infancia tras la muerte de su madre-, obtiene en la edición 2006 del citado festival los premios al Mejor Guión y a la Mejor Interpretación Femenina, recayendo por primera vez este último, de forma conjunta, sobre las cuatro actrices protagonistas. Sus últimos trabajos son Los abrazos rotos (2009) y La piel que habito (2011). En julio de 2012 comienza a rodar Los amantes pasajeros.

Además de los dos premios Oscar, Almodóvar ha recibido numerosas condecoraciones a lo largo de su carrera en honor a su cine, como, entre otras, la Orden de Caballero de la Legión de Honor francesa (1997), la Medalla de Oro al Mérito en las Bellas Artes (1998) o el Premio Príncipe de Asturias de las Artes (2006).

Fuente:

http://www.circulobellasartes.com/ficha.php?s=fich_bio&id=525

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Pedro Almodóvar – La Ley del Deseo (1986)

Almodóvar explicó en su libro de conversaciones con el crítico francés Frédéric Strauss la discrepancia que se encontró en el rodaje entre lo que él le pedía al personaje de Pablo y lo que el actor Eusebio Poncela le daba. Siendo cierto que Pablo carece en la película de la vitalidad desenfadada en la que Pedro Almodóvar quería proyectarse, el paso del tiempo y la evolución de la obra almodovariana ha añadido a la -para mí extraordinaria y conmovedora- interpretación de Poncela una carga de gravedad crepuscular, de angustia, que sitúan La ley del deseo, sobre todo en su última media hora, como obra anticipatoria del cine más melancólico y dolorido que Pedro está haciendo ahora.

Lo que no falta, en todo caso, en La ley del deseo es ese recurso del director a las figuras de estilo, que unas veces están al servicio dramático de la historia y otras (éstas a veces son las mejores) no desempeñan mayor función que la que ha tenido siempre en el arte la metáfora: no decir nada esencial y enriquecer el campo de lo expresado. Famosa es la escena de la manga-riega en la calurosa noche de verano en que Tina, Pablo y Ada vuelven a casa y Tina, después de ver el cielo madrileño cruzado por el chorro de agua, lo quiere para ella. “¡Riégueme!”: una exclamación que podría empezar un manifiesto de la nueva sensualidad. Pero hay otros adornos retóricos de gran sofisticación y belleza, como esa campana de vidrio que -como una crisálida- envuelve en la azotea andaluza a Pablo y Antonio, y el fundido o metamorfosis de los ojos de Pablo conduciendo en llanto y las ruedas del coche girando.

El desenlace, al margen de la pareja de policías padre e hijo un tanto incongruentes en el contexto, está impulsado por la arrolladora fiereza y convicción que emanan de Antonio Banderas. Ingenuo y a la vez retorcido, convencional pero desbocado, modoso y procaz, se trata sin duda de uno de los grandes personajes masculinos de Almodóvar. Cuando le dice a su rival Juan “Quiero poseer todo lo que es de Pablo, porque le quiero”, entendemos que así es como se ama en el abismo del océano al que pronto irá a caer el cuerpo de Juan.

Luego llega el castigo, la muerte, las llamas del infierno y el altar del sacrificio. No hay duda, sin embargo: el criminal Antonio de Antonio Banderas y la purísima Tina de Carmen Maura son los mejores amantes y los más forajidos de esta película sobre la ley de un mundo que no admite ninguna.

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http://elpais.com/diario/2004/10/16/espectaculos/1097877609_850215.html

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Los Panchos – Lo Dudo

Lo dudo, lo dudo, lo dudo
que tú llegues a quererme
como yo te quiero a tí

lo dudo, lo dudo, lo dudo,
que halles un amor más puro
como el que tienes en mí

hallarás mil aventuras
sin amor
pero al final de todas
solo tendrás dolor
te darán de los placeres
frenesí
más no ilusión sincera
como la que te dí.

Lo dudo, lo dudo, lo dudo
que halles un amor más puro
como el que tienes en mí

hallarás mil aventuras
sin amor
pero al final de todas
solo tendrás dolor
te darán de los placeres
frenesí
más no ilusión sincera
como la que te dí.

Lo dudo, lo dudo, lo dudo,
que halles un amor más puro
como el que tienes en mí
como el que tienes en mí.

Fuente:

http://www.letrasmania.com/letras/letras_de_canciones_los_panchos_14685_letras__eternamente_la_historia_43606_letras_lo_dudo_472594.html

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Bola de Nieve – Déjame recordar

Quien , de tu vida borrará mis recuerdos
y te hará olvidar este amor
hecho de sangre y dolor
Pobre amor
que nos vio a los dos llorar
y nos hizo tambien soñar y vivir
¿cómo dejó de existir?

Hoy que se ha perdido
déjame recordar
el fuerte latido del adiós del corazón
que se va sin saber a dónde irá
y yo sé que no volverá este amor,
pobre amor

Pobre amor
que nos vio a los dos llorar
y nos hizo tambien soñar y vivir
¿cómo dejó de existir?

Hoy que se ha perdido
déjame recordar
el fuerte latido del adiós del corazón
que se va sin saber a dónde irá
pero sé que que no volverá este amor,
pobre amor

Fuente:

http://diariomusica.wordpress.com/2009/06/16/bola-de-nieve-dejame-recordar/

Las bicicletas son para el verano

bicicletaFernando Fernán Gómez

Fernando Fernández Gómez (Lima, Perú, 28 de agosto de 1921 – Madrid, 21 de noviembre de 2007). Escritor, actor y director teatral y cinematográfico español. Fue miembro de la Real Academia Española desde el año 2000 hasta su fallecimiento.

Nace en la capital peruana ya que su madre, la actriz Carola Fernández Gómez, realiza una gira teatral con la compañía María Guerrero por Hispanoamérica, y a los pocos meses, su abuela lo traslada a Madrid, donde finaliza los estudios de bachillerato tras la guerra civil española, iniciando allí la carrera de Filosofía y Letras. Su creciente interés por el teatro le lleva a dejar sus estudios, comenzando su carrera de actor en 1938 en la compañía de Laura Pinillos. Allí conoce a Enrique Jardiel Poncela que le brinda un papel en una de sus obras. En 1943 es contratado por la productora CIFESA debutando con la película Cristina Guzmán, de Gonzalo Delgrás, iniciando así una prolífica carrera de actor de cine.

En su filmografía ha trabajado a las órdenes de los más destacados directores del cine español: Edgar Neville, Carlos Saura, Mario Camús, Víctor Erice, Ricardo Franco, Manuel Gutiérrez Aragón, Jaime de Armiñán, Gonzalo Suárez, Juan Antonio Bardem o Luis García Berlanga. Todas estas interpretaciones le hicieron aumentar su prestigio, consiguiendo el Oso de Plata del Festival de Berlín al mejor actor por su interpretación en El anacoreta y Stico.

A partir de la década de los cincuenta comienza a dirigir, realizando, entre el cine y televisión, numerosos títulos entre los que destacan Mi hija Hildegart (1977), Mambrú se fue a la guerra (1986), El viaje a ninguna parte (1986), adaptación de una de sus novelas y un gran éxito, que consigue el Goya al mejor director y mejor guionista, y en esa misma edición, logra el Goya al mejor actor por Mambrú se fue a la guerra.

Como autor teatral destaca su obra Las bicicletas son para el verano (1978), por la que obtuvo el Premio Nacional Lope de Vega y fue adaptada al cine por Jaime Chávarri en 1983. Otras de sus obras de teatro son: La coartada (1972), Los domingos, bacanal (1980) o El pícaro. Como novelista, destacan El viaje a ninguna parte (1986), El mar y el tiempo (1989), El vendedor de naranjas (1961), El mal amor (1987), entre otras. Sus memorias se titulan El tiempo amarillo (1990).

De sus últimos trabajos destacan El abuelo (1998) de José Luis Garci, Todo sobre mi madre (1999) de Pedro Almodóvar; Plenilunio (1999) de Imanol Uribe; La lengua de las mariposas (1999) de José Luis Cuerda; Visionarios (2001), de Gutiérrez Aragón o El embrujo de Shanghái (2002), con Fernando Trueba.

Su larga trayectoria profesional está jalonada de prestigiosos galardones, como el Premio Nacional de Teatro en 1985, el Premio Nacional de Cinematografía en 1989 o el Premio Príncipe de Asturias de las Artes en 1995. En el 2000 recibió el Oso de Honor en el Festival Internacional de Cine de Berlín a toda su trayectoria, y en el 2001, la Medalla de Oro de la Academia de las Artes y las Ciencias Cinematográficas de España.

Fallece el 21 de noviembre de 2007 en Madrid a la edad de 86 años, recibiendo, a título póstumo, la Gran Cruz de la Orden Civil de Alfonso X el Sabio otorgada por el Gobierno de España.

Fuente:

http://www.cervantes.es/bibliotecas_documentacion_espanol/creadores/fernan_gomez_fernando.htm

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Fernando Fernán Gómez – Las bicicletas son para el verano (1978)

LUIS.─ Mamá, yo, uno o dos días, al volver del trabajo, he ido a la cocina… Tenía tanta hambre que, en lo que tú ponías la mesa, me he comido una cucharada de lentejas… Pero una cucharada pequeña…
DON LUIS.─ ¡Ah!, ¿eras tú?
DOÑA DOLORES.─ ¿Por qué no lo habías dicho, Luis?
LUIS.─ Pero sólo uno o dos días, y una cucharada pequeña. No creí que se echara de menos.
DOÑA DOLORES.─ Tiene razón, Luis. Una sola cucharada no puede notarse. No puede ser eso.
DON LUIS.─ (A DOÑA DOLORES.) Y tú, al probar las lentejas, cuando las estás haciendo, ¿no te tomas otra cucharada?
DOÑA DOLORES.─ ¿Eso qué tiene que ver? Tú mismo lo has dicho: tengo que probarlas… Y lo hago con una cucharita de las de café.
DON LUIS.─ Claro, como ésas ya no sirven para nada…
(MANOLITA ha empezado a llorar.)
DOÑA DOLORES.─ ¿Qué te pasa, Manolita?
MANOLITA.─ (Entre sollozos.) Soy yo, soy yo. No le echéis la culpa a esa infeliz. Soy yo… Todos los días, antes de irme a comer… voy a la cocina y me como una o dos cucharadas… Sólo una o dos…, pero nunca creía que se notase. No lo hago por mí, os lo juro, no lo hago por mí, lo hago por este hijo. Tú lo sabes, mamá, estoy seca, estoy seca…
DOÑA DOLORES.─ (Ha ido junto a ella, la abraza.) ¡Hija, Manolita!
MANOLITA.─ Y el otro día, en el restorán donde comemos con los vales, le robé el pan al que comía a mi lado… Y era un compañero, un compañero… Menuda bronca se armó entre el camarero y él.
DOÑA DOLORES.─ ¡Hija mía, hija mía!
DON LUIS.─ (Dándose golpes en el pecho.) Mea culpa, mea culpa, mea culpa…
(Los demás le miran.)
DON LUIS.─ Como soy el ser más inteligente de esta casa, prerrogativa de mi sexo y de mi edad, hace tiempo comprendí que una cucharada de lentejas menos entre seis platos no podía perjudicar a nadie. Y que, recayendo sobre mí la mayor parte de las responsabilidades de este hogar, tenía perfecto derecho a esta sobrealimentación. Así, desde hace aproximadamente un mes, ya sea lo que haya en la cacerola lentejas, garbanzos mondos y lirondos, arroz con chirlas o agua con sospechas de bacalao, yo, con la disculpa de ir a hacer mis necesidades, me meto en la cocina, invisible y fugaz como Arsenio Lupin, y me tomo una cucharada.
DOÑA DOLORES.─ (Escandalizada.) Pero…, ¿no os dais cuenta de que tres cucharadas…?
DON LUIS.─ Y la tuya, cuatro.
DOÑA DOLORES.─ Que cuatro cucharadas…
DON LUIS.─ Y dos de Julio y su madre.
DOÑA DOLORES.─ ¿Julio y su madre?
DON LUIS.─ Claro; parecen tontos, pero el hambre aguza el ingenio. Contabiliza seis cucharadas. Y a veces, siete, porque Manolita se toma también la del niño.
DOÑA DOLORES.─ ¡Siete cucharadas! Pero si es todo lo que pongo en la tacilla… (Está a punto de llorar.) Todo lo que pongo. Si no dan más.
( MANOLITA sigue sollozando)
DON LUIS.─ No lloréis, por favor, no lloréis…
LUIS.─ Yo, papá, ya te digo, sólo…
MANOLITA.─ (Hablando al tiempo de Luis.) Por este hijo, ha sido por este hijo.
DON LUIS.─ (Sobreponiéndose a las voces de los otros.) Pero, ¿qué más da? Ya lo dice la radio: «no pasa nada». ¿Qué más da que lo comamos en la cocina o en la mesa? Nosotros somos los mismos, las cucharadas son las mismas…
MANOLITA.─ ¡Qué vergüenza, qué vergüenza!
DON LUIS.─ No, Manolita: qué hambre.

Fuente:

http://www.trampitan.es/textos-dramaticos/textos-breves-para-dos-o-mas-actores/las-bicicletas-son-para-el-verano-/

Los personajes de Las bicicletas… sufren la guerra en carne propia pero, pese a las bombas, las estancias en el sótano del edificio en que viven y la falta de comida, ésta es algo indirecto en la obra. No se retrata aquí el fragor de la batalla, no se pone la mirada del espectador en el despacho donde se toman las grandes decisiones que costarán miles de vidas, no se huele la pólvora, la sangre o la podredumbre de la gangrena, pero la guerra está ahí y afecta a los personajes. En Las bicicletas… Fernán-Gómez ha querido ver cómo afecta la guerra a unos personajes que no pueden hacer nada por modificar su rumbo, que lo único que les queda es esperar en su hogar cada vez más precario mientras luchan por ellos en la Ciudad Universitaria, en el Ebro o en cualquier otro punto de la geografía patria, e intentar mantener su vida cotidiana lo más parecida posible a como era antes de estallar la contienda.

Por eso entre la rabia, el miedo, la preocupación y el hambre, se habla de lecturas, de trabajo, se tienen problemas de tipo sexual con la criada y se convive bien o mal con los vecinos. Se intenta que todo sea como antes –ahí está el costumbrismo– pero la guerra lo impide –ahí se trasciende el costumbrismo.

Con humor teñido de melancolía –véase la escena de la desaparición de las lentejas–, se van pasando los tres años de guerra hasta que al final la derrota acaba por hundir a la familia –en la desolación y en la ruina, pues su dinero republicano es papel mojado, elemento que Fernán-Gómez introduce como cruel desenlace de otra de sus obras: la novela La puerta del Sol–. No hay final feliz, aunque sí una tímida esperanza en poder sobrevivir con una mínima dignidad. El costumbrismo no matiza la dureza de la guerra, pero sí aporta otra perspectiva de la misma. Por eso, sin sobrevalorar este texto dramático, hay que considerarlo como una certera e interesante visión de uno de los peores inventos de la inteligencia.

Leer más:

http://www.proscritos.com/larevista/notas.asp?num=26&d=m&s=m3&ss=1

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Cadena Ser – Versión Radiofónica: Las bicicletas son para el verano

http://www.cadenaser.com/especiales/guerra-civil/bicicletas.html

Jaime Chávarri

Licenciado en Derecho, nunca llegó a ejercer como abogado. Más tarde estudió durante dos años en la Escuela Oficial de Cinematografía y trabajó como crítico de cine en la revista Film Ideal al tiempo que realizó varios cortometrajes en super-8.

En 1970 realizó sus primeros cortometrajes: el documental Permanencia del arabesco y Estado de sitio, ganador del Festival de Cortos y Documentales de Bilbao. Al año siguiente codirige junto con Francesc Bellmunt y Emilio Martínez Lázaro el largometraje Pastel de sangre (1971). Su primer largometraje en solitario es Los viajes escolares (1974). Ese año también rueda el corto Señales en la ventana (1974).

En 1976 estrena El desencanto, un documental biográfico sobre el poeta leonés Leopoldo Panero. El filme fue galardonado con el Premio a la Mejor Película por el Círculo de Escritores Cinematográficos.

A un dios desconocido (1977) está protagonizada por Héctor Alterio y su guión fue escrito por Elías Querejeta. Chávarri ganó el Premio a la Mejor Película de Lengua Española en el Festival de Cine de San Sebastián.

Al año siguiente dirige para televisión la serie El juglar y la reina (1978), en la que compartió dirección con Fernando Méndez Leite, Alfonso Ungría y el cubano Roberto Fandiño. Le siguen Dedicatoria (1980) y los segmentos Pequeño planeta (1980) y La mujer sorda (1981) para los filmes colectivos Cuentos eróticos y Cuentos para una escapada, respectivamente. En estos proyectos también intervinieron directores como Manuel Gutiérrez Aragón, Gonzalo Suárez, Fernando Colomo, Augusto Martínez Torres, Emma Cohen, Josefina Molina, José Luis García Sánchez y Juan Tébar.

En 1982 realiza para televisión Luis y Virginia y al año siguiente Bearn o la sala de las muñecas (1983), donde actúan Fernando Rey, Imanol Arias y Ángela Molina. La película fue galardonada con el Premio del Jurado en el Festival de Cine de Montreal.

Una de sus obras más reconocidas es Las bicicletas son para el verano (1984), basada en una obra teatral de Fernando Fernán Gómez. La cinta, en la que trabajan Agustín González, Victoria Abril, Marisa Paredes y Gabino Diego, está ambientada en la Guerra Civil española.

Leer más:

http://www.vidasdecine.es/directores/c/jaime-chavarri.html

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Jaime Chávarri – Las bicicletas son para el verano (1984)

Director Jaime Chávarri. Con Amparo Soler Leal, Agustín González, Victoria Abril, Alicia Hermida, Patricia Adriani, Marisa Paredes, Carlos Tristancho, Gabino Diego, Aurora Redondo, Guillermo Marín, Emilio Gutiérrez Caba, Laura del Sol, Miguel Rellán, Jorge de Juan, Marina Saura, Wilmore, Rosa Menéndez, Emilio Serrano, Elena Gortari, Sandra Ramírez, Marina Andina.

Chávarri se sorprendió de que se le hubiera ofrecido a él dirigir la película toda vez que el autor de la obra es un reconocido director de cine y de teatro. Así se lo contó a Enrique Alberich en Dirigido por…: “Fernán-Gómez dijo que no quería saber nada de la película. Incluso se extrañaba de que quisiéramos consultarle aspectos del guión. Cuando él había adaptado al cine a Mihura, o a cualquier otro escritor, no se le había ocurrido preguntarle qué le parecía esto o aquello, porque ya imaginaba que lo que estaba haciendo con su obra le iba a sentar fatal”. Y así fue, en efecto, según ha confesado Chávarri: “Al acabar el guión nos dijo que habíamos quitado media obra, lo cual era cierto. Lo habíamos hecho porque no disponíamos de tiempo ni de presupuesto necesarios para hacer una película de más de hora y media. Tuve la sensación de que Fernando se había quedado con cierto resentimiento respecto a la película. Una vez, en un viaje que tuvimos la oportunidad de hacer juntos, le pregunté qué pasaba realmente. Me contó que le daba la sensación de que habíamos quitado de la historia todo aquello que se refería al anarquismo, que a él le interesaba mucho. Tenía razón. Pero no lo habíamos hecho adrede como él pensaba, sino que al ir acortando el texto se habían ido perdiendo algunos matices”.

“En cualquier caso”, escribieron en su libro Miguel Ángel Barroso y Fernando Gil-Delgado, “domina la impronta de Fernán-Gómez en esta historia contada desde el prisma de los vencidos, con respeto y atendiendo más al drama humano de la guerra en la gran ciudad que a las digresiones políticas”. Román Gubern aseguró que “los recursos escenográficos utilizados por Chávarri han permitido dinamizar el ritmo original, procurando no sacrificar su intimidad”, coincidiendo con Marcel Oms, que aseguró, por su parte, que “la transposición fílmica de la obra teatral ha sido magistralmente resuelta por Chávarri, quien no ha vacilado en utilizar elipsis y metáforas, ni en recurrir a escenas para acercarnos esos personajes cuya cotidianidad ordinaria eleva a niveles de ejemplaridad”.

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http://elpais.com/diario/2004/02/27/cine/1077836413_850215.html

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La Dame dans l’auto avec des lunettes et un fusil

lunettesSébastien Japrisot – La Dame dans l’auto avec des lunetes et un fusil (1966)

À Paris, Dany Longo, jeune secrétaire dans une agence de publicité, grande, mince et blonde, mais myope comme une taupe, et donc lunettée, naïve et quelque peu paumée, s’ennuie au bureau, et voit venir avec appréhension le week-end du 14 juillet, alors que tout le monde autour d’elle parle de voyages, de famille, d’amis. Elle, elle se prépare à rester seule dans son petit appartement. Or son patron, Michel Caravaille, lui demande, car ils se rendent en Suisse, de les accompagner, lui et sa femme, une jeune blonde nommée Anita, à l’aéroport, dans la luxueuse Thunderbird de celle-ci. Là-bas, il lui donne une enveloppe de salaire, et lui demande de ramener la voiture en ville. Mais, au retour, elle se trompe de chemin, et s’engage sur l’autoroute du Sud. Comme elle a toujours désiré aller voir la mer, elle continue vers la Côte d’Azur. Au fil de sa route, elle rencontre, dans des villages et des villes qu’elle n’a jamais visités, différentes personnes qui disent la connaître, qui lui disent qu’elle est la maîtresse de son patron depuis plusieurs années, qui lui affirment qu’elle est déjà passée les voir la veille (comment est-ce possible? elle était en train de taper un rapport pour son patron à Paris). Lors d’un arrêt dans une station-service, un homme se jette sur elle, lui écrasant une main dans une porte. Quand elle reprend ses esprits, elle ne sait plus ce qui s’est passé, et reprend sa route, sa main portant un pansement, continuant toujours plus loin, vers cette mer qu’elle espère belle. Plus tard, lorsqu’elle s’arrête dans un hôtel pour passer la nuit, on lui dit : «C’est vous la dame à la Thunderbird avec un pansement à la main, on vous a déjà vue hier.» Le lendemain, elle n’en peut plus : partout où elle s’arrête, on lui dit l’avoir déjà vue. Elle prend un auto-stoppeur, et ils découvrent tous deux, dans le coffre de la voiture, un cadavre ainsi qu’un fusil. Est-ce elle qui a tué cet homme? Si ce n’est pas elle, qui est-ce? Le coffre était vide quand elle est partie de Paris. Il s’avère que le cadavre est celui d’un play-boy nommé Maurice Kaub, dont, aussitôt, elle se débarrasse. Elle se procure son adresse, et s’y rend. La maison est ouverte, elle y entre. Il n’y a personne, mais elle découvre des vêtements qui lui appartiennent, et trouve dans une poche une deuxième enveloppe de salaire. Elle comprend alors que Caravaille est l’auteur de la machination dont elle est victime. Elle se rend chez lui où il l’attend, une carabine à la main. Mais, avant qu’il ait le temps d’agir, elle crie : «Ne bougez pas, M. Caravaille, je viens de poster une lettre qui contient les deux enveloppes de salaire, et où je m’explique en peu de mots». Il lui avoue toute la vérité…

Source:

http://www.google.es/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=9&ved=0CG4QFjAI&url=http%3A%2F%2Fwww.comptoirlitteraire.com%2Fdocs%2F400-japrisot-sebastien.doc&ei=SkXVU_3_O8qa1AWu3oCwCA&usg=AFQjCNE0_Pst-Lst8R6I_-G4bh39WvPdrg&sig2=arjK_t_oVXNY2biRKeqMLw&bvm=bv.71778758,d.d2k

Publié pour la première fois en 1966, ce roman de Sébastien Japrisot a reçu plusieurs prix de littérature policière, amplement mérités selon moi.
L’héroïne, Dany Longo, est secrétaire dans une agence de pub. Une vie relativement solitaire, sans réelles attaches, sinon une amitié de jeunesse pour la femme de son patron. Celui-ci lui ayant demandé de les conduire, sa famille et lui, à l’aéroport puis de ramener la voiture à son domicile, Dany, sur un coup de tête part avec la magnifique Thunderbird blanche décapotable, une voiture qui ne passe pas inaperçue.
Elle prend la direction du Sud pour aller voir la mer où elle n’est jamais allée. Un voyage qui tourne peu à peu au cauchemar, puisqu’elle se fait attaquer dans une station-service et que plusieurs personnes soutiennent mordicus l’avoir déjà vue la veille dans la même voiture faisant route en sens inverse. De là à croire qu’elle sombre dans la folie… Et le pire pour Dany reste à venir, bien sûr…
Le moins que l’on puisse dire est que l’auteur sait ménager ses effets! On cherche à comprendre avec l’héroïne, on est de tout coeur avec elle, puis Japrisot force le lecteur à prendre du recul, à regarder son personnage avec suspicion. Dany Longo manipulerait-elle les témoins de son histoire? Les questions se bousculent tout le long de la fuite de l’héroïne, les éléments de réponse sont donnés au compte-gouttes par des personnages secondaires qui interviennent de manière ponctuelle. Du grand art dans le suspense!

Source:

http://www.critiqueslibres.com/i.php/vcrit/6211

Anatole Litvak

Mikhaïl Anatol Litvak est né le 10 mai 1902 à Kiev, en Russie. En 1921, il est diplômé en philosophie de l’université de Leningrad. L’année suivante, il est acteur, décorateur puis metteur en scène d’une petite troupe théâtrale. Engagé en 1923 comme assistant par les Studios Nordkino, il y réalise deux courts métrages : Tatiana, interprété par des enfants et Le coeur et les dollars, satire du capitalisme.

En 1925, Anatole Litvak quitte l’U.R.S.S. Tourné dans les studios allemands de la U.F.A., Dolly macht karriere, comédie musicale pleine d’entrain, est le premier long métrage d’Anatole Litvak. Coeur de lilas (1932), avec Jean Gabin, fut un grand succès qui le fil connaître en France où il achèvera brillamment, en 1936, la première partie de sa carrière avec Mayerling. Interprété par Danielle Darrieux et Charles Boyer, ce film lui ouvrit en grand les portes d’Hollywood

Il y débute avec La femme que j’aime (1937), remake de son film français, L’équipage (1934). D’origine juive et anti-fasciste convaincu, Litvak s’attacha, dès 1939, à dénoncer la menace hitlérienne avec Les aveux d’un espion nazi. Puis, devenu citoyen américain en 1940, il participa activement, aux côtés de Frank Capra, à la réalisation de la série documentaire Pourquoi nous combattons. Après la guerre, qu’il termina avec le grade de colonel, Litvak connut ses plus grands succès en 1948 avec Raccrochez c’est une erreur et La fosse aux serpents.

Puis Litvak reprit le cours d’une prestigieuse carrière internationale, aux États-Unis, en Grande-Bretagne et en France où tourne notamment Aimez-vous Brahms ? (1960) puis La Nuit des généraux (1966). Il meurt à Neuilly, le 16 décembre 1974.

Source:

http://www.cineclubdecaen.com/realisat/litvak/litvak.htm

Anatole Litvak – La Dame dans l’auto avec des lunettes et un fusil / The Lady in the Car with Glasses and a Gun (1970)

Realisateur Anatole Litvak. Avec Samantha Eggar, Oliver Reed, John McEnery, Stéphane Audran, Billie Dixon, Bernard Fresson, Marcel Bozzuffi, Philippe Nicaud, Yves Pignot, Jacques Fabbri, André Oumansky, Maria Meriko, Claude Vernier.

The lady (Samantha Eggar) is an English girl working in a Paris advertising agency. The car is an enormous white American convertible with which her boss (Oliver Reed) entrusts her after she drops off him and his wife (Stephane Audran) at the airport for a business-pleasure trip to Geneva.

In the crush of holiday traffic she makes a wrong turn—south, instead of back to Paris, and when she discovers her mistake she decides to take the car on a brief Mediterranean holiday of her own.

It is her dark glasses (on prescription — she is terribly nearsighted) as much as anything else that convinces people along the way that they have seen her before, in the same car, driving north along the same road that very morning. And when her hand is painfully crushed by an unseen stranger in a service station, and the attendant swears that she was wearing a bandage for the sprain hours before, when she stopped for a minor repair, she realizes that she is facing not just disturbing coincidence but very real danger.

By the time she finds the gun—accompanying a corpse that turns up in the car’s trunk — she is desperate. Along the way she has picked up a young drifter (John McEnery) who may be her salvation or her doom.

But there is really nobody she can trust, not even, given the weight of circumstantial evidence, herself. Everything in considerable and quite intimate detail, seems to prove that she has committed murder.

Given the possibilities of his plot, Mr. Litvak has emphasized local effect and psychological thrills at the expense of the malevolent logic that is supposed to trap his heroine. Although it is often properly terrifying, one (night-time) meeting between Mr. McEnery and Miss Eggar in an automated garage full of cars and empty of people is especially unsetting. “The Lady in the Car, etc,” doesn’t always make sense—or even those gestures toward sense that will sometimes do if the theme is dark enough.

Lire la suite:

http://www.nytimes.com/movie/review?res=9E0DE5D71431E336A05755C2A9649D946190D6CF

Vidéo:

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L’Effrontée

l'effrontéeClaude Miller

Diplomé de l’IDHEC (ex-Fémis), et après avoir effectué son service militaire au sein du service cinématographique des armées, Claude Miller débute dans le cinéma dans les années 60 comment assistant-réalisateur de Marcel Carné (Trois chambres à Manhattan) Jacques Demy (Les demoiselles de Rochefort), Michel Deville… il est aussi directeur de producteur sur certains films de Truffaut.

Après des court-métrages, il se lance dans le long avec La meilleure façon de marcher (1976) avec Patrick Dewaere et Patrick Bouchitey. Suivra une filmographie dense et ecclectique, qui l’imposera comme un réalisateur tout terrain, capable de passer du polar en huis-clos à la Garde à vue (Lino Ventura, Michel Serrault, Romy Schneider, Guy Marchand, et 4 César en 1982) à la chronique adolescente (L’effrontée, avec Charlotte Gainsbourg), du drame psychologique “académique” (La classe de neige) à la comédie intimiste expérimentale (La chambre des magiciennes)…

Après le portrait de femme Betty Fisher et autres histoires, avec Sandrine Kiberlain, Nicole Garcia et Mathilde Seigner, une mise en abyme du cinéma et drame sentimental avec La petite Lili (Ludivien Sagnier, Nicole Garcia, Robinson Stevenin), il revient en 2007 avec Un secret, pour lequel il dirige Cécile de France, Patrick Bruel, Ludivine Sagnier, Mathieu Amalric, Julie Depardieu.En 2009, il coréalise avec son fils Nathan Miller le film Je suis heureux que ma mère soit vivante.

Deux ans après, il signe Voyez comme ils dansent avec Marina Hands. Alors qu’il tourne son dernier film, Thérèse D., adaptation du roman de François Mauriac (intitulé Thérèse Desqueyroux, paru en 1927) avec Audrey Tautou, Gilles Lellouche et Francis Perrin, il meurt le 4 avril 2012. Il avait 70 ans.

Source:

http://www.cinefil.com/star/claude-miller/biographie

Vidéo:

Claude Miller – L’Effrontée (1985)

Realisateur Claude Miller. Avec Charlotte Gainsbourg, Bernadette Lafont, Jean-Claude Brialy, Julien Glenn, Clothilde Baudon, Jean-Philippe Écoffey, Raoul Billerey, Simon de La Brosse, Richard Guerry, Louisa Shafa, Cédric Liddell, Daniel Chevalier, Phileppe Baronnet, Chantal Banlier, Armand Barbault.

Pour prolonger l’été, j’ai eu envie de regarder L’effrontée hier soir. Le film de Claude Miller a très bien vieilli: les dialogues  restent drôles et touchants, les interprétations justes et la musique… délicieusement entêtante (Sarà perché ti amo de Ricci & Poveri).

Surtout, il y a Charlotte. Ecorchée vive, boudeuse, timide, “fantasque” comme le lui reprochent ses profs. Une môme de 13 ans qui crève l’écran avec sa mèche dans les yeux, son filet de voix et ses gestes gauches.

Evidemment, difficile de la regarder sans la comparer avec la femme qu’elle est devenue. Comme le disait Valentine, en charge de la rubrique VIP sur le site de L’Express Styles, Charlotte Gainsbourg fait partie de ces acteurs intouchables que la plupart des gens respectent. Je suis sûre que certains d’entre vous vont quand même me dire qu’ils ne l’aiment pas, mais qu’importe, moi je fais partie des gens qui l’admirent, et dans ce film, il faut bien avouer qu’elle s’avère particulièrement prometteuse.

L’effrontée filme l’ennui propre à l’âge ingrat. Charlotte Castang  (Charlotte Gainsbourg, donc) ne supporte plus sa vie. Les adultes et les gens de son âge l’agacent, son corps l’embarasse, un rien l’énerve. La seule personne qu’elle tolère, c’est sa petite voisine Lulu. Arrive Clara Bauman, pianiste prodige du même âge qu’elle, en tournée dans la région. Charlotte tombe immédiatement sous son charme.

Quiconque a vu L’effrontée se souvient de Charlotte en jean et marinière. Elle ne porte pratiquement que ça d’un bout à l’autre du film, grande sauterelle se contentant d’alterner 501 et minijupe. On n’est pas dans Gossip Girl: l’oeil n’est pas distrait par d’intempestifs changements de tenue, et c’est tant mieux! La chef costumière Jacqueline Bouchard préfère jongler avec quelques pièces essentielles, ne se doutant peut-être pas que c’est ce qui donnera au film un charme atemporel.

Lire la suite:

http://blogs.lexpress.fr/styles/cafe-mode/2009/08/27/les_films_bien_sapes_leffronte/

Vidéo:

http://www.ina.fr/video/CAB85112402

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